Jesse Jackson, icona della lotta per i diritti degli afroamericani
Pace e Diritti Politica e Società Stati Uniti
Dall’amicizia con Martin Luther King all’elezione di Obama alla Casa Bianca, la vita e le battaglie politiche del carismatico reverendo, scomparso il 17 febbraio a Chicago
Addio a Jesse Jackson, icona della lotta per i diritti degli afroamericani
18 Febbraio 2026
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 4 minuti
(Composizione di foto della Missione statunitense di Ginevra e di John H. White / entrambe tramite Wikimedia)

Avevo incontrato Jesse Jackson nel 1976 presso il Sinai’s Temple, la chiesa metodista in cui predicava con la sua proverbiale veemenza, chiesa che ogni tanto frequentavo durante i miei studi teologici alla Catholic Theological Union di Chicago. La chiesa non distava molto da dove abitavamo noi missionari comboniani nel South Side di Chicago.

Spendevo con qualche amico vari fine settimana andando ad animare gruppi di giovani e ragazzi negli high rise (enormi condomini) della periferia sud della megalopoli, un’area abitata soprattutto da afroamericani poveri dove, a causa dell’alto tasso di criminalità dovuto a disagi sociali come alta disoccupazione, abuso di alcol e droga, violenze domestiche, i nostri amici bianchi non si azzardavano a entrare.

In uno di questi immensi edifici viveva la signora Hattie Williams, assistente sociale, attivista e leader ecclesiale con cui alcuni di noi strinsero profonda amicizia, che ci accolse e ci aiutò ad inserirci nel difficile tessuto sociale del ghetto.

Scoprimmo che Hattie aveva ospitato a casa sua Jesse Jackson dopo il suo trasferimento a Chicago da Greenville, nella Carolina del Sud, dove era nato nel 1941. Dopo la separazione dei genitori Jesse prese il cognome di Jackson, colui che lo adottò dopo aver sposato sua madre.

Hattie ci raccontava del forte carattere di Jackson, negli anni in cui frequentava l’Università dell’Illinois, e del suo crescente interesse e impegno per la causa dei neri americani, coinvolgendosi totalmente nel movimento antirazzista e nonviolento di Martin Luther King, con il quale strinse un forte legame.

Al punto che, entrato nel 1965 nel grande movimento Southern Christian Leadership Conference (SCLC) fondato e guidato da King a Selma, in Alabama, venne in seguito nominato direttore nazionale della stessa SCLC nel 1967, dopo averla promossa e consolidata a Chicago.

Essere stato diretto testimone dell’assassinio di King a Memphis, in Tennessee, nell’aprile 1968, rappresentò per Jessie una svolta decisiva nella sua determinazione a proseguirne la lotta insieme a altri leader come Ralph Abernathy, successore di King all’SCLC, e Andrew Young.

Jesse purtroppo entrò in competizione con Abernathy, in una controversia che sfociò nel 1971 nella separazione tra i due, e da parte di Jackson alla creazione di un proprio movimento che chiamò People United to Save Humanity (PUSH) e di un nuovo organismo, conosciuto come Operation PUSH. Nel 1984 Jackson fondò una seconda organizzazione, la Rainbow Coalition, che nel 1996 si integrò con Operation PUSH.

Se il suo impegno giovanile risale alla partecipazione con King nella famosa marcia per i diritti civili di 250mila persone al Lincoln Memorial di Washington e a quelle successive, da Selma a Montgomery, la fama di Jesse Jackson si propagò soprattutto in seguito al suo duplice tentativo, nel 1984 e nel 1988, come parlamentare, di conquistare la nomination per il partito democratico alla Casa Bianca.

Nonostante i milioni di preferenze raggiunti, il tempo per un nero di diventare presidente non era ancora maturo. Jackson tuttavia acquistò in seguito notorietà anche a livello internazionale per numerose operazioni diplomatiche finalizzate alla liberazione di ostaggi statunitensi detenuti in vari paesi.

Se da un lato Jackson provava l’amarezza di non aver potuto realizzare l’aspirazione alla presidenza, è indubbio il grande apporto da lui dato negli anni ’90 all’elezione sia di Bill Clinton che, in seguito, di Barack Obama, primo presidente nero degli USA.

Commovente vedere le sue lacrime in mezzo alla folla dopo l’elezione di Obama, il raggiungimento di un sogno per il quale aveva speso la sua intera esistenza.

Al di là di qualche critica rivolta da Jackson al primo presidente di origine africana, è stato lo stesso Obama a esprimere il suo ringraziamento e il suo apprezzamento per Jackson dichiarando: «Io e Michelle di fatto siamo cresciuti sulle sue spalle».

Dopo aver lottato una vita predicando dal pulpito e in mille occasioni pubbliche l’importanza per i neri di battersi per la propria dignità e il riconoscimento dei propri diritti, in un processo nonviolento di autopromozione, Jackson ha speso gli ultimi anni combattendo la sua ultima battaglia contro la malattia che lo ha portato via il 17 febbraio a Chicago. Aveva 84 anni.  

 

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