È forse iniziata una nuova primavera nei rapporti tra Italia ed Eritrea? Sembrerebbe di sì, a giudicare da quanto è avvenuto in pochi mesi.
Nel gennaio del 2024 la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato il presidente eritreo, Isaias Afwerki, durante il Summit Italia-Africa, organizzato a Roma per il lancio del Piano Mattei.
Nelle settimane successive la delegazione eritrea ha visitato impianti produttivi, centri di ricerca, aziende agricole in varie regioni, partecipando ad incontri su temi riguardanti investimenti e cooperazione bilaterale.
Pochi mesi dopo, il 18 aprile, Edmondo Cirielli, viceministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, dichiarava ad Agenzia Nova che il suo sogno nel cassetto era che “l’Italia fosse il primo paese occidentale a concludere un accordo almeno biennale con l’Eritrea, un paese che vive una fase di isolamento internazionale”.
Chissà perché, sarebbe stato da chiedere al viceministro, tanto per avere un’indicazione delle ragioni per le aperture politiche del governo italiano verso l’isolato paese africano. Ma Agenzia Nova non glielo ha chiesto, o almeno l’articolo citato non lo riporta.
In marzo era stato il ministro alla Difesa, Guido Crosetto, a dichiarare davanti alle commissioni Esteri e Difesa della Camera riunite, che il presidente eritreo aveva dato “segno di aperture interessanti ad una cooperazione strutturata”. Dunque anche militare, sembra di capire.
Nei mesi successivi si sono succedute diverse delegazioni. L’ultima è della fine di luglio di quest’anno. Composta dal ministro dell’Agricoltura Lollobrigida e dal viceministro Cirielli, ha definito il quadro di riferimento e la programmazione delle prossime azioni di cooperazione. Il documento è stato firmato ad Asmara da Cirielli e dal ministro eritreo per il Commercio e l’Industria, Nesredin Mohammed Saleh, alla presenza del presidente Isaias Afwerki.
Vedremo come andrà a finire. Speriamo non come la prima primavera, che finì in modo disastroso.
I rapporti di Roma con il FPLE
Grandi aperture italiane all’Eritrea si ebbero all’indomani dell’indipendenza dall’Etiopia, acquisita di fatto nel maggio del 1991 e di diritto nell’aprile del 1993, dopo un referendum monitorato dall’ONU.
L’Italia fu tra i primissimi paesi a riconoscere e a stabilire relazioni diplomatiche con il nuovo paese. Arrivò dopo l’Etiopia, da cui aveva scelto la secessione, e lo Yemen. Fu terza a pari merito con l’Argentina. Era il 24 maggio 1993, giorno scelto dal governo di Asmara come festa nazionale della liberazione.
Chi seguiva in quegli anni le relazioni tra il governo italiano e il fronte (Fronte popolare per la liberazione dell’Eritrea – FPLE) che portò il paese all’indipendenza, giudicò la decisione un salto velocissimo, e per certi aspetti sorprendente, sul carro del vincitore. Negli anni della lotta di liberazione i rapporti e il sostegno, almeno ufficialmente, erano tutti per l’Etiopia, allora governata dal regime comunista e sanguinario del Derg, guidato dal colonnello Hailé Mariam Menghistu, ora esiliato di lusso in Zimbabwe.
Certo in Italia l’FPLE aveva una rappresentanza, a Roma, importanti uffici delle organizzazioni di massa, ad Arese, non lontano da Milano, e un’agibilità consolidata che consentì incontri della diaspora con migliaia di partecipenti da tutto il mondo. Il meeting si svolse prima a Pavia e poi a Bologna per circa due decenni, alla presenza di molti leader che venivano anche dai campi di battaglia e dalle trincee che difendevano le zone liberate dell’Eritrea.
Dunque, al di là dell’ostracismo ufficiale, ci dovevano essere significativi rapporti delle autorità italiane con il fronte di liberazione, lo stesso che è ancora al potere ad Asmara.
Cooperazione soffocata dal regime
Le relazioni nei primi anni dell’indipendenza eritrea furono caratterizzate da un generale interesse italiano a supportare lo sviluppo del nuovo paese, in modi e forme diverse, e da una crescente diffidenza eritrea.
Gli esempi potrebbero essere molteplici. Chi scrive si limita a citare solo alcuni di quelli che conosce personalmente.
Ad esempio, ebbe notevolissimi problemi ad iniziare l’attività un gruppo di operatori dell’informazione (alcuni dei quali da sempre militanti delle organizzazioni del FPLE) sostenuto da un progetto di cooperazione del comune di Milano, indirizzato ai rifugiati eritrei che volevano rientrare nel paese.
L’iniziativa facilitava un ritorno qualificato, fornendo l’attrezzatura necessaria e una formazione tecnico-artistica di qualità per iniziare un’attività di produzione video. Dopo le difficoltà iniziali, lo studio ha continuato ad avere problemi che ne hanno limitato lo sviluppo. L’infomazione in Eritrea è strettamente controllata dal governo che non vede di buon occhio iniziative private.
