Le tue sofferenze non sono mai come le mie - Nigrizia
Conflitti e Terrorismo Gad Lerner Politica e Società
Giufá / Aprile 2026
Le tue sofferenze non sono mai come le mie
È un bisogno dell'individuo e della collettività convincersi che le sofferenze dell'altro non siano comparabili a quelle patite dalla propria gente, evitare di riconoscere al nemico lo status di vittima
02 Aprile 2026
Articolo di Gad Lerner
Tempo di lettura 3 minuti

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di aprile 2026.

Non fingerò di avere competenza in materia di psicologia, individuale o di massa. Ma nel corso di questi anni feroci – in cui sono stati perpetrati crimini di guerra documentati oltre ogni ragionevole dubbio – mi sono imbattuto di continuo in processi mentali di negazione della realtà che non smettono di impressionarmi e, in qualche misura, di angosciarmi.

È dura fare i conti con la perdita dell’innocenza. Dover ammettere a sé stessi che persone appartenenti alla propria comunità – contrassegnata dal percepirsi popolo-vittima – possano aver commesso atrocità, per molti si rivela insopportabile e dunque inaccettabile.

Vale per tanti israeliani o ebrei della diaspora, così come per i palestinesi e gli altri popoli mediorientali nuovamente precipitati in una sorta di «tutti contro tutti». Se fa tanta presa l’indottrinamento di massa che abbiamo imparato a definire «deumanizzazione del nemico», è perché corrisponde a un bisogno profondo dell’individuo e della collettività: convincersi che le sofferenze dell’altro non siano comparabili a quelle patite dalla propria gente, evitare di riconoscere al nemico lo status di vittima, preservare intatta la narrativa del proprio dolore.

Nel corso di un recente viaggio in Israele ho dialogato con persone dotate di onestà intellettuale sufficiente per ammetterlo: tali e tante sono le sofferenze, i lutti, l’angoscia che mi curvano le spalle, da non avere più spazio per farmi carico anche di quelle altrui. Ma si tratta di un grado di consapevolezza piuttosto raro.

Assai più frequente è trasecolare di fronte a interlocutori – magari impegnati nell’opposizione a Netanyahu, comunque refrattari a ogni impulso violento – capaci di elaborare versioni inverosimili della distruzione di Gaza pur di convincersi che i media occidentali ricorrano alla falsificazione per demolire la reputazione della patria che amano.

Non riescono a vedere il nesso causale fra la tragedia dei palestinesi e il revival mondiale dell’antisemitismo. Preferiscono dirsi che sia destino ineluttabile ed eterno del popolo ebraico venire odiati: ieri come oggi.

È difficilissimo misurarsi con questi meccanismi di rimozione, alimentati dal bisogno di autoassolversi. Occorrono pazienza, coraggio e spirito critico. Come dicevo, vale anche per i palestinesi.

Vi invito a leggere, nel bellissimo libro Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa fra due popoli (Feltrinelli), le pagine in cui Widad Tamimi racconta la fatica di rivelare le origini ebraiche della sua famiglia materna – profughi a suo tempo, come lo è suo padre palestinese – a persone che le devono la salvezza perché è riuscita a esfiltrarle dall’inferno di Gaza. Un gesto che richiede una doppia forma di coraggio: verso gli altri e verso sé stessa. Con una tenacia inenarrabile che tiene aperto, anche in noi, uno spiraglio di luce.


Widad Tamimi

Nata a Milano nel 1981 da padre profugo palestinese e madre di origini ebraiche, è scrittrice, attivista e operatrice umanitaria. Vive a Lubiana e dal 2014 lavora nei campi profughi, trasformando l’impegno sul campo in testimonianza letteraria. Autrice di memoir e romanzi, è una voce centrale nel dibattito italiano su diritti umani e migrazioni. Attraverso i suoi interventi, denuncia le criticità dei corridoi umanitari e analizza il conflitto israelo-palestinese ponendo l’accento sul ruolo delle donne e sulla dignità dei rifugiati.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it