Guerra all'Iran: l'Africa tra diplomazia e preoccupazioni - Nigrizia
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Riflessi continentali della guerra in Medioriente
Guerra all’Iran: l’Africa tra diplomazia e preoccupazioni
Israele e Stati Uniti bombardano Teheran e altre città persiane destabilizzando equilibri consolidati da decenni. Le comunità sciite dell'Africa occidentale, già erose dalle sanzioni americane, vedono a rischio i propri canali finanziari. I governi del continente chiedono il cessate il fuoco, ma faticano a trovare una voce comune
03 Marzo 2026
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 6 minuti

I raid israeliani e statunitensi all’Iran, avviati lo scorso 28 febbraio, sono una guerra illegale e violano il diritto internazionale. Gli USA di Donald Trump stanno appoggiando in tutto e per tutto gli obiettivi israeliani per un cambiamento di regime in Iran e si stanno facendo trascinare nei conflitti regionali per difendere gli interessi di Tel Aviv.

Questo può essere molto pericoloso perché può provocare un’estensione sempre più incontrollabile del conflitto nei paesi del Golfo e in Europa e rappresentare una minaccia alla stabilità regionale.

La posizione dell’Unione Africana

In una nota, l’Unione Africana (UA) ha sostenuto che i raid rappresentano “un’escalation pericolosa e molto preoccupante che segna una seria intensificazione delle ostilità in Medioriente e minaccia di bloccare l’intera regione in una spirale di violenza”.

L’UA ha chiesto alle parti di rispettare il diritto internazionale. In più, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha chiesto di privilegiare il dialogo ed evitare “un’ulteriore escalation che rischia di peggiorare l’instabilità globale con serie ripercussioni per i mercati energetici”.

La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (CEDEAO/ECOWAS) si è detta preoccupata per l’escalation, avvertendo delle conseguenze dell’aumento dei prezzi dell’energia e sui rischi per la sicurezza alimentare per i paesi africani che importano cereali attraverso il Golfo. In particolare, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, ha condannato i raid di Stati Uniti e Israele contro l’Iran perché violano il diritto internazionale.

La posizione egiziana

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha avvertito che il Medioriente potrebbe piombare nel caos. Ha parlato di “dialogo e mezzi pacifici” per risolvere le crisi regionali e per evitare un’escalation del conflitto parlando al telefono con il sultano dell’Oman Haitham bin Tarik.

Il Cairo negli ultimi mesi ha cercato di bilanciare il suo storico rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e i paesi del Golfo con rafforzate relazioni con l’Iran. “In Egitto abbiamo provato con sforzi sinceri di uscire dalla crisi avvicinando Stati Uniti e Iran a un accordo”, ha dichiarato al-Sisi.

Il ministro degli Esteri, Badr Abdelatty, aveva passato ore al telefono con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, e il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, per limitare i danni che un attacco avrebbe provocato a livello regionale, come sta accadendo in questi giorni. Lo stesso Abdelatty ha chiesto all’Iran di fermare gli attacchi ai paesi arabi vicini perché minacciano la stabilità regionale.

Tuttavia, nei negoziati per arrivare a un cessate il fuoco a Gaza, il Cairo è apparso molto sbilanciato su posizioni vicine alle richieste israeliane. Questo atteggiamento è culminato nella partecipazione egiziana al Board of Peace di Trump e ha impedito all’Egitto di mantenere una posizione più equilibrata tra Israele e Hamas rispetto al genocidio in corso.

L’asse con il Golfo

Dopo i primi raid israeliani e statunitensi, al-Sisi ha parlato con i leader di Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Bahrain, colpiti dalla risposta iraniana. “La via diplomatica è la sola possibile” per risolvere la crisi si legge in una serie di note, pubblicate dopo i colloqui, in cui si fa riferimento alla “solidarietà” egiziana con i paesi del Golfo. E così non è arrivata una condanna esplicita da parte egiziana ai raid statunitensi contro Teheran.

Nei primi anni della presidenza al-Sisi i rapporti con l’Iran erano stati congelati mentre erano stati molto buoni nell’anno al potere con Mohamed Morsi e i Fratelli Musulmani (2012-2013).

In altre parole, la priorità egiziana in questa fase è di incassare l’appoggio statunitense in Sudan e contro la Diga della rinascita in Etiopia (GERD), mantenendo una posizione defilata, come dimostra la mancata visita di al-Sisi a Washington in seguito all’insediamento per il secondo mandato di Trump, a causa del genocidio a Gaza, duramente contestato dagli egiziani.

L’Algeria si appella alla calma

Simili appelli alla calma sono arrivati dalle autorità algerine, che parlano della necessità di risparmiare la regione del Golfo dall’insicurezza e dall’instabilità, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri algerino.

Per Algeri, solo i negoziati in corso con la mediazione dell’Oman avrebbero potuto risolvere le controversie sul programma nucleare iraniano per arrivare a una soluzione pacifica della crisi. Nel comunicato reso noto dalle autorità algerine si parla di un rischio concreto di un’escalation militare dalle conseguenze imprevedibili.

Gli effetti sulla comunità sciita in Africa occidentale

La guerra tra Israele e Iran, così come è accaduto nel conflitto dello scorso giugno durato 12 giorni, potrà avere effetti molto significativi sulle rimesse e sugli aiuti finanziari per i movimenti sciiti nel mondo da parte delle non numerose ma ricche comunità sciite in Africa occidentale, dalla Costa d’Avorio alla Guinea e al Benin.

Gli sciiti in Africa, soprattutto libanesi emigrati sin dagli anni Ottanta, hanno gradualmente accresciuto il loro ruolo politico ed economico – con importanti rapporti commerciali, legali e non, con l’America Latina. Questo è avvenuto per esempio con i finanziamenti pervenuti dall’Africa occidentale al movimento sciita libanese Hezbollah.

Sostegno al Fronte Polisario

Ma non solo, le comunità sciite in Africa occidentale hanno anche garantito il sostegno militare al Fronte Polisario che da mezzo secolo lotta per la liberazione del Sahara Occidentale dal Marocco, impegnato nella normalizzazione dei rapporti con Israele, al fianco di membri delle milizie iraniane al-Quds.

Tuttavia, questi flussi finanziari dall’Africa occidentale verso il Medioriente erano già in calo nel 2025, prima dello scoppio della guerra tra Israele e Iran, in seguito all’inserimento nella lista dei gruppi terroristici da parte degli Stati Uniti del movimento sciita libanese, e a causa delle sanzioni imposte contro i pasdaran, rafforzate da Trump all’avvio del suo secondo mandato.

Azzerare l’Asse della resistenza

Questa ennesima guerra di Stati Uniti e Israele in Medioriente s’inserisce nel più ampio tentativo di Tel Aviv di azzerare l’Asse della resistenza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Non è possibile separare i due conflitti, non si può essere contemporaneamente per la Palestina e volere la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. E questo lo dimostra bene l’invasione del Sud del Libano, paventata da Israele in queste ore.

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