Si cuce la bocca in carcere: vuole scontare la pena in Libia
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La vicenda di Khashiba, ex calciatore libico condannato a 30 anni come scafista
Italia: si cuce la bocca dopo 11 anni di carcere e un accordo Roma-Tripoli mai applicato
Arrestato con altri 7 nel 2015 per la strage di Ferragosto dove morirono 49 persone. Oggi protesta per le condizioni carcerarie, rifiutando cibo e acqua, con le labbra sigillate da ago e filo. Vuole scontare la pena in patria, come prevede un trattato del 2023. Un altro “ex calciatore” condannato per lo stesso reato, Alaa Faraj, ha scritto in carcere un libro diventato caso editoriale
14 Aprile 2026
Articolo di Gianni Ballarini
Tempo di lettura 7 minuti

Mohannad Nouri Khashiba è detenuto in un carcere italiano da quasi undici anni. Qualche settimana fa ha deciso che le parole non bastassero più. Si è cucito la bocca con ago e filo e ha iniziato uno sciopero della fame e della sete, rifiutando qualsiasi forma di nutrimento.

In un video diffuso dai familiari, appare con il volto tumefatto e spiega il gesto: è una protesta contro l’isolamento e le condizioni di detenzione. Ma soprattutto contro un accordo firmato, ratificato e poi rimasto lettera morta.

Khashiba vuole tornare in Libia a scontare il resto della pena. Roma e Tripoli hanno firmato nel settembre del 2023 un accordo per il trasferimento dei detenuti. Il parlamento italiano lo ha ratificato, lui ha firmato il modulo di consenso. Eppure non è successo nulla.

Khashiba è uno dei quattro “calciatori libici” condannati in primo grado il 5 dicembre 2017 a 30 anni di carcere (condanna confermata in Cassazione il 2 luglio del 2021) per traffico di esseri umani in relazione alla strage di Ferragosto: il naufragio del 15 agosto di quell’anno in cui 49 persone morirono asfissiate nella stiva di un barcone partito dalla Libia.

Una vicenda giudiziaria che da un decennio divide opinioni, solleva interrogativi e non smette di produrre polemiche. E che oggi torna alla ribalta attraverso il gesto estremo di un uomo che ha esaurito ogni altra forma di protesta.

Una questione politica, non solo umanitaria

La notizia dello sciopero della fame di Khashiba ha rimesso in moto le voci di chi da anni si batte per la liberazione dei detenuti libici. Tra le più attive c’è Hanan Al-Sharif, responsabile dell’Organizzazione libica per i diritti umani, che ha rilasciato dichiarazioni al canale televisivo libico Al-Hadath in cui ha descritto una situazione sempre più insostenibile.

«Alcuni giovani libici detenuti si sono cuciti la bocca nelle carceri italiane per la disperazione», ha detto, evocando anche le madri che aspettano i propri figli da anni.

Atto politico di pressione di Roma su Tripoli

Al-Sharif ha soprattutto messo il dito nella piaga politica. Nonostante l’accordo sul trasferimento dei prigionieri sia stato firmato e ratificato, ha spiegato, il problema è «l’assenza di volontà e di una decisione seria». Le solide relazioni tra Libia e Italia nei settori del commercio, del petrolio e del gas non vengono utilizzate per tutelare i diritti dei cittadini libici, ma soltanto per interessi economici. E ha aggiunto: «La questione si è trasformata da umanitaria a politica, diventando una tattica di pressione contro la Libia».

Una posizione che l’organizzazione rifiuta, rivendicando la natura prima di tutto umana di questa storia, ma che descrive con precisione il meccanismo in cui la vicenda è rimasta intrappolata.

Non è la prima volta che la questione arriva a livelli istituzionali. Nel 2024 Yousef Al-Aqouri, presidente del comitato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale della Camera dei rappresentanti libica, aveva incontrato Francesco De Luigi, console generale d’Italia a Bengasi, per discutere proprio del caso dei calciatori.

Durante il colloquio Al-Aqouri aveva sottolineato l’importanza di rafforzare il coordinamento tra i due paesi, anche in relazione ai programmi italiani nel sud della Libia. Un modo per dire che la questione non può essere separata dal quadro più ampio delle relazioni bilaterali.

L’appello della Federcalcio libica

Anche il presidente della Federcalcio libica, Abdel Hakim Al-Shalmani, aveva lanciato un appello pubblico alla cerimonia di premiazione dell’Al-Nasr come campione della Libyan Premier League, svoltasi a Roma, chiedendo alle autorità dei due paesi di trovare una soluzione.

L’appello era stato rivolto alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, informato su una richiesta che intrecciava calcio, diplomazia e diritti umani in modo difficilmente ignorabile.

Eppure l’accordo firmato nel 2023 non ha ancora prodotto risultati.

