Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016
Nel grande mare delle informazioni e delle opinioni che accompagnano il dibattito pubblico sulla cosiddetta “emergenza migranti”, la diffusione periodica di rapporti contenenti dati e statistiche in merito aiuta a orientarsi e a tenere i piedi per terra. L' ultimo pubblicato è il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia, presentato alcuni giorni fa a Roma.

Dopo il Dossier statistico immigrazione pubblicato il mese scorso, è stato presentato il 16 novembre a Roma il terzo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016, realizzato da Anci, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e dal Servizio Centrale dello Sprar, in collaborazione con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Il Rapporto fotografa alcuni aspetti della protezione internazionale in Italia, confrontandoli con quanto di analogo avviene in Europa e volgendo uno sguardo al mondo per cercare di capire cause e dimensioni del fenomeno.

Molti minori non accompagnati
I dati raccolti, riferiti all’anno 2015 e a buona parte del 2016, parlano di oltre 65 milioni di migranti forzati nel mondo, di cui più della metà ha meno di 18 anni. Molti bambini e ragazzi viaggiano da soli: in Italia, i minori stranieri non accompagnati costituivano circa il 13% degli arrivi dello scorso anno, il 75% del totale dei minori sbarcati, con tendenza crescente per il 2016. La loro situazione è uno degli aspetti più preoccupanti dell’accoglienza nel nostro paese: «Allo stato attuale, con un gravissimo ritardo di quasi due anni, il percorso di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati risulta ancora carente, non strutturato e definito», si legge nel rapporto.

Categorie vulnerabili e rischio sfruttamento
Una sezione specifica della pubblicazione è dedicata al tema della salute mentale in relazione all’immigrazione. Questo aspetto, infatti, è ricorrente nella letteratura medica ma viene quasi ignorato nelle pratiche di accoglienza. Inoltre, è importante che il sistema sia efficace anche per questioni di sicurezza: «una persona lasciata al suo destino diviene facilmente oggetto di attenzioni da parte della criminalità che non di rado utilizza i canali dell’asilo per far proliferare i propri traffici. Questo è accaduto e purtroppo ancora accade con le vittime di tratta per sfruttamento sessuale e sta accadendo anche sul fronte dello sfruttamento lavorativo».

Serve il supporto dell’Europa
Molto spazio è dato all’aspetto normativo e politico. Oltre alle leggi di riferimento e ai cambiamenti recenti in quest’ambito, vengono indicate incongruenze su cui sarebbe opportuno intervenire: ad esempio, si ricorda che «l’unico strumento previsto dall’Agenda europea che ad oggi ha trovato un’effettiva attuazione sono i centri all’interno dei quali è stato assunto l’approccio Hotspot, i quali sono parte di un sistema respingente che non di rado nega l’accesso alla procedura di protezione internazionale». Proprio le irregolarità e le violenze verificatesi nell’ambito di tale approccio Hotspot sono state recentemente al centro di un rapporto di Amnesty International che ha scatenato numerose polemiche.

Un futuro incerto
Quel che è certo è che «in tanta confusione e indeterminatezza, a pagarne le spese sono i migranti», continua il rapporto, aggiungendo: «Ci preoccupa, soprattutto negli ultimi mesi, l’incremento esponenziale dei dinieghi (circa il 60%) pronunciati dalle Commissioni territoriali competenti sulle istanze per il riconoscimento della protezione internazionale (asilo o protezione sussidiaria) o umanitaria, e il corrispondente innalzamento del livello di tensione nei centri di accoglienza variamente denominati (Cara, Hub, Centri Sprar, Centri di prima accoglienza o di accoglienza straordinaria) nei quali i migranti rimangono in attesa di una decisione sul loro status».

Proposte e buone pratiche
Il rapporto indica quindi la strada da seguire per rendere davvero efficace il sistema di accoglienza, ancora troppo caotico e affidato in molti casi al terzo settore o al volontariato. Il documento contiene numerose proposte concrete per colmare le lacune emerse. L’invito, ormai corale tra gli addetti ai lavori, è quello di abbandonare l’approccio emergenziale e sviluppare strategie di lungo periodo, ricordando che «quanto più l’integrazione si realizza a partire dal coinvolgimento di tutti, tanto più questa produce un effetto positivo nel ridurre diffuse derive xenofobe».