Dal colonialismo ai respingimenti
Le dichiarazioni e le provocazioni del leader libico Gheddafi per la prima volta in Italia permettono a riaprire il capitolo del colonialismo italiano, troppo spesso censurato e poco approfondito anche nelle scuole. Ma fondamentale per capire i rapporti tra i due paesi. L’intervista a Marina Medi, coautrice di un libro sul passato coloniale dell’Italia: “Il lontano presente”.

Nei giorni della visita in Italia del colonnello Gheddafi e nelle settimane della campagna di proteste «Io non respingo», analizziamo i rapporti tra Italia e Libia scegliendo gli occhiali della storia. Lo facciamo insieme a Marina Medi, formatrice del Cres (Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo) nell’ambito scolastico di Mani Tese, autrice con Anna di Sapio del volume Il lontano presente: l’esperienza coloniale italiana. Storia e memoria tra presente e passato, da poco pubblicato dalla casa editrice EMI.

Marina, in questi mesi si dibatte di politiche di respingimento, accordi Italia-Libia, violenze e sfruttamento a cui sono sottoposti i migranti che arrivano in Libia e da lì partono con destinazione Lampedusa. Nelle relazioni Italia-Africa, però, pesa ancora il passato coloniale, che nel nostro paese resta ancora in larga parte dimenticato. Come modificare tutto ciò?

Esistono due piani importanti che non devono essere confusi: il primo è legato al fenomeno dell’immigrazione degli ultimi anni. Rispetto ad esso, i rapporti tra Italia e Libia devono trovare un strategia di cooperazione che non può essere quella attuale: non si devono attuare respingimenti e occorre ricordare che la politica della Libia è terribile. Dall’altra parte, c’è il piano storico: è estremamente importante che emerga che l’Italia ha attuato un’assoluta censura rispetto al colonialismo. La realtà che tutti sperimentiamo – anche su noi stessi – è che del colonialismo italiano non si sa nulla, non si sa cosa è stato, cosa è avvenuto, quali conseguenze ha avuto. La generazione che si è formata nel secondo dopoguerra ignora ciò che è successo. La politica non si è presa le proprie responsabilità, non ha accettato le richieste di riparazione. Il simbolo più grave è l’immagine degli italiani brava gente, non razzisti né colonizzatori. Mi è capitato di fare corsi con insegnanti di storia che non sapevano nulla del colonialismo italiano. Lo stesso vale per i mass media: i film più importanti non sono circolati. È importante ricordare questo passato, ritornare su questo tema. Inoltre, spesso si parla di colonialismo abbinandolo al fascismo: invece è importante sottolineare che il colonialismo è iniziato in periodo liberale ed è cominciato prima del fascismo. È fondamentale recuperare il ricordo, restituire alla Libia i danni di guerra che da decenni richiede e a cui non abbiamo risposto. Dall’altra parte, non si può dimenticare il problema attuale dell’emigrazione internazionale e dei respingimenti.

Cosa significa guardare con l’occhio della storia il colonialismo italiano?

Vuol dire innanzitutto capire quanto di quest’ideologia ha segnato l’immaginario di massa. Fino alla II guerra mondiale, il colonialismo era una delle ideologie prevalenti: l’idea che dovessimo esportare la cultura italiana ritenuta superiore verso popoli considerati alla stregua di animali. Non si può tralasciare che l’Italia ha perso le sue colonie non per una critica interna alla colonizzazione o grazie a movimenti d’indipendenza, ma perché ha perso la guerra: non c’è stato, quindi, un movimento di ripensamento del colonialismo. Si è censurato il passato come se non fosse mai avvenuto. Ora se ne parla nei manuali di storia, ma ancora molto poco e una riflessione reale su cosa è stato il colonialismo non c’è.

Il vostro volume è corredato da un’ampia antologia di testi letterari di scrittori provenienti dalle ex colonie italiane in Africa oppure nati in Italia ma di origine africana, con testi di Gabriella Ghermandi e Igiaba Scego, solo per citarne alcuni. Come la letteratura e le voci intime e private su quell’epoca possono aiutare oggi ad affrontare con uno sguardo diverso il fenomeno dell’immigrazione?

Anche per il colonialismo, la percezione del vissuto, la comprensione emotiva, psicologica è importante. Ci permette di capire che non esistiamo solo noi ed è un modo diverso per avvicinarsi agli immigrati. Non ci rendiamo davvero conto di cosa significa per i libici chiederci riparazioni e cosa significa per gli immigrati arrivare in Italia.

Cosa dire ai giovani che studiano la storia del ‘900 in classe e che vedono il governo accogliere Gheddafi?

Nella scuola l’unico modo di affrontare l’attualità è di non essere superficiali, di fornire approfondimenti che diano ai ragazzi strumenti critici. Il problema per gli insegnanti è che i temi da affrontare sono tanti: il rischio è che gli studenti rispondano con un rifiuto di ogni problematica globale oppure si nascondano in slogan semplicistici. Ma questo è anche il problema del nostro tempo così complesso, anche nel fenomeno dell’immigrazione.