80 anni dalle leggi razziali
La scrittrice Francesca Melandri racconta per Nigrizia che cosa ha rappresentato il razzismo giuridico e culturale nelle colonie africane. E i buoni motivi per cui la sua conoscenza e discussione sono necessarie nell’Italia di oggi.

Nella costruzione del mito “Italiani brava gente”, uno dei capisaldi è l’idea che Mussolini abbia fatto le leggi razziali «solo perché le ha imposte Hitler». Ammettere una responsabilità anche collettiva nel razzismo fascista di stato renderebbe difficile raccontarsi, poi, come un popolo eccezionalmente mite. Esse sono state derubricate, così, a umana debolezza nei confronti della volontà dell’unico vero cattivo: Hitler e, per estensione, il popolo tedesco. Filippo Focardi ha ben spiegato questo processo proiettivo, fondamentale nel plasmare la costruzione identitaria del dopoguerra, ne Il cattivo tedesco e il bravo italiano (Laterza – 2014).

Ma c’è un altro capitolo della vicenda delle leggi razziali e del Manifesto della Razza che, fino al lavoro di una nuova generazione di storici e, soprattutto – non a caso, come vedremo – di storiche, è stato ignorato: il razzismo giuridico e culturale nell’Africa orientale italiana.

 

Razzisti prima di Hitler

Ci sono, invece, vari buoni motivi per cui la sua conoscenza e discussione sono necessarie nell’Italia del 2018. Il primo è stato detto sopra: l’affermazione che le leggi razziali siano state solo una concessione alla volontà esterna dei nazisti è, semplicemente, falsa. La prima legge dell’Italia unitaria che si possa definire razzista fu promulgata già nel 1933, quindi anni prima di qualsiasi accordo con Hitler. Stabiliva che i figli meticci nati nelle colonie africane (allora Eritrea e Somalia) potevano sì ottenere la cittadinanza italiana al compimento del diciottesimo anno, ma solo se ritenuti in possesso di specifici «requisiti morali e culturali», nonché dopo procedimenti di «diagnosi antropologica etnica». Si voleva così evitare di confondere un meticcio con un «bianco scuro» o un «nero bianco». Come ha spiegato la storica Daniela Franceschi, «tale norma è ritenuta dagli storici la prima effettivamente razzista, poiché rivolta a un intero gruppo di persone». Una legge, cioè, che giudica la persona non per le azioni che ha commesso ma per ciò che è.

Nel compiere le ricerche per il mio ultimo romanzo mi sono imbattuta nella figura dell’antropologo razzista – definizione sua – Lidio Cipriani. Cipriani era uno di quegli accademici che già anni prima della promulgazione del Manifesto della Razza, di cui non a caso fu uno dei firmatari, si posero l’obiettivo di dare una base, appunto, “scientifica” alla supremazia razziale dei bianchi. Certo, non erano solo italiani i cultori di questa pseudoscienza: l’intera costruzione culturale del razzismo come lo intendiamo oggi è figlia della lunga storia del colonialismo. Ma gli accademici italiani come Cipriani si distinsero per il fervore con cui tentarono di sistematizzare il “razzismo scientifico”. Il loro tentativo di sancire l’arianità degli italiani, con conseguente superiorità sugli abitanti delle colonie, produsse un’accozzaglia di misurazioni antropometriche, giudizi morali (gli africani definiti «naturalmente pigri»), vaste e vaghissime sintesi storiche (la superiorità degli eredi della civiltà romana presentata come fatto oggettivo, misurabile). Non solo non furono costretti da superiori alleanze con il nazismo in questa impresa ma, anzi, ne furono precoci culturi: il primo viaggio in Africa di Cipriani è del 1927. E quella legge del 1933 fissa implacabilmente questa imbarazzate cronologia anche nella storia del diritto.

 

 

Valenze di genere

Il secondo motivo è lo stesso per cui negli ultimi anni il contributo più interessante alla ricostruzione del colonialismo italiano è venuto da storiche e studiose di questioni di genere come Barbara Sorgona, Giulietta Stefani, Giulia Barrera: non si può capire il razzismo italiano, sia in colonia che oggi, senza prenderne in considerazione le valenze di genere. Questo perché lo scopo primario delle leggi razziali in Africa era la «difesa della razza» (non a caso il titolo della rivista fondata per propagandare il razzismo) dalla «degradazione» del meticciato. E prevenire la nascita di bambini meticci significa regolamentare la sessualità e gli affetti.

Questo a sua volta, però, si scontrò con quell’erotizzazione della dominazione coloniale che da sempre, fin dalle prime stampe d’epoca, aveva rappresentato l’Africa come una donna nera nuda pronta a essere posseduta dal colonizzatore bianco. Il piccolo, sgangherato colonialismo italiano non fece eccezione. In Sangue giusto ho raccontato come la propaganda per convincere i giovani maschi ad arruolarsi volontari nella guerra d’Abissinia fu anche fatta distribuendo nelle case di tolleranza cartoline erotiche raffiguranti discinte giovinette africane. I loro corpi neri sarebbero stati totalmente a disposizione del desiderio dei coloni bianchi, si prometteva. I giovani italiani entusiasti credettero a quella promessa e s’imbarcarono intonando Faccetta nera.

