SUD SUDAN
In Sud Sudan le tensioni etnico-politiche non accennano a smorzarsi. Il braccio di ferro tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice, Rieck Machar, si fa sempre più duro e si allargano le spaccature all’interno del gruppo di potere. Intanto, nel paese il cibo scarseggia e aumentano le violenze sui civili.

Gli scontri che hanno devastato Juba, la capitale sud sudanese, nei giorni a cavallo del quinto anniversario dell’indipendenza, hanno avuto gravissime conseguenze per il paese. Hanno infatti ulteriormente complicato un processo di pace già fragile e faticoso, mettendo in forse la stessa possibilità di continuare nella realizzazione degli accordi firmati nell’agosto scorso. L’appartenenza etnica continua a dominare nei rapporti ai vertici e non solo (come evidenzia il Dossier di Nigrizia di luglio-agosto).

Rieck Machar – leader dell’opposizione armata Splm-Io, firmatario del documento e primo vice presidente del paese – è stato infatti costretto a lasciare la capitale dopo che la sua stessa residenza era stata distrutta da bombe sganciate da elicotteri militari che hanno colpito anche il suo quartier generale e perfino strutture di alcune agenzie dell’Onu. Con le sue truppe, decimate negli scontri, si trova ora alla macchia pronto, dice, a ritornare al suo posto solo dopo il dispiegamento di una forza di interposizione.

L’Igad, l’organizzazione regionale che ha facilitato le trattative di pace, nel suo summit tenutosi a Kigali, in Rwanda, la scorsa settimana, ha deciso di inviare a Juba contingenti militari dei paesi della regione per proteggere la popolazione e ristabilire l’ordine in città. Il segretario dell’Onu, Ban Ki-Moon è tra i promotori della decisione, ma finora il Consiglio di Sicurezza non si è espresso. Si è invece fermamente opposto il presidente sud sudanese e tutti i circoli che lo sostengono, l’esercito e il consiglio degli anziani dinka principalmente, che hanno mobilitato anche la popolazione, scesa nelle strade per manifestare la propria contrarietà.

Fragili equilibri

Intanto il presidente Salva Kiir ha nominato un altro primo vice presidente, Taban Deng Gai, figura di spicco del Splm-Io e capo mediatore durante le trattative di pace, con l’intento evidente di spaccare l’opposizione. Il suo nome era stato fatto circolare dai circoli sostenitori del presidente nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione del cessate il fuoco, provocando la sua espulsione dal movimento come disertore.

La nomina di Taban Deng al posto di Machar è stata sostenuta dai cinque membri del comitato centrale dell’Splm-Io rimasti a Juba, probabilmente sotto forti pressioni se non minacce (uno di loro, il segretario generale del movimento, era stato seriamente ferito durante un’aggressione e brevemente detenuto nei giorni precedenti). Ma è stata immediatamente sconfessata dagli altri membri del comitato centrale, dai vertici militari, da numerose strutture del movimento all’estero e perfino dagli sfollati che si trovano nei campi per la protezione dei civili, difesi dalla missione di pace. Machar ha ovviamente detto che quella nomina è illegale.

Il portavoce dell’Onu ha dichiarato durante una conferenza stampa, che è avvenuta in palese violazione degli accordi di pace. L’unico ad essersi adeguato alla situazione attuale sembra essere Festus Mogae, presidente della Jmec, la commissione congiunta di valutazione e monitoraggio – incaricata della supervisione della realizzazione degli accordi di pace – che ha già incontrato sia Taban Deng che Kiir, cui sembra aver strappato una certa flessibilità sul dispiegamento della forza regionale. D’altra parte, la Jmec non ha finora dimostrato di saper incidere sulle decisioni governative e neppure di saper prevedere e valutare lucidamente i possibili scenari provocati da quelle decisioni, e si deve aggiungere, anche dalla propria debolezza.

Diritti umani violati

Se l’attuale situazione politica è molto più complicata di quanto non fosse all’inizio di luglio, le condizioni della popolazione sono a dir poco preoccupanti. Lo attesta anche la decisione dell’Igad di inviare nel paese una missione militare regionale, con il compito specifico di proteggere la popolazione e riportare l’ordine in città. Durante e dopo gli scontri, infatti, i soldati dell’esercito governativo si sono macchiati di numerose e gravissime violazioni dei diritti umani, delle leggi del paese e di quelle che regolano i conflitti.

Le violenze, che hanno provocato numerose vittime civili, si sono scatenate ancora una volta in particolare contro le donne e le ragazze. Numerose, in questo senso, sono le testimonianze delle agenzie dell’Onu e di Ong internazionali. In una conferenza stampa tenutasi ieri a New York, Farhan Haq, vice-portavoce di Ban Ki Moon, ha dichiarato che “la missione di pace nel paese, Unmiss, continua a ricevere rapporti gravemente preoccupanti di violenze sessuali, compresi stupri e stupri di gruppo, contro civili anche minorenni da parte di soldati in divisa e di uomini in abiti civili attorno alla Un House (un grosso complesso di uffici dell’Onu alla periferia della città dove si trovano anche due campi per la protezione dei civili, ndr) e in altre zone di Juba”.

Insicurezza alimentare

Diversi quartieri della città, inoltre, sono stati razziati. Molte case sono state distrutte e la popolazione è stata spogliata di tutto. Per di più sono stati svuotati i magazzini di tutte le derrate alimentari, così che i mercati sono praticamente vuoti, anche perché la strada di collegamento con l’Uganda, da cui la città veniva rifornita, è ora estremamente insicura e dunque non percorribile. Molta gente è