Mozambico / Allarme a Cabo Delgado
Dallo scorso ottobre, la provincia del nord con capitale Pemba è sotto osservazione. Una rete di fondamentalisti islamici avrebbe armato i gruppi di fuoco che hanno assaltato delle stazioni di polizia e teso agguati a gendarmi, destabilizzando l’intera area. Governo in fibrillazione.

Con ogni probabilità, il Mozambico si trova per la prima volta a fare i conti con l’estremismo islamico. Le forze di sicurezza della provincia di Cabo Delgado, estremo nord del paese, si sono scontrate a più riprese con uomini armati, i cui gruppi di appartenenza non sono stati del tutto identificati.

Tutto è iniziato la notte del 5 ottobre quando tre stazioni della Polícia da República de Moçambique (Prm) nella località di Mocímboa da Praia sono state attaccate simultaneamente da tre gruppi, in tutto una trentina di uomini a volto coperto, forniti di machete e mitragliatori AK-47. Gli assalitori hanno rubato armi e munizioni dalle caserme, ma hanno dovuto ingaggiare un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine che hanno respinto l’attacco. Per due giorni, la cittadina è rimasta isolata e la popolazione chiusa in casa. 16 le vittime: 2 ufficiali di polizia, 13 assalitori e un abitante del luogo. Quel che è rimasto del commando è fuggito nella boscaglia.

Lo stesso gruppo ha colpito nei giorni successivi in altre località della provincia. Il 12 ottobre una pattuglia della Prm ha subìto un agguato a Maculo vicino Palma e, stando alle poche informazioni trapelate, sarebbero morti altri quattro agenti e sette aggressori.

Tra il 21 e il 22 ottobre, altri scontri a fuoco e incursioni da parte di uomini armati non identificati sono avvenuti a Olumbi, nel distretto di Palma, e nei villaggi di Maluku e Columbe, a 30 km da Mocímboa. Questa volta senza vittime. E ancora: è del 1 novembre l’omicidio di Selemane Sumail, leader del quartiere Nanchemele a Mocímboa, che sarebbe stato attaccato nella sua abitazione da cinque uomini armati di machete. Il condizionale è d’obbligo, perché le autorità mozambicane forniscono informazioni con il contagocce. Confermati invece altri attacchi avvenuti a fine novembre in due villaggi vicini a Mocímboa.

Secondo il racconto dei testimoni, obiettivo principale dei membri del gruppo era un attacco contro le forze di sicurezza. Alcuni poliziotti hanno dichiarato di aver udito più volte gli assalitori urlare “Allah-Akbar”. Il che rafforza l’ipotesi di un legame con l’estremismo religioso, anche se la ricostruzione dei fatti non è ancora completa. In un primo momento era circolata l’ipotesi che si trattasse di una cellula del gruppo estremista islamico al-Shabaab (attivo in Somalia) o di terroristi affiliati a Boko Haram (attivi in Nigeria e nell’area del lago Ciad). Congetture smentite da Inacio Dina, portavoce del comando generale della polizia, il quale, annunciando l’inizio di una indagine approfondita, ha fatto allusione a estremisti islamici della zona che «parlano swahili e portoghese e portano avanti idee sovversive».

Il lavoro d’investigazione delle autorità sta procedendo nella massima discrezione. Qualche giorno dopo il primo attacco, la Prm aveva reso noto il fermo di 52 sospetti, poi saliti a 117 a fine ottobre. A inizio dicembre, la Procura di Cabo Delgado ha dichiarato che i fermati erano 398: per 208 di loro (tra cui 56 donne e 46 stranieri) il fermo è stato confermato, mentre gli altri sono stati rilasciati per mancanza di prove.

Swahili-Sunna

Soprattutto grazie alle testimonianze della popolazione, si sta delineando l’identità e gli obiettivi degli assalitori. Già nel 2014 gli abitanti di Mocímboa da Praia avevano denunciato la presenza di un gruppo di giovani musulmani che si definiva al-Shabaab. Ciò ha sicuramente favorito le speculazioni, ma visto che al-Shabaab significa “i giovani” è probabile fosse semplicemente un riferimento alla loro giovane età.

Sta invece prendendo consistenza l’ipotesi di un possibile legame con gruppo chiamato “Swahili-Sunna” o “al-Sunna”, noto nelle regioni settentrionali e sconosciuto nel resto del Mozambico. Secondo alcuni esperti mozambicani, questa organizzazione è attiva nella zona da più di tre anni, e gli adepti si vestono in maniera da distinguersi da altri credenti islamici: pantaloni tagliati sotto il ginocchio, tonache e turbanti specifici, capelli rasati e pizzetto. Sembra inoltre che pratichino le arti marziali, utilizzino machete e pugnali e si addestrino nelle tecniche di sottomissione.

Swahili-Sunna sarebbe diviso in piccoli gruppi insediati prevalentemente lungo le coste nord del Mozambico, aree storicamente musulmane. Ci sono segnalazioni secondo cui Swahili-Sunna gestirebbe moschee a Nangade, Mueda, Macomia, Mucojo, Pemba e Palma.