Quest’ambivalenza verso il corpo delle donne africane – da un lato disprezzato come inferiore, dall’altro oggetto di un desiderio libero da qualsiasi responsabilità morale, sociale o di relazione – non poteva non deflagrare. La bomba furono le leggi razziali. Il Regio Decreto Legislativo 19 aprile 1937, numero 880, Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi, riconosceva al colono la necessità di «espletare i suoi bisogni fisiologici» (sic) con le indigene. Quella che veniva sanzionata con reclusione fino a 5 anni era ciò che si definiva «unione di letto e di desco». Ovvero quella condivisione di pasti, quotidianità e affettività che avrebbe rischiato di stabilizzare le coppie, creare famiglie, portare insomma a una società multietnica. La canzone Faccetta nera, che nonostante tutto un po’ di tenerezza per la “bella Abissina” la esprimeva, venne proibita.

I coloni italiani, ovviamente, continuarono lo stesso ad avere rapporti con le “indigene”, a tenersele in casa come “madame”, a volte perfino a volere loro un po’ di bene. Soprattutto, continuarono ad arrivare quei pericolosissimi nemici della purezza razziale, i bebè. Con la legge del 13 maggio 1940, numero 882, Norme relative ai meticci, si proibì quindi una volta per tutte il riconoscimento legale del figlio meticcio da parte del padre italiano, creando una generazione di bastardi di stato destinati al disprezzo sociale.

 

Corpi neri disprezzati

Ci sarebbe tanto altro da raccontare sulle leggi razziali in Africa orientale italiana, dalla negazione agli africani dell’istruzione oltre la quinta classe, allo sfruttamento lavorativo permesso dalla sottrazione di ogni tutela legale. Il fatto è che ancora oggi il crescente razzismo in Italia, anche quello ai livelli più alti delle istituzioni, è indistricabilmente connesso a due questioni, proprio come allora: lo sfruttamento sul lavoro – vedi, ad esempio, le condizioni dei lavoratori nell’agroalimentare – e le questioni di genere. Il corpo nero di migliaia di vittime della tratta (una prostituta su 3 in Italia è nigeriana) è obbligato a esporsi quotidianamente alla violenza sulle nostre strade. E proprio come le leggi razziali in Africa orientale italiana chiudevano un occhio sull’ «espletamento dei bisogni fisiologici» del maschio italiano negando intanto diritti e dignità alle portatrici dei corpi in cui questi bisogni venivano “espletati”, così oggi la società italiana nasconde a sé stessa l’enorme questione dei corpi neri disprezzati, ma anche desiderati da milioni di clienti italiani.

In un articolo del giornalista americano Ben Taub uscito sul New Yorker nel 2017 spiccano le parole di padre Enzo Volpe, che gestisce un centro per bambini migranti vittime della tratta: «In Italia è reato andare a letto con una tredicenne o una quattordicenne. Ma se è africana? Non importa niente a nessuno. Non pensano a lei come a una persona». Le leggi razziali fasciste in Africa dichiaravano che gli italiani dovevano difendersi dalla “minaccia” del meticciato, mentre in realtà erano loro gli occupanti invasori. Allo stesso modo, molti tra coloro che oggi gridano alla “invasione dei migranti”, nonostante tutte le statistiche dimostrino il contrario, fanno parte di quei 6 milioni (stima per difetto) di clienti che ogni giorno “espletano i loro bisogni” nei corpi desiderati e disprezzati di donne africane. Anche oggi viene invertito l’aggressore con l’aggredito, proprio come 80 anni fa.

Ottant’anni dalle leggi razziali fasciste. Il 14 luglio 1938 venne pubblicato Il Manifesto degli scienziati razzisti, ripubblicato il 5 agosto sulla rivista La difesa della razza. L’obiettivo: dare una base “scientifica” alla supremazia razziale dei bianchi. Leggi che hanno avuto conseguenze rilevanti anche nelle colonie italiane in Africa. Una norma del 1940 vietò agli italiani di riconoscere i figli avuti da relazioni con donne africane. La cittadinanza italiana veniva riconosciuta solo a chi l’aveva ottenuta prima della guerra. Si calcola che nella sola Eritrea, su circa 15mila nati da matrimoni misti, meno di 3mila siano stati riconosciuti dai padri italiani. Gli italo eritrei non riconosciuti erano considerati nella stessa patria di nascita cittadini di serie “b”.

Abbiamo chiesto alla scrittrice Francesca Melandri, autrice del romanzo Sangue giusto – che affronta questo tema – di raccontare per Nigrizia che cosa hanno significato quelle leggi nelle colonie africane. E come il loro retaggio persista nella mentalità e nei comportamenti degli italiani di oggi. Questo l’articolo uscito nella rivista di settembre.