PAROLE DEL SUD – febbraio 2012
Giampietro Baresi

«Oggi il Brasile è una nazione che va bene». Questa la convinzione diffusa in tutto il mondo su questo grande paese latinoamericano. La stampa internazionale ne fa le lodi più sperticate. L’edizione del 5 dicembre 2011 del New Yorker, un importante settimanale statunitense, dedica ben 14 pagine a un reportage di Nicholas Lemann, che esalta la presidente brasiliana Dilma Rousseff.

Lemann descrive il Brasile come «un paese caoticamente democratico, con un’elevata crescita economica (a differenza degli Stati Uniti e dell’Europa), con libertà politica (a differenza della Cina) e con le disuguaglianze sociali in diminuzione (a differenza di quasi tutti i paesi del mondo)».

Ovviamente, il giornalista non ignora i molti problemi che affliggono il paese. Ne elenca alcuni: corruzione diffusa, alti tassi di criminalità, bassa qualità dell’educazione, strade in cattive condizioni, porti che funzionano male… E si domanda: «Come si spiega tutto questo?». Se la cava, rifugiandosi nel «mistero di un paese che non funziona secondo i parametri americani ed europei». Alquanto sbarazzina come conclusione, che ha però il pregio di non mettere in discussione l’opinione mondiale sul Brasile.

Non c’è dubbio che il Brasile stia oggi godendo di una situazione che molti invidiano. Una discreta tranquillità economica è innegabile, con progressi in vari campi. Ma per non arrivare a conclusioni affrettate e generiche, è bene passare dal grandangolare allo zoom e mettere a fuoco alcune specifiche situazioni, riportando le opinioni di alcune personalità brasiliane.

Innanzitutto, è doveroso dire che l’indiscutibile ascesa del Brasile, che lo ha portato a essere la sesta potenza economica mondiale, in verità non è così “straordinaria” come si pensava fino a poco tempo fa. La crisi mondiale ha lasciato i segni anche qui. La crescita non si è tradotta in un aumento dei salari: quello minimo, nel 2012, rappresenta il 30% di quanto previsto dalla costituzione.

Per José Eli da Silva, docente all’Università di São Paulo, il 50% della popolazione continua a essere povera. «La reale diminuzione del numero di coloro che sopravvivevano con metà del salario minimo non si è accompagnata a un aumento del tasso di chi ha accesso a beni e servizi che assicurano un livello di vita decente». Basti un dato: il 41% delle famiglie non dispone di servizi igienici in casa.

«Povero Brasile!», gli fa eco l’economista Reinaldo Gonçalves. Che spiega: «L’odierno progresso economico del paese ha i piedi di argilla, per la mancanza di riforme strutturali». Sostenuto soprattutto dalle entrate derivate all’esportazione di beni economici (petrolio, ferro, minerali vari, succo di arancia, soia, carne bovina, ecc), è un progresso esposto agli umori del mercato. E intanto l’industria segna il passo.

Guido Mantega, ministro delle finanze, prevede che ci vorranno altri 20 anni prima che i brasiliani raggiungano l’attuale livello di vita degli europei. Trattandosi di un esponente del governo, la sua è una previsione ovviamente ottimistica.

Quanto all’indice di sviluppo umano, calcolato tenendo conto dei tassi di aspettativa di vita, istruzione, reddito nazionale pro capite medio e altri parametri, il Brasile nel 2011 si è collocato all’84° posto su 187 paesi, con 0,718 (su un massimo di 1), dietro a Cile (44°), Argentina (45°), Barbados (47°), Uruguay (48°), Cuba (51°), Bahama (53°), Messico (57°), Panama (58°), Antigua e Barbuda (60°), Trinidad e Tobago (62°), Grenada (67°), Costa Rica (69°), Saint Kittis e Nevis (72°), Venezuela (73°), Giamaica (79°), Perù (80°), Repubblica Dominicana (81°), Saint Lucia (82°) ed Ecuador (83°), per limitarci all’America Centrale e Meridionale.

La maggiore preoccupazione dei brasiliani – del tutto taciuta da Lemann nel suo reportage – è la sanità. A questo riguardo, mi limito a trascrivere le prime tre strofe e il ritornello dell’inno della Campagna di fraternità promossa dalla Conferenza dei vescovi del Brasile per la Quaresima 2012, che avrà come tema: “Fraternità e salute pubblica”.

1. “Oh! Quanto aspettare, fin dal freddo mattino,
per la medicina che allevia il dolore!
Il tuo popolo fa la fila sul marciapiede
per mendicare la salute, o Signore!

Rit. Tu, che sei venuto perché tutti abbiano la vita,
guarisci il tuo popolo dal dolore che lo rinserra.
Che la fede ci salvi e ci dia forza di lavorare,
e che la salute si diffonda sulla terra.

2. Oh! Quanta gente, giunta all’ospedale,
rimane lì a soffrire, senza letto e senza cure.
Vedi, Signore! La gente non ne può più
di questo indegno trattamento. (Rit.)

3. Oh! Non è giusto, Signore, che il tuo popolo
soffra e sia privato di tutto in mezzo a tanta ricchezza.
Con la tua forza, noi vedremo un mondo nuovo,
con più giustizia, più salute, più bellezza. (Rit.)

Ecco una realtà crudele, che sarà cantata per settimane in tutte le chiese cattoliche del Brasile.