Sudan /Italia
Nel nome della lotta all'immigrazione Roma diviene in qualche modo complice di un regime islamico autoritario, guidato da un generale golpista ricercato dalla Corte penale internazionale.

Sono ormai innumerevoli i passi che il nostro governo ha compiuto per sviluppare un’alleanza sempre più stretta, si direbbe addirittura strategica, con il regime di Khartoum. L’ultimo è stato l’incontro tra i due ministri degli Esteri, Paolo Gentiloni e Ibrahim A. Ghandour, a margine della conferenza Rome MED 2016. Nell’occasione, Gentiloni ha esplicitato in modo chiarissimo i motivi per questo crescente interesse: “Il Sudan è un attore strategico per gli equilibri regionali: un Sudan più stabile significa più pace e stabilità in Africa sub-sahariana e in Nord Africa”. “Vogliamo cooperare ancora più attivamente per sostenere il Sudan che ospita più di due milioni di rifugiati e contrastare insieme le migrazioni irregolari”.  

Non sono dichiarazioni senza senso. Il nostro ministro degli esteri non ha torto nel considerare il Sudan un paese chiave nella regione e nelle dinamiche del mondo globale contemporaneo, e in particolare nei processi migratori. Il problema, però, è l’alleato: il regime islamista di Khartoum che, da poco meno di tre decenni, gioca su diversi tavoli e a carte che vorrebbe tenere coperte il più possibile. Scopo: portare avanti la realizzazione del programma politico del partito di governo, il National Congres Party, salito al potere – con il nome di Fronte islamico nazionale – con un colpo di stato militare nell’ormai lontano 1989. E’ stato il primo caso di presa del potere di un partito che si ispirava, e continua ad ispirarsi, alle teorie del Fratelli Musulmani, che si proponeva, e continua a proporsi, l’arabizzazione e l’islamizzazione del paese prima, e parallelamente l’esportazione del progetto nella regione. E’ chiaro che un programma politico basato sull’esclusione della maggioranza dei suoi cittadini, che non sono né arabi né arabizzati e sono sì musulmani ma ben lontani dalle teorie dell’islam politico dei Fratelli Musulmani, non può portare stabilità nel paese. E se si propone poi di divulgarlo nella regione, sarà causa di instabilità crescente anche fuori dai suoi confini. E comunque è evidente che il fine ultimo del gioco è il controllo delle risorse del paese, usando in modo strumentale l’ideologia dell’islam politico.

Conflitti strumentali

Non è un caso che dal 1989 non ci sia stato un solo giorno di pace nel paese. Oggi sono ancora aperti tre conflitti sanguinosi in regioni estese, popolose, fertili e ricche di risorse naturali: il Darfur, il Sud Kordofan e il Blue Nile. Conflitti che hanno espulso centinaia di migliaia di rifugiati, la maggior parte ospiti in campi profughi nei paesi confinanti – Ciad, Sud Sudan ed Etiopia -, ma circa 10.000 quest’anno sono arrivati anche sulle nostre coste, il 7% del totale degli arrivi, e il numero è in costante crescita. Se si ha l’occasione di passare qualche giorno in quei campi profughi confinati in regioni isolate ed inospitali, e si apprezza il tempo passato bevendo tè con i leader comunitari, si ascolta un coro unanime: “Ci hanno cacciato premeditatamente; i bombardamenti continui alle nostre spalle ci spingevano fuori dal paese; la nostra terra è stata data a gruppi etnici arabizzati e fedeli al regime; non abbiamo più una casa dove tornare; i nostri ragazzi sono lasciati senza istruzione; quando la guerra sarà finita non potranno giocarsi la vita alla pari con gli altri e dunque saremo ancora una volta cittadini di serie B; in particolare non avremo nuovi leader e la nostra esclusione dal governo del paese sarà totale”.

Libertà d’espressione soffocata

Quanto ai diritti umani e di cittadinanza, chi la pensa diversamente non ha modi sicuri per farsi sentire. Nei giorni scorsi una trentina di edizioni di giornali dell’opposizione sono state sequestrate in tipografia. 40 sono i leader di partiti d’opposizione e di organizzazioni della società civile arrestati nelle scorse settimane, per tarpare le ali sul nascere alle proteste scatenate da provvedimenti governativi che hanno fatto schizzare alle stelle i prezzi dei beni di prima necessità. L’obiettivo del governo era affrontare una crisi economica sempre più grave. Ma la crisi, dicono economisti sudanesi, è dovuta anche, se non soprattutto, alla decisione di utilizzare gran parte del budget del paese per la sicurezza, cioè per l’esercito che combatte i suoi stessi cittadini e per l’apparato dei servizi, onnipresente, onnipotente e autoreferenziale.

Ruolo destabilizzante

Se si considera poi il ruolo del Sudan nella stabilità regionale, analisti esperti dell’area e ricercatori qualificati sostengono che Khartoum non sia estranea al caos in Centrafrica. Armi sicuramente transitate da Khartoum, o addirittura fabbricate nelle fabbriche di materiale bellico di proprietà del governo sudanese, sono state consegnate ai miliziani islamici Seleka, che, scontrandosi con i Balaka, hanno messo a ferro e fuoco il paese. Qualcuno sostiene addirittura che i Seleka hanno avuto da Khartoum anche training e orientamento politico/ideologico. Quanto alla Libia, numerose sono le prove di un supporto ai gruppi più radicali nei primi anni del conflitto, e in particolare al governo islamista di Tripoli. Senza parlare dell’aiuto costante ai gruppi armati sud sudanesi che, fin dall’indipendenza del paese nel 2011, hanno alimentato una crescente instabilità in vaste regioni, facendo da terreno di coltura per la guerra civile. E infine è ormai certo che il Sudan ospita quello che rimane del gruppo terroristico ugandese Lord Resistance Army e il suo capo, Joseph Kony, che continua a devastare estese regioni tra la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan.

Quale può essere la credibilità di un tale governo, come elemento di stabilità nella regione? E quale influenza può avere l’Italia nel modificare, seppur minimamente, un programma politico che ha l’instabilità e la conflittualità nella sua stessa essenza? E che per di più si sta rafforzando anche in altri paesi della regione, vedi per certi aspetti la Somalia, e del Medio Oriente, vedi la Turchia, nonostante, o forse grazie ad alleanze dovute, per quel che si vede, ad interessi a brevissimo termine.

L’opposizione sudanese è sicura che il regime farà tesoro dei training, della tecnologia e dei finanziamenti italiani ed europei per gestire i flussi migratori e li utilizzerà anche, se non soprattutto, per meglio controllare il suo proprio territorio e i suoi propri cittadini. L’opposizione è anche certa che, nell’aver scelto il regime sudanese come alleato chiave nella regione, l’Italia e l’Europa si sono scelte anche il proprio ricattatore. Una prova generale si è già avuta con la richiesta di maggior sostegno da parte di una tristemente nota milizia paragovernativa, le Rapid Support Forces, cui è stato affidato il controllo dei confini settentrionali del paese, pena l’intensificarsi della folla dei migranti e dei profughi sulle nostre coste.