Il portavoce di Joseph Kabila, presidente della Repubblica democratica del Congo dal 2001 al 2019, ha respinto la scorsa settimana le sanzioni imposte il 30 aprile dagli Stati Uniti sull’ex capo dello stato per il presunto sostegno alla milizia AFC/M23 (Alleanza Fiume Congo/Movimento 23 marzo), sostenuta politicamente, militarmente ed economicamente dal Rwanda e parte attiva nel conflitto in corso nella regione orientale della Rd Congo, definendole “ingiustificate e politicamente motivate”.
L’ex presidente ha quindi minacciato di ricorrere alle vie legali per contestare le sanzioni.
Joseph Kabila, 54enne figlio del presidente Laurent-Désiré Kabila, cui è succeduto dopo il suo assassinio nel 2001, è rientrato nella Rd Congo nell’aprile 2025, dopo sei anni trascorsi in Sudafrica e in altri paesi dell’Africa australe, rifugiandosi a Goma.
Poco dopo gli era stata revocata l’immunità ed era stato condannato a morte in contumacia da un tribunale militare per tradimento e crimini di guerra.
In base alle accuse avanzate dal Dipartimento del Tesoro statunitense, Kabila avrebbe fornito supporto finanziario all’AFC/M23 con lo scopo di influenzare la situazione politica nelle regioni del Kivu e dell’Ituri.
Gli USA accusano inoltre Kabila di aver incoraggiato i soldati congolesi a disertare e unirsi alle fila dei ribelli e di aver “lavorato per imporre un candidato di opposizione all’attuale presidente con l’intento di riacquistare influenza sul governo congolese”.
L’M23, come noto, è al centro del conflitto nel Congo orientale, ultima evoluzione di una guerra trentennale per l’accaparramento delle ingenti risorse minerarie della regione che ha provocato una delle più gravi e durature crisi umanitarie del pianeta.
Il gruppo armato controlla un territorio significativo nelle regioni del Nord e Sud Kivu, ricche di minerali critici, comprese le capitali provinciali di Goma e Bukavu, conquistate all’inizio del 2025.
Kabila «è l’istigatore, l’iniziatore, l’architetto della destabilizzazione del Congo», ha dichiarato Jacquemain Shabani, vice primo ministro congolese, accogliendo con favore la decisione statunitense e aggiungendo che l’ex presidente «è tra coloro che rendono complicato il raggiungimento della pace nel paese».
La decisione di imporre le sanzioni si inquadra nell’iniziativa che aveva visto gli Stati Uniti mediare un accordo di pace firmato a Washington il 4 dicembre 2025 tra Rwanda e Rd Congo. Un accordo di fatto mai applicato sul terreno ma che ha aperto la strada a successive intese tra Stati Uniti e Kinshasa che concedono ad aziende statunitensi lo sfruttamento minerario, anche in zone – come il sito di Rubaya, dove si estrae il 15% di tutto il coltan a livello mondiale – controllate dall’M23.
Il comunicato del Tesoro americano precisa infatti che le sanzioni intendono sostenere gli Accordi di Washington e “il loro impegno a promuovere un quadro di integrazione economica regionale che ampli gli scambi commerciali e gli investimenti, migliori la trasparenza nelle catene di approvvigionamento dei minerali critici e apra la strada a maggiori investimenti nella regione”.
La supervisione della riscossione dei crediti statunitensi nel settore minerario è affidata alla società di contractor privata Vectus Global, che fa capo a Erik Prince, vicino al presidente Trump. Società che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe affiancato l’esercito congolese (FARDC) nella difficile avanzata di febbraio in Sud Kivu.
A far discutere nei giorni scorsi è stata anche la notizia della creazione di un corpo paramilitare congolese, le Guardie minerarie, incaricato della messa in sicurezza del settore estrattivo, finanziato – secondo quanto annunciato da Kinshasa – con 100 milioni di euro nell’ambito di “partenariati strategici” con Washington e con il suo alleato Emirati Arabi Uniti.
Un sostegno economico che però gli USA si sono affrettati a smentire.
Va sottolineato che lo scorso marzo il Dipartimento del Tesoro USA aveva imposto sanzioni anche all’esercito di Kigali, le Forze di difesa rwandesi (RDF), e a quattro suoi alti ufficiali militari per il loro ruolo nel conflitto, chiedendo l’immediato ritiro dell’M23 dai territori occupati – dove la milizia ha imposto una sua forma di governo – e la cessazione del sostegno ad essa da parte del Rwanda.
«Il presidente Trump si è espresso chiaramente sul fatto che coloro che continueranno a seminare instabilità saranno chiamati a risponderne», ha dichiarato il segretario del Tesoro Scott Bessent.