Se a comandare è una donna
Se il presidente del Sudan, ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia, andrà a Lilongwe a luglio per il vertice dell’Unione africana verrà arrestato. Lo ha detto a chiare lettere la neoeletta presidente del Malawi. Un segnale importante per l’Africa.

Qualcosa sta forse cambiando in Africa, se per il prossimo summit dell’Unione africana (Ua), previsto in Malawi dal 6 all’8 luglio, bisognerà cercare un altro paese di accoglienza.

Due giorni fa, saputo che il presidente del Sudan, Omar El-Bashir, ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia, si sarebbe recato al vertice, la presidente Joyce Banda (foto), già vicepresidente e succeduta il 7 aprile scorso al defunto presidente Bingu wa Mutharika (morto il 5 aprile per attacco cardiaco), ha fatto sapere ai leader africani: «Potete certamente tenere il vertice in Malawi. Ma se El-Bashir si azzarderà ad atterrare nel mio paese, lo farò arrestare».

Il gesto del Malawi segna di certo un atto di rottura con la maniera africana di gestire il caso El-Bashir. Non tutti i paesi africani vogliono essere complici di una vergognosa situazione internazionale, che vede il presidente del Sudan libero di circolare per tutto il continente anche se accusato di crimini di guerra e genocidio per i fatti del Darfur,.

Che qualcosa sarebbe cambiato con l’arrivo di una donna al potere in Malawi lo si era capito da subito. Dopo gli otto anni di “corruzione” del presidente Mutharika, molto criticati da Joyce Banda, era importante per il Malawi sancire con un gesto eclatante la rottura con il passato. L’occasione si è puntualmente presentata. Adesso la palla passa agli altri presidenti.

La salvezza dell’Africa dalle donne? Forse è troppo presto per dirlo. Ci basta costatare che dopo Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia e premio Nobel per la pace 2011, Joyce Banda è la seconda donna africana a diventare capo di stato. Nel 2011, la rivista Forbes l’ha indicata come «la terza donna più influente dell’Africa».

La nomina di Joyce Banda a presidente non è stata automatica. Una parte del governo, molto vicina a Mutharika, ha cercato di aggirare la costituzione e di nominare presidente il ministro degli esteri, Peter Mutharika, fratello del presidente deceduto, «a garanzia di una maggiore continuità politica». Il ministro dell’informazione, Patricia Kaliati, aveva accennato alla possibilità che Joyce Banda non potesse diventare presidente per il fatto di non fare più parte del partito di maggioranza al governo. Ma la signora Banda è opposta con decisione. Anche la comunità internazionale ha fatto pressione sul governo del Malawi perché rispettasse la costituzione.

A due mesi dal suo insediamento, la nuova leader ha quasi completamente smantellato il precedente regime. Ha dapprima rimosso tutte le personalità che più rappresentavano il potere del precedente presidente, dal ministro dell’informazione, Patricia Kaliati, al capo della polizia, Peter Mukhito, dal direttore della Reserve Bank al capo dell’ufficio anti-corruzione, Alex Namphota, fino alla nomina del nuovo direttore della Commissione Elettorale. In un secondo momento, ha voluto con forza la revisione delle leggi varate negli ultimi anni considerate liberticide: dalla legge che dava poteri repressivi alla polizia o che concedeva a un ministro la facoltà di chiudere un giornale, fino alla legge sul vestire in modo indecente. Ha anche annunciato che abolirà la legge contro l’omosessualità.

Pochi giorni or sono ha deciso di vendere il costosissimo jet presidenziale – un Dassault Falcon 900EX del valore di oltre 10 milioni di euro – e la flotta di 60 Mercedes a disposizione sue e del governo. Ha commentato: «Posso anche utilizzare aerei di linea. Inoltre sono abituata a fare l’autostop». (E.B.)