Benché la maggioranza dei musulmani mozambicani appartenga a confraternite sufi, un’interpretazione mistica dell’islam, sono tuttavia presenti anche gruppi di ispirazione wahhabita che propugna un’interpretazione ultraconservatrice dei precetti coranici. Alcuni di questi gruppi sono affiliati al Consiglio islamico del Mozambico che, assieme al Congresso islamico del Mozambico (corrente sufi), è una delle confraternite riconosciute dallo stato.

Secondo gli esperti, altre organizzazioni opererebbero invece in maniera meno istituzionale. Come, per esempio, Ahl al-Sunna che dalla fine degli anni ’90 si dichiara rappresentante di una forma di neo-sufismo. Tra questi gruppi “non ufficiali” ce ne sono alcuni che sostengono idee anti-establishment e si ergono a difensori dei diritti della popolazione più emarginata e povera delle zone rurali. Ma ad oggi, però, non si hanno informazioni sufficienti per poter affermare che Swahili-Sunna sia implicato nelle azioni contro i posti di polizia, mentre è abbastanza certo è che sia vicino al movimento wahhabita.

Il wahhabismo, va ricordato, prevede l’applicazione rigorosa della shari’a (“strada rivelata” o legge islamica che contempla pene severe, fino alla morte, per apostasia, blasfemia, adulterio, consumo di bevande alcoliche, furto e rapina), ha un atteggiamento di contrapposizione verso le istituzioni laiche ed esorta a non mandare i figli alla scuola pubblica… Al momento non circolano informazioni sulla leadership del gruppo Swahili-Sunna, ma si pensa che la sua radice derivi da predicatori mozambicani rientrati nel paese dopo aver studiato all’estero con borse di studio, in particolare in Sudan e Arabia Saudita dove il wahhabismo è radicato.

È possibile anche che queste cellule estremiste ricevano l’aiuto da una “mano esterna”. Nassurulahe Dulá, leader del Congresso islamico della città di Pemba, afferma che sin dall’inizio, all’interno di questi gruppi, sarebbero stati presenti membri provenienti dalla Tanzania. Di sicuro, nel 2016, sono stati arrestati e rimpatriati alcuni esponenti tanzaniani. 

Cadono due teste

Secondo Fernando Lima, opinionista politico mozambicano, le istituzioni mozambicane sottostimano il problema della diffusione dell’estremismo nel nord, culla dell’islam nel paese: «I politici hanno idee confuse sul comportamento che uno stato laico deve tenere in questi casi – afferma -. La comunità islamica mozambicana ha acquisito potere politico ed economico, e quindi il governo evita di connotare religiosamente certi episodi. Lo fa per opportunismo e per proteggere i propri interessi politici. Per ostacolare il fanatismo – conclude – bisogna coinvolgere la comunità islamica direttamente, lavorare nelle moschee e instaurare un dialogo con i leader religiosi».

Per ora le uniche azioni messe in atto dal governo sono state: l’approvazione in fretta e furia, a fine ottobre, di una nuova legge contro il terrorismo, che prevede pene più severe; e il repulisti operato dal presidente Felipe Nyusi nelle alte sfere della difesa. Ad essere silurati, anche se ufficialmente non per motivi legati agli attacchi di Cabo Delgado, sono stati il direttore generale del Servizio d’informazione e sicurezza, che era in carica da meno di un anno, e il capo di stato maggiore delle forze armate. A novembre, inoltre, è stata ordinata la chiusura di tre moschee a Pemba: si ritiene, infatti, abbiano avuto connessioni con il fondamentalismi islamico.

Se si trattasse veramente dell’opera di un gruppo estremista islamico, gli eventi di ottobre segnerebbero per il Mozambico l’esordio del terrorismo. Va sottolineato che il contesto socioeconomico nella provincia di Cabo Delgado è tutt’altro che tranquillo. La regione è lontana da Maputo non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista politico, economico e sociale. Le istituzioni statali sono deboli e la popolazione si sente emarginata dallo stato centrale.

C’è poi la questione delle risorse naturali. A Cabo Delgado, ci sono progetti minerari in divenire ed è già avviato il piano di sfruttamento degli enormi giacimenti offshore di gas naturale del Bacino di Rovuma, al largo delle coste nell’Oceano Indiano. Nella regione sono presenti aziende come l’italiana Eni e le statunitensi Anadarko ed Exxon Mobil. Oltre agli impianti di stoccaggio del gas e alle piattaforme, il grande progetto di sfruttamento prevede la costruzione di un porto commerciale nel capoluogo Palma. Nonostante le promesse, fino a questo momento l’impatto in termini di occupazione e di reddito è stato minimo e le comunità locali cominciano a sentirsi tradite. In questo clima sociale che non è certo dei migliori non si può escludere che l’estremismo possa guadagnare terreno.

Gli osservatori delle realtà mozambicane ritengono che, tenuto conto del retroterra sociale e religioso, il governo mozambicano non può minimizzare ciò che è accaduto in ottobre, derubricandolo a semplice banditismo.