Cosa non torna della vicenda

Per capire perché questi libici si trovino in carcere da quasi undici anni bisogna tornare al 15 agosto 2015, quando un barcone partito dalla Libia arrivò nelle acque italiane con 49 persone morte asfissiate nella stiva e 313 sopravvissuti. I naufraghi furono trasferiti sul rimorchiatore norvegese Siem Pilot della missione Frontex e diretti verso Catania.

Le indagini iniziarono prima ancora dello sbarco: cinque agenti specializzati nel contrasto al crimine organizzato furono inviati a bordo per interrogare i naufraghi e selezionare, tra di loro, i presunti scafisti. Otto.

Il metodo si basava sul cosiddetto profiling – l’individuazione di sospetti attraverso indicatori comportamentali – e produsse nove testimonianze su 313 sopravvissuti, raccolte nelle ore immediatamente successive al naufragio.

Riconoscimenti contraddittori

I riconoscimenti fotografici risultarono spesso contraddittori, non emersero prove tecniche decisive e l’organizzazione criminale di cui gli imputati avrebbero fatto parte non fu mai identificata. Ciononostante, il 5 dicembre 2017 cinque degli otto arrestati – tre dei quali non avevano ancora vent’anni – furono processati e condannati a 30 anni. Gli stessi giudici li descrissero come «l’ultima ruota di un ingranaggio».

I calciatori libici avevano lasciato la Libia ad aprile del 2015, pochi mesi prima del naufragio, con l’obiettivo dichiarato di trovare una squadra in Europa. Le loro famiglie hanno sempre sostenuto questa versione: non trafficanti, non scafisti, ma giovani atleti in cerca di un futuro professionale che si erano ritrovati sul barcone sbagliato nel momento sbagliato.

Lo stesso Ahmed Al-Fallah, ex giocatore della nazionale libica e dell’Al-Tahadi, ha affermato che il caso dei giovani libici rappresenta «una questione nazionale e una questione di dignità», sottolineando che sono rimasti vittime delle condizioni di guerra in Libia, del fenomeno dell’immigrazione irregolare e della mancanza di sostegno e assistenza ufficiale da parte dello stato libico.

La storia di Alaa Faraj

Tra tutti gli imputati, la vicenda di Alaa Faraj è diventata nel tempo la più conosciuta, anche per quello che è riuscito a costruire negli anni di detenzione.

Nato a Bengasi, in patria studiava ingegneria e giocava a calcio. Nel 2015, a circa 19 anni, decise di partire con due amici verso l’Europa. Durante la traversata, questa la sua versione, non si accorse di nulla di quanto accadeva nella stiva. Arrivato in Italia, fu ascoltato come testimone. Poi arrestato. Poi condannato a 30 anni come scafista.

In carcere ha imparato l’italiano. Ha studiato. Ha letto. Ha scritto lettere a una docente universitaria italiana con cui ha intrecciato un lungo carteggio. Da quella corrispondenza è nato il libro Perché ero ragazzo, pubblicato in Italia da Sellerio, in cui Faraj racconta tutto: la Libia in guerra, la decisione di partire, il viaggio in mare, l’arresto, il processo che considera profondamente ingiusto, e gli anni di detenzione in un paese di cui non capiva la lingua.

Riaperto il dibattito

Il libro ha fatto conoscere la sua storia fuori dalle aule di tribunale. Ha contribuito a riaprire il dibattito pubblico su una vicenda che rischiava di restare sepolta negli archivi processuali. E ha trasformato Faraj – suo malgrado – in un simbolo di un sistema più ampio in cui la necessità politica di trovare responsabili per le tragedie del mare rischia di produrre condanne che rispondono a un’esigenza di visibilità più che a una verità processuale.

Nel 2025 il presidente della Repubblica italiana gli ha concesso una grazia parziale: oltre 11 anni di riduzione della pena, con un residuo di circa 9 anni da scontare e la possibilità di accedere a misure alternative come la semilibertà. La decisione ha tenuto conto della giovane età al momento dei fatti, del comportamento tenuto in carcere e del contesto eccezionale della vicenda. Senza ribaltare la condanna – che formalmente regge – la grazia riconosce implicitamente che qualcosa in questa storia non torna.

Un caso che non si chiude

La vicenda dei calciatori libici (ma anche degli altri 4 arrestati) è diventata emblematica per quello che rivela di un sistema. Un sistema in cui l’urgenza politica di rispondere alle tragedie del Mediterraneo con condanne esemplari ha finito per pesare più delle prove. In cui il confine tra trafficante e migrante – già difficile da tracciare nella realtà, dove spesso chi governa un barcone lo fa in cambio di uno sconto sul prezzo del viaggio – è stato definito in aula sulla base di comportamenti osservati a bordo di una nave di soccorso da agenti che cercavano scafisti tra i naufraghi.

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