Così Eni, Snam, Sace e Intesa hanno ignorato la crisi climatica
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Il rapporto di ReCommon su dieci anni dall'Accordo di Parigi
L’Italia dei fossili: così ENI, SNAN, SACE e Intesa hanno ignorato la crisi climatica
Dal 2015 a oggi: 6,39 miliardi di barili estratti, 40mila km di gasdotti, 22 miliardi di euro in garanzie pubbliche e 11 miliardi di dollari in prestiti. Mentre i governi promettevano di limitare il riscaldamento a 1,5°C, le principali aziende e istituzioni finanziarie del paese facevano esattamente l'opposto
07 Novembre 2025
Articolo di Luca Manes di ReCommon
Tempo di lettura 4 minuti
Credito: Claudia Rolando

Chi si è messo di traverso per far sì che l’Accordo di Parigi, che i governi del mondo trovarono 10 anni fa per provare a contrastare efficacemente la crisi climatica, venisse ostacolato?

I soliti noti, verrebbe da dire leggendo l’ultimo rapporto di ReCommon Dieci anni perduti – Come i protagonisti dell’estrattivismo fossile italiano hanno minato l’Accordo di Parigi.

Alla COP21 tenutasi nella capitale francese i paesi firmatari dell’accordo, compresa l’Italia, avevano promesso di «tenere le temperature ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali».

L’associazione da anni conduce campagne e inchieste sulle principali aziende fossili italiane, ENI e SNAM, ma anche sulle istituzioni finanziarie come Intesa Sanpaolo (la più importante banca del nostro paese) e SACE (l’assicuratore pubblico, che ha a disposizione miliardi di fondi pubblici). 

Eni senza freni

Dalla COP21 di Parigi, in Italia si sono succeduti cinque governi ed ENI ha prodotto in totale circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando ogni anno la propria volontà di aumentare la produzione di combustibili fossili almeno fino al 2030.

Così la più importante multinazionale italiana potrebbe sforare del 73% (2024) e dell’89% (2025) i parametri previsti dagli scenari di zero emissioni nette (NZE) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia per raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi. 

Il lavoro di lobby di SNAM

Nello stesso lasso di tempo, SNAM e le altre grandi società di trasporto del gas hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles, riuscendo a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione europea per discutere i loro progetti di gasdotti da costruire o acquisire.

La società di San Donato Milanese è divenuta in pochi anni il più grande operatore della rete di trasporto del gas in Europa per infrastrutture controllate, corrispondenti a oggi a una rete di oltre 40mila chilometri di gasdotti, terminal di rigassificazione per 28 miliardi di metri cubi di capacità annua gestita, depositi di stoccaggio per 16,9 miliardi di metri cubi.

Piani di investimento incentrati su petrolio e gas che non sarebbero possibili senza la mediazione e il supporto delle istituzioni finanziarie, a partire da quelle pubbliche.

Tutti “assicurati”

Come già accennato, SACE è l’agenzia di credito all’esportazione italiana, controllata dal ministero dell’economia e delle finanze. Il suo ruolo è quello di rilasciare garanzie – cioè un’assicurazione pubblica – sia alle aziende, i cui progetti all’estero possono essere assicurati, sia alle banche commerciali, per garantire i prestiti ai progetti esteri delle aziende.

Negli ultimi 10 anni, SACE ha accordato garanzie per il settore dell’energia fossile pari a 22,18 miliardi di euro. È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale.

Intesa Sanpaolo finanzia

C’è, infine, il più grande gruppo bancario privato italiano: Intesa Sanpaolo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel solo 2024 i finanziamenti a carbone, petrolio e gas da parte della banca di Corso Inghilterra sono aumentati del 18% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 11 miliardi di dollari, mentre gli investimenti sono saliti del 16% (10 miliardi a inizio 2025). ENI si conferma come la corporation fossile più finanziata da Intesa Sanpaolo; forte è anche la crescita del sostegno a Snam (+60% negli investimenti e +96% di finanziamenti nel 2024).

La COP30 parte con cattivi auspici

Purtroppo anche gli altri attori fossili internazionali, troppo spesso “aiutati” dai loro governi, dall’Accordo di Parigi hanno continuato il loro business as usual, a danno del pianeta.

La COP30 che sta per iniziare in Brasile non si apre certo sotto dei buoni auspici, al netto della solite ambizioni del paese ospitante. Il mondo aspetta ancora un cambio di passo sulla lotta alla crisi climatica, che gioco forza dovrà comportare che i responsabili del disastro, in primis i giganti fossili, paghino per quanto provocato da decenni di loro attività. 

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