Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di gennaio 2026.
Lo dico spesso: per conoscere davvero un paese bisogna frequentarne i luoghi oscuri, gli slum, le baraccopoli. Labirinti di vite accartocciate su sé stesse e orizzonti disperati quanto il presente. Poche aspettative, molte battaglie. Eppure quelle vite hanno un cuore e quei posti un’anima. Anima dannata ma dall’energia dirompente. Ci sono realtà così luminose e attraenti da non poterne immaginare il lato oscuro. Luoghi belli e agognati come le isole Maurizio, per esempio.
Ananda Devi, scrittrice mauriziana di origine indiana, nei suoi testi ha spesso portato alla luce angosce, tradizioni nocive, la condizione della donna e realtà dolorose che si nascondono all’ombra della bellezza. C’è un testo in particolare che rimuove il velo che nasconde le sofferenze di chi vive ai margini. È un romanzo di poco più di 100 pagine ma talmente intenso da aver ispirato un film.
Il titolo della pellicola è Les enfants de Troumaron ed esce nel 2012. Il regista è il mauriziano Harrikrisna Anenden, tra l’altro marito di Devi. Film premiato come Miglior lungometraggio al Fespaco nel 2013 e come Miglior film agli African Movie Academy Awards nel 2014. Il libro da cui è tratta la pellicola è stato tradotto in Italia da Utopia con il titolo Eva dalle sue rovine.
Partiamo da Troumaron, quindi, che sta lì a sfatare il mito che le isole Maurizio, al largo dell’oceano Indiano, siano un paradiso in terra. Certo lo sono per turisti e gente ricca, ma ci sono anche angoli bui. Troumaron è un quartiere povero di Port Louis, la capitale. Quartiere di profughi e sfollati dove abitano quattro ragazzi di 17 anni. L’autrice dà a loro parola, sono loro a raccontarsi in prima persona e a raccontare quello che li circonda.
C’è Saddiq, chiamato Sad, giovane romantico e poeta appassionato di Rimbaud. Savita, ragazza protettiva e sensibile. Clélio, ribelle e collerico sempre sul punto di iniziare una rissa. E poi c’è Eva, fulcro potente e fragile di questa storia. Una donna che usa il proprio corpo come merce di scambio, da quando ha capito di non possedere nient’altro.
Eva che si lascia amare davvero solo da Savita, destinata a non vivere a lungo, sacrificata sull’altare dell’apparente rispettabilità ma anche della vergogna di chi fa cose indecenti da posizioni di potere, in questo caso un insegnante di scuola, sfruttando le debolezze di una gioventù dai sogni rubati o repressi da sempre.
Un uomo che userà il corpo di Eva a suo piacimento e che eliminerà una scomoda testimone. La scrittura di Ananda Devi ha qualcosa di diverso, di assolutamente specifico. Frasi brevi e laceranti come lame di coltello. Realtà messe in evidenza senza alcun tentativo stilistico di nasconderne la violenza, il dolore. È tutto lì, nella scelta accurata di parole che non lasciano dubbi all’espressione di un carattere o di un sentimento.
Eva dalle sue rovine si legge tutto d’un fiato e noi donne in particolare possiamo avvertire sulla pelle – e provarne rabbia – quello che provano Savita ed Eva senza il bisogno di aver vissuto quelle esperienze. Perché – come Eva ha capito nella sua breve esistenza –: «Le mani degli uomini si impossessano di voi ancor prima di avervi toccate. Una volta che il loro pensiero si posa su di voi, vi hanno già possedute. Dire no è un insulto, perché gli state togliendo ciò che hanno già preso».
L’autrice tocca tanti temi: le società marginalizzate, il mondo dei rifugiati, la violenza di genere, il patriarcato, la povertà. E tutto si tiene attraverso le voci di quattro ragazzi che guardano il mondo bello da lontano ma vivono quello brutto da vicino.
Riscatto in brevitas
Ananda Devi, pluripremiata a livello internazionale, ha scritto decine di romanzi, storie brevi, saggi, poesie. Il suo lavoro è strettamente connesso al suo paese e alle sue storie, spesso legate all’eredità del colonialismo e della schiavitù. Le donne sono al centro di racconti di vite disperate, dolorose, segnate da sottomissione e asservimento.
Ma sono figure di incredibile potenza, capaci di non dimenticare chi sono in un mondo che le vorrebbe solo carne, corpo da sfruttare. Storie di fantasia ma tratte da vite reali. Quasi un’operazione di riscatto quella di Devi, a nome di chi non può riscattarsi.
E questo attraverso uno stile unico che negli anni ha sempre teso alla sottrazione: «Ciò che ho imparato scrivendo è l’arte di dire di più con meno». La drammaticità insita nelle cose che lei racconta non ha bisogno di fiumi di parole ma del modo giusto per dirle.