Questo libro dovrebbe stuzzicare l’interesse di due tipi di lettori. Coloro che sono appassionati di politica (e magari sono anche direttamente impegnati) e che fin dalle scuole superiori hanno capito che la categoria “popolo” può essere sì sbandierata nelle manifestazioni di piazza o strattonata in discussioni ideologiche, ma che rimane perlopiù indistinta e friabile.

E coloro che da anni utilizzano la parola “populismo” (magari in riferimento a come il populismo nostrano tratta il fenomeno delle emigrazioni) senza mai aver trovato il tempo di approfondirne la collocazione nella democrazia italiana né di valutarne le ripercussioni.

L’autrice, professore ordinario di Teoria politica alla Colombia University di New York, è piuttosto conosciuta anche perché collabora con diversi quotidiani nazionali, distinguendosi per la chiarezza delle argomentazioni e per la fluidità della scrittura.

«Il populismo, sia esso tradizionale o digitale si traduce in una sorta di emendamento monarchico della democrazia rappresentativa; un movimento che prende, appunto, il nome del suo leader». Nella sua analisi spiega come il populismo «si sviluppa all’interno della democrazia rappresentativa e la trasforma, senza rovesciarla».

E non concorda con coloro che considerano il populismo «una lotta condotta dai cittadini per contrastare il scivolamento della democrazia rappresentativa in una oligarchia eletta». Piuttosto «il populismo al potere trasforma e di fatto sfigura la democrazia rappresentativa».