Gambia / Elezioni
Dopo l’ammissione della sconfitta all’indomani delle elezioni, il presidente del Gambia Yahya Jammeh, cambia idea e rigetta i risultati del voto che assegnano la vittoria al rivale Adama Barrow dopo 22 anni di regime.

Il volta faccia è arrivato in Gambia come un fulmine a ciel sereno. O quasi. Erano in tanti infatti, nel paese come nella comunità internazionale, a essere perplessi circa la facilità e l’immediatezza con cui il presidente uscente Yahya Jammeh avesse, all’indomani delle elezioni del 1 dicembre, riconosciuto i risultati che lo davano sconfitto con il 36,7% a favore del candidato del partito di opposizione (Udp) Adama Barrow (45,5%). Ma, non potendo fare altro, si preferiva credergli e festeggiare la fine di una dittatura di 22 anni: nell’attesa di eventuali avvenimenti che facessero drasticamente cambiare la situazione.

Ebbene, il colpo di scena è arrivato il 9 dicembre. Dopo la doccia fredda dei risultati negativi delle elezioni (da fonti giornalistiche senegalesi e gambiane, pare che i suoi tentativi di frode non avessero funzionato), l’ex uomo forte di Banjul ha giocato la sua ultima carta: dopo aver promosso l’8 dicembre 250 militari con l’intenzione evidente di riacquistarsi il loro appoggio, la sera dopo ha rigettato i risultati delle elezioni. Denunciando degli «errori inaccettabili» da parte della Commissione elettorale, Jammeh ha espresso la volontà della tenuta di nuove elezioni. «Così come ho lealmente accettato i risultati, credendo che la Commissione elettorale fosse indipendente, onesta e affidabile, li rigetto nella loro totalità», ha affermato in un discorso alla Tv nazionale.

Le reazioni scandalizzate sono state immediate, a cominciare, la notte stessa, dal Senegal di cui il Gambia è enclave. «Il Senegal esige che il presidente uscente rispetti senza condizioni la scelta democratica liberamente espressa dal popolo gambiano, che organizzi la trasmissione pacifica del potere e che garantisca la sicurezza e l’integrità fisica del presidente appena eletto» ha scritto in un comunicato il ministro degli Esteri Mankeur Ndiaye. Che ha messo inoltre «solennemente in guardia contro ogni minaccia alla sicurezza dei cittadini senegalesi che vivono in Gambia», e che ha fatto appello all’Unione Africana (Ua), alla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao) e all’Onu a collaborare per proteggere i risultati dello scrutinio presidenziale del 1 dicembre.

La risposta di condanna degli Stati Uniti è giunta altrettanto immediata, mentre Adama Barrow si è espresso il giorno dopo dichiarandosi «il presidente democraticamente eletto della Repubblica del Gambia», esortando Jammeh a rispettare il processo di transizione del potere e facendo appello ai suoi militanti a mantenere la calma. Ua, Onu e Cedeao hanno ugualmente condannato il 10 dicembre in coro l’iniziativa del tiranno gambiano. Secondo il ministro degli Esteri senegalese, lo stesso giorno un aereo della Cedeao con a bordo la presidente in esercizio, Hellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, voleva atterrare a Banjul, ma non ha ricevuto l’autorizzazione. Stando invece alla stampa senegalese, che cita come fonte il quotidiano francese Le Monde, il Senegal avrebbe già stanziato un commando di 100 forze speciali vicino alla frontiera con il Gambia.

Domenica 11 dicembre intanto, Jammeh ha cambiato strategia, scegliendo la via legale e annunciando ricorso alla Corte Suprema: peccato che l’ultimo giorno legalmente possibile per farlo sia proprio oggi, giorno di festa in Gambia, e il suo partito sarà obbligato ad aspettare martedì. Sembra insomma che Jammeh non sappia più che pesci pigliare per restare al potere e cercarsi alleati.

Nessuno riesce a capire come la situazione possa evolversi, vista l’imprevedibilità del “Nerone d’Africa”. In Gambia, ora, regna una calma inquietante: i cittadini, come il resto del mondo, attendono con il fiato sospeso. Un ruolo cruciale in questo momento lo gioca l’esercito, il cui capo aveva dichiarato in settimana fedeltà al neo-eletto presidente. Se i vertici militari lo tradiranno, sarà il popolo ad entrare in gioco: tutti ci auguriamo allora, di non ritrovarci ad assistere a un bagno di sangue.

(*) Luciana De Michele è giornalista freelance. Il suo blog è: africalive.info  

Yahya jammet durante una parata militare (Photo by Afolabi Sotunde)