Appena dopo l’indipendenza nacque un’associazione di amicizia Italia-Eritrea, formata in grandissima maggioranza da eritrei residenti in Italia, volta soprattutto a favorire investimenti nel paese. Ebbe un successo limitatissimo mentre alcuni dei suoi membri ebbero problemi notevoli in Eritrea, dovuti a questioni finanziarie di vario tipo, ma causate soprattutto dalla volontà del governo di controllare strettamente ogni affare che si sviluppava nel paese.
Ad Asmara negli anni 2000 circolavano molte voci relative ad investimenti di notissimi imprenditori italiani per la bonifica della discarica della città, che ammorbava l’aria e tagliava il respiro di chi si avviava alla costa del Mar Rosso e alle isole Dalhak, mete turistiche giustamente considerate un volano per lo sviluppo del paese. Non risulta che se ne sia fatto niente, almeno con i finaziamenti italiani di cui si vociferava.
Circolavano anche piante di grossi investimenti turistici sulla costa. Il titolare del progetto, un eritreo naturalizzato italiano che vantava il sostegno del governo eritreo e di importanti finanziatori italiani, ha dovuto lasciare il paese inseguito da accuse di genere e peso diverso, chissà quanto fondate.
Pochi esempi tra i moltissimi possibili che mostrano una generale difficoltà a trovare un comune interesse anche in affari concordemente identificati, e una ferma volontà del governo eritreo di tenersi saldamente in mano la direzione, le redini e i proventi dello sviluppo sociale, culturale ed economico.
Un atteggiamento rigido e dirigistico che ricorda quello dei paesi comunisti dopo la seconda guerra mondiale, molti dei quali già alla fine del secolo scorso avevano cambiato direzione. Non per niente l’Eritrea è stata spesso paragonata all’Albania di Enver Hoxha e alla Corea del Nord.
Diplomatici e ONG cacciati, chiusa la scuola italiana di Asmara
Quella stagione finì nel 2001 con l’espulsione dell’ambasciatore italiano Antonio Bandini, per aver chiesto spiegazioni sull’arresto di numerosi dissidenti a nome dei paesi dell’Unione Europea, che in quel momento rappresentava. Nel 2006 toccò a Ludovico Serra, primo segretario dell’ambasciata, arrestato nonostante il suo status diplomatico ed espulso in poche ore.
Poche settimane prima erano state invitate a chiudere le attività sei ONG italiane che avevano molto lavorato a supporto della popolazione durante l’emergenza causata dalla guerra di frontiera con l’Etiopia (1998/2000) grazie ad un consistente fondo italiano. L’anno precedente, per problemi con le autorità eritree, era stato ritirato il contingente di carabinieri partecipanti alla missione dell’ONU, UNMEE, per il monitoraggio dell’accordo di pace firmato ad Algeri nel dicembre del 2000.
Tra il 2020 e il 2021, dopo anni di tensioni, venne chiusa la storica scuola italiana di Asmara, che tanto aveva contribuito alla formazione di giovani eritrei che potevano affrontare con solide basi gli studi universitari. Un’istituzione che costituiva un vero legame culturale tra i due paesi.
Alleanze rifiorite all’ombra del Piano Mattei
Il governo Meloni non può non sapere. Uno dei protagonisti della crisi diplomatica fu Alfredo Mantica, di Alleanza Nazionale, sottosegretario al ministero degli Affari Esteri dal 2001 al 2006, nel secondo e terzo governo Berlusconi.
Il nostro governo non può non aver valutato il rischio che comporta lo sbandierare rapporti privilegiati con un governo che dal 2001 non ha di certo migliorato le proprie politiche, e le proprie performance, sia all’interno che nella regione e nel contesto internazionale.
E allora perché? Forse nella destra italiana è ancora viva l’immagine della colonia primigenia. O forse tra governi autoritari ci si intende. Oppure, più probabilmente, si tratta di uno scambio di favori.
Un’indicazione può venire dal documentario recentemente trasmesso dalla RAI: La grande bugia. Eritrea andata e ritorno.
La grande bugia sarebbe quella della fuga dal loro paese dei giovani eritrei costretti ad una ferma militare senza fine e che sentono di non avere un futuro a casa. Moltissimi sono approdati e continuano ad approdare sulle nostre coste dopo aver subito abusi inenarrabili nelle mani dei trafficanti e nei centri di detenzione libici e rischiando la vita sulle carrette del mare con cui sono costretti ad attraversare il Mediterraneo.
Per gli autori del documentario sono tutte storie. In realtà si tratta di migranti economici che sfruttano la cattiva immagine che grava sul loro paese per chiedere la protezione dello status di rifugiato. La manipolazione della realtà veicolata dal documentario ha suscitato reazioni nella comunità eritrea italiana e tra chi conosce la realtà del paese.
Ma la narrazione veicolata dal documentario è strumentale sia per l’Eritrea, la cui immagine ne esce decisamente migliorata, sia per uno dei punti qualificanti del programma del governo Meloni, le politiche migratorie.
Si può scommettere che il prossimo passo sarà dichiarare l’Eritrea paese sicuro – e in via di deciso svilippo grazie agli accordi con l’Italia che, visti i precedenti, chissà se mai decolleranno – e rimandare a casa chi ne è fuggito.
Poi la premier potrà mettersi un altro bel fiorellino all’occhiello, sorvolando sul suo profumo letale.