Kenya / Lo sciopero
In Kenya il braccio di ferro tra docenti e governo sull’annosa questione dell’aumento dei salari sta negando ai giovani il diritto all'istruzione. Gli insegnanti scioperano dal 31 agosto, l'esecutivo dice di non avere fondi e ordina la chiusura dell’anno scolastico con 9 settimane di anticipo.

Muro contro muro: insegnanti compatti da una parte, governo schierato in difesa dall’altra. Schiacciati nel mezzo ci sono gli studenti kenyani delle scuole pubbliche ai quali lo sciopero a oltranza di maestri e professori – iniziato il 31 agosto scorso, in concomitanza con l’avvio dell’ultimo trimestre di frequenza – sta negando il diritto allo studio.
I più colpiti sono i ragazzi che dovrebbero affrontare gli esami di fine ciclo (primarie e secondarie), abbandonati a sé stessi, senza assistenza didattica e senza nemmeno la certezza di potersi presentare davanti ad una commissione.

La disputa
In Kenya la battaglia tra insegnanti e governo per un incremento dei salari si trascina da anni. Quello attuale è il dodicesimo sciopero dal 1962, anno del primo scontro sindacale. Il mese scorso il tribunale che si occupa delle controversie del settore (Industrial and labour relations Court) ha ordinato alla pubblica amministrazione di concedere ai docenti un aumento tra il 50 e il 60% distribuito su quattro anni (pari a circa 650 milioni di dollari). Tutti questi soldi nelle casse del Tesoro non ci sono, ha replicato l’esecutivo. Così i sindacati, sostenuti dall’opposizione e dalla società civile, hanno risposto intensificando la pressione sul governo. Quest’ultimo, venerdì scorso, ha reagito ordinando la chiusura dell’anno scolastico con quasi nove settimane di anticipo, il 21 settembre anziché il 13 novembre. Una circolare diretta a tutte le scuole, non solo quelle pubbliche (di fatto già ferme dopo tre settimane di sciopero) ma anche alle private.
Una misura che il ministro dell’Educazione non ha motivato e che è stata sospesa parzialmente lunedì dall’Alta Corte, che ha concesso la riapertura momentanea dei soli istituti privati, estranei al contenzioso. Le scuole pubbliche restano invece chiuse e non è chiaro il destino dei migliaia di studenti che avrebbero dovuto sostenere gli esami.
Le famiglie che hanno pagato l’iscrizione a questo ultimo trimestre nelle scuole private, minacciano ora di ricorrere alla magistratura per riavere indietro il denaro dal governo, mentre la maggior parte di quelle che mandano i propri ragazzi a studiare negli istituti pubblici, seppur provate, sostengono la battaglia del corpo docente.

Impasse economica
Il malessere crescente e il generale malcontento nei confronti dell’esecutivo, percepito – dalle fasce più povere in particolare – come una gigantesca macchina mangiasoldi, ha spinto il presidente a tenere un discorso pubblico, domenica. Un discorso dai toni populisti con cui Uhuru Kenyatta ha ribadito di non avere fondi per concedere l’aumento degli stipendi, aggiungendo che i salari attuali sono già più alti rispetto a quelli dell’Uganda e secondi solo a quelli sudafricani. Se lo Stato dovesse pagare quanto stabilito dal tribunale, ha minacciato Kenyatta, le conseguenze sarebbero un aumento della tassazione dal 16 al 21%, il taglio di programmi di sviluppo e di sicurezza, e un ulteriore indebitamento del paese.
Il salario minimo annuale di un insegnante in Kenya è di 192.000 shilling (poco più di 1.800 dollari), ma il costo della vita è cresciuto negli ultimi anni (inflazione al 6,62%). Il solo affitto di un appartamento popolare dignitoso, porta via almeno 96.000 shilling all’anno e non è raro scoprire che vi sono docenti costretti a fare un secondo lavoro per riuscire a mandare i propri figli a scuola (privata). Gli istituti privati e quelli religiosi sono, infatti, i soli in grado di garantire buoni standard di educazione e apprendimento, ma i prezzi sono inacessibili a gran parte della popolazione.

Al fondamentale settore dell’istruzione pubblica manca dignità e il disinteresse dello Stato appare in molti casi evidente. Al di fuori delle zone ricche della capitale e nelle zone rurali, gli edifici scolastici sono spesso fatiscenti, talvolta senza banchi e sedie. In alcuni casi mancano servizi igienici e acqua potabile, le lezioni si tengono all’aperto e scarseggiano strumenti didattici di base. Il rapporto tra maestri e alunni è di 1 a 50 per le primarie, di 1 a 29 per le secondarie. E la promessa pre-elettorale di Kenyatta (al terzo posto nella classifica dei presidenti più pagati del continente) di portare internet e computer nelle aule, è rimasta per lo più sulla carta.