I COLORI DI EVA – marzo 2010
Dragana Babic*

Me ne sto qui nel silenzio della nostra piccola casa a tritare le ore con la pesante macina dei miei pensieri. Mi considero sfortunata. Ho 36 anni e sono senza un lavoro. E pensare che sono venuta in Italia per un “futuro migliore”.

Non ho ancora capito come si fa a ottenere qualcosa dalla vita. L’unica cosa che so è che oggi mi vergogno della strada che ho percorso. Mi vergogno soprattutto dei miei studi, che ho dovuto ripetere, ma non mi sono serviti a niente.

La rabbia dentro di me avvelena i miei pensieri. Ho sempre amato la rabbia: ci impedisce di diventare vittime, ci consente di lottare e ci avvicina a noi stessi, anche se ci allontana, a volte, dal mondo. Se non è troppa. Se ammorbidita dalla fede nella vita. Io, invece, sono stanca. Sono stanca di tutte le mie rivoluzioni. La mia è una rabbia sfinita, che rasenta la rassegnazione.

Io sono e non sono una serba. Lo sono, non solo perché sono nata in Serbia o perché ho lineamenti slavi, ma soprattutto perché essere serba ha segnato – e segna tuttora – il mio destino. Se fossi nata altrove, in un paese “normale”, non avrei fatto tutta questa strada infinita.

Le carte geografiche ingannano. La Serbia non sta lì, in mezzo all’Europa. Non c’è solo un’ora e mezza di viaggio in aereo: il viaggio da lì a qui può durare tutta una vita, se mai finisce. Perché io tuttora non ho un lavoro, nonostante tutti i miei sforzi, nonostante gli studi ripetuti. Ecco perché la Serbia è così lontana: la vita vissuta lì qui non è riconosciuta. Non sono riconosciuti gli studi, le esperienze lavorative… niente.

Nello stesso tempo, non sono una serba. Sono soprattutto me stessa. Non sono una serba, perché non sono diversa. Sono come i miei amici italiani, francesi, irlandesi… L’unica cosa che ci divide è la strada: la mia, molto più lunga, perché vengo da un paese molto lontano, anche se la carta geografica dice diversamente.

Adesso che ho ottenuto la laurea italiana, ho anche 36 anni e non ho le esperienze che contano. Per mantenermi durante gli studi ho lavorato nei bar. A Belgrado avevo avuto anche un bel lavoro, ma in Italia quell’esperienza non vale.

Non riesco a spegnere dentro di me il desiderio di una vita “normale”: desiderio misto a rabbia, perché non so più cosa fare e dove andare per avere un lavoro che merito. Come due onde che si susseguono, m’invadono la rabbia stanca, che potrei chiamare anche rassegnazione, e la rabbia viva come un fuoco, che non mi permette di rassegnarmi.

Come onde, m’invadono le parole della canzone serba che amo di più. Parla di una voglia di vivere che confina con la morte, che non accetta le mezze misure, il “vivacchiare”. Dice: «Dimmi dove c’è un albero alto, che vado a impiccarmi. Dimmi dove sono le acque gelide, che vado ad annegarmi. Dimmi dove c’è il vino color sangue, che vado a ubriacarmi. Dimmi dove c’è una bella ragazza, che vado a sposarmi».

Quando sono venuta in Italia avevo 29 anni. Avevo lasciato il lavoro, gli amici, i genitori e tante altre cose. Senza tristezza, senza nostalgia. Con leggerezza, curiosità e fretta. Con il cuore agitato, che non vedeva l’ora di abbracciare il nuovo mondo, il mondo sognato. Non sapevo che oltrepassare il confine italiano volesse dire buttare via tanti aggettivi che definiscono la propria personalità. Qualifiche come colto, istruito, eloquente, competente, raffinato, rispettabile e tante altre che una volta designavano quella parte di noi stessi di cui andavamo più fieri, vengono cancellate, per essere sostituite con una sola parola spregevole: “extracomunitario”.

Arrivando in Italia e diventando “extracomunitario”, la parte più nobile di sé stessi viene soppressa. È come se si andasse sporchi, puzzolenti e malvestiti a una festa, dove tutti sono molto eleganti, con l’intento di farsi accettare. E allora bisogna iniziare la ricostruzione della propria personalità. Ma mentre si lotta per essere accettati e per darsi delle possibilità imparando la lingua, rifacendo gli studi, svolgendo lavori occasionali, capita di arrivare al traguardo troppo tardi. A volte, il fatto di essere “extracomunitari” ce lo si tira dietro per tanto tempo, come uno strascico che rallenta il cammino.

Non mi sono mai vista diversa. Oggi, però, vedo che è la mia vita che è diversa. Già in partenza avevo tanti punti di svantaggio, ma non ci facevo caso, non volevo farci caso. Volevo credere che la vita custodisse per tutti le stesse opportunità. Ma non è così.

Mi dispiace di non aver voluto vedere la realtà così com’era. Ma ho trovato una consolazione. La vita non è perfetta: ognuno ha il proprio calvario. C’è chi soffre di qualche malattia cronica. C’è chi non ha mai conosciuto l’amore. C’è chi non può avere figli. E c’è chi è semplicemente “extracomunitario”.