Export militare
L’Italia continua a vendere armamenti a paesi in guerra e a regimi autoritari. Con un’accelerazione verso Medio Oriente e Nordafrica negli ultimi cinque anni. Nonostante ci sia, dal 1990, una legge sul controllo dell’export militare. Il rapporto della Rete italiana per il Disarmo.

“Le armi italiane uccidono in tutto il mondo”. Era lo slogan di una mobilitazione della società civile negli anni ’80, che nel 1990 portò all’approvazione di una legge per controllare le esportazioni di armamenti made in Italy. Da allora, tuttavia, l’Italia ha continuato a vendere armi a paesi in guerra e a regimi autoritari, con un trend decisamente in crescita dal 2005 in poi.

Lo rivelano i dati diffusi dalla Rete italiana per il Disarmo in occasione del 25° anniversario dell’approvazione della Legge 185/1990 “sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.

Dal rapporto, presentato il 9 luglio nella sala stampa della Camera, emerge che negli ultimi 25 anni l’Italia ha autorizzato esportazioni di armi per un valore di 54 miliardi di euro, mentre sono stati consegnati armamenti per oltre 36 miliardi di euro. Se, tra i singoli paesi destinatari di armamenti italiani, ai primi posti figurano gli Stati Uniti (4,5 miliardi di euro) e il Regno Unito (4 miliardi), stati alleati dell’Italia, il rapporto mette in evidenza che le armi prodotte nel nostro paese sono state vendute a nazioni in conflitto come India (1,6 miliardi) e Pakistan (1,2) e alle forze armate di regimi autoritari come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi), gli Emirati Arabi Uniti (3,1), la Turchia (2,6), ma anche Siria, Kazakistan e Turkmenistan; così come armi italiane sono state esportate in paesi con un indice di sviluppo umano basso come il Ciad, l’Eritrea e la Nigeria.

Uno scenario che stride con i principi della legge 185 che prevede, tra l’altro, il divieto di esportazione verso paesi in stato di conflitto armato o paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani.

Alimentiamo le guerre

In relazione alle zone geopolitiche nelle quali sono state destinate le armi italiane, considerando l’intero arco di tempo di 25 anni, al primo posto troviamo l’Unione Europea con il 35,9% delle esportazioni (pari a più di 19,4 miliardi di euro), seguita dal Medio Oriente e dal Nordafrica (23,2% pari a 12,5 miliardi di euro) e dell’Asia (15,4% pari a 8,3 miliardi). Questi dati, tuttavia, cambiano radicalmente se ci si sofferma sugli ultimi cinque anni: dal 2010 al 2014, infatti, le armi italiane hanno raggiunto soprattutto i paesi del Medio Oriente e del Nordafrica (35,5% del totale), seguiti dai Paesi dell’Ue (24,5%) e Asia (16,2%).

Scendendo nei dettagli delle esportazioni negli ultimi cinque anni, al primo posto troviamo l’Algeria (a cui l’Italia ha venduto una nave anfibio da guerra, la Kalaat Beni-Abbes), seguita dall’Arabia Saudita, dagli Stati Uniti e dagli Emirati Arabi Uniti.

«I numeri non mentono e parlano di armi che vanno a finire nelle regioni tra le più turbolente del globo – ha detto Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere e le politiche di sicurezza (Opal) di Brescia –. È chiaro dunque in che direzione stiano andando gli affari dell’esportazione militare italiana».

Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo: «Stiamo parlando di armi. Siamo quindi in un terreno sul quale non possiamo certo agire con leggerezza. Secondo la legge e secondo il buonsenso l’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese; ma negli ultimi anni la direzione è invece stata principalmente quella degli affari», con oltre la metà delle esportazioni in direzione di paesi al di fuori delle principali alleanze politico militari dell’Italia, e cioè nazioni non appartenenti all’Ue o alla Nato.

«Non possiamo lamentarci – ha concluso Vignarca – che il Mediterraneo e il Medio Oriente siano una polveriera di conflitti quando siamo anche noi responsabili di molte delle forniture di armi, vera benzina che poi va ad alimentare il fuoco delle guerre».

Sotterfugi

A 25 anni dall’approvazione di una legge per la quale in molti si sono battuti con tenacia, il bilancio è dunque deludente. Secondo la Rete italiana per il Disarmo, la ragione risiede soprattutto nella progressiva perdita di trasparenza: oggi le relazioni del governo al parlamento non consentono più di sapere con esattezza le caratteristiche della vendita di armi e l’appoggio dato dalle banche.

Un fatto – sostiene la Rete, che nei giorni scorsi ha scritto al governo per chiedere un’inversione di rotta – che ha favorito soprattutto i gruppi bancari esteri, come BNP Paribas e Deutsche Bank, le quali, a differenza di gran parte delle banche italiane, non hanno adottato politiche di responsabilità sociale riguardo ai finanziamenti all’industria militare e ai servizi per esportazioni di armi.

«La legge 185/1990 rappresenta un testo molto avanzato. Purtroppo è stata svuotata e finora non è riuscita nel suo intento di far sì che le armi italiane possano essere esportate solo in paesi che offrono garanzie. Solo la scorsa estate, per esempio, l’Italia consegnava due cacciabombardieri a Israele: si era alla vigilia degli attacchi israeliani sulla striscia di Gaza», è il commento di Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

“Le armi italiane uccidono in tutto il mondo”. Oggi, come venticinque anni fa.

Nella foto in alto la “Kalaat Beni-Abbes”, nave anfibio da guerra, costruita da Fincantieri e venduta all’Algeria nel 2014, è lunga143 metri, larga 21,5 metri e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate. Può trasportare oltre 600 persone (152 membri d’equipaggio, 12 addetti al servizio volo e 430 marines), 15 carri armati o 30 tank blindati leggeri e 5 elicotteri da combattimento di medie dimensioni. Il sistema d’armamento, prodotto dal gruppo Finmeccanica, include i missili antiaerei a corto raggio Aster 15 (Mbda-Thales-Finmeccanica) e i cannoni Oto Melara da 25 e 76 mm. Le apparecchiature elettroniche includono il radar Empar prodotto da Selex ES (altra impresa italiana del gruppo Finmeccanica), il sistema di rilevamento e guerra elettronica SCLAR-H (Oto Melara) e il sistema di gestione combattimento “Athena-C” (Selex ES).

 

Nella foto sopra da sinistra a destra Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere e le politiche di sicurezza (Opal) di Brescia e Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo.