Sud Sudan / Decisione imbarazzante
Per decreto, entro un mese, nel settore privato dovranno lavorare solo sudsudanesi. Una trovata che può costare cara all’economia. A rischio anche l’attività delle organizzazioni umanitarie, testimoni scomode.

Il 15 settembre, Ngor Kolong Ngor, ministro del lavoro del governo sudsudanese, ha diffuso un decreto (clicca qui per leggere il decreto: file 1 e file 2)del in cui si informano tutte le entità lavorative del settore privato, dalle banche, agli alberghi, alle compagnie petrolifere, alle organizzazioni umanitarie che dovranno terminare i contratti con i lavoratori non sudsudanesi entro il 15 ottobre. Si specifica che la misura riguarda tutto il personale, dai direttori esecutivi ai centralinisti, che dovranno essere sostituiti con personale sudsudanese con qualifiche adeguate. La selezione dovrà avvenire in coordinamento con gli uffici governativi competenti.
Il decreto, che è entrato in vigore immediatamente, è stato inviato ad altri 6 ministeri in qualche modo coinvolti dal provvedimento e ai governatori. È stato inoltre pubblicato su The Citizen, uno dei più diffusi giornali di Juba, per portarlo a conoscenza della cittadinanza.
La misura è stata presa in un paese con una tra le più alte percentuali di analfabeti nel mondo, con un sistema scolastico assolutamente inadeguato, in particolare per quanto riguarda la formazione degli insegnanti, e dunque la qualità dell’insegnamento, ma anche per la diffusione perfino della scuola primaria sul territorio, e dunque la possibilità di frequenza per la maggior parte della popolazione, e di conseguenza di formazione di base, senza parlare della formazione superiore e professionale, che rimane estremamente limitata. In Sud Sudan, ora e per molti anni ancora, sarà molto difficile trovare personale qualificato, soprattutto per qualifiche medio-alte. Ma anche per qualifiche medio-basse spesso non si potrà trovare chi abbia i requisiti minimi per poter raggiungere gli standard necessari a svolgere il lavoro offerto.
Se questo decreto sarà alla fine davvero reso operativo, l’economia del paese ne risentirà molto gravemente, e anche l’amministrazione statale perché si può prevedere che i funzionari più qualificati accorreranno a ricoprire i posti lasciati liberi nel settore privato, dove i salari sono migliori e pagati regolarmente.
Per quanto riguarda poi le organizzazioni non governative, impegnate ad affrontare la tremenda crisi umanitaria causata dal conflitto scoppiato il 15 dicembre dell’anno scorso, rischiano la paralisi in un momento in cui, a detta di tutti gli osservatori, la carestia è un’evoluzione molto probabile dell’odierna già catastrofica situazione.

La mania del controllo
Mezzi di informazione locale fanno osservare che in precedenza il governo di Juba aveva cercato di limitare il diritto di informazione sulla situazione umanitaria, dichiarando che solo gli uffici governativi competenti avevano il diritto di parlare delle condizioni della sicurezza alimentare nel paese; un’eventuale carestia dovuta all’incapacità, o mancata volontà, delle due parti di permettere il soccorso ai civili sarebbe infatti uno scandalo difficilmente gestibile a livello internazionale.
Il provvedimento che bandisce i lavoratori stranieri dalle operazioni umanitarie, sottolineano fonti locali, potrebbe anche essere volto ad impedire scomode testimonianze. Anche la legge di regolamentazione della presenza e del lavoro delle ong in discussione al parlamento, prevede organi di controllo collegati direttamente ai servizi di sicurezza nazionale, come del resto è in Sudan. Dunque sembra chiaro che il governo di Juba intende controllare rigidamente le organizzazioni che lavorano a diretto contatto con la popolazione, seguendo l’esempio di Khartoum, che è riuscita a impedire l’informazione su quanto succede in Darfur e in altre zone di conflitto espellendo le organizzazioni non governative internazionali e chiudendo le più forti e attive organizzazioni locali.
Va inoltre ricordato che il paese è nel pieno di un durissimo conflitto con forti connotazioni etniche, che ha riportato alla luce pregiudizi e rancori ancestrali, purtroppo ancora molto radicati e diffusi. In questo momento è difficile immaginare che cittadini sudsudanesi, reclutati in massa per diventare operatori umanitari, senza formazione precisa e lunga pratica, sapranno e potranno attenersi a criteri di imparzialità, imprescindibili nelle operazioni umanitarie. Senza contare che non tutte le aree del paese sono sicure per tutti i cittadini sudsudanesi, anzi proprio le zone che più necessitano di soccorso sono quelle più a rischio per la polarizzazione etnica scatenata dal conflitto.
Un decreto che non tiene in conto la realtà del paese, insomma, e che rischia di creare non solo insormontabili problemi pratici, ma anche grave imbarazzo internazionale, a partire dai paesi limitrofi, che finora non avevano fatto mancare il loro supporto al governo di Salva Kiir. Questa mattina l’articolo di apertura in prima pagina sul Daily Nation, il quotidiano più autorevole e diffuso in Kenya, riguarda proprio il bando dal Sud Sudan dei lavoratori stranieri, in gran parte keniani e ugandesi. Il provvedimento di Juba rischia infatti di creare problemi sociali gravi, quale l’aumento della disoccupazione nei ceti medi e medio bassi, anche nei paesi confinanti, con un effetto domino di instabilità e crisi economica in tutta la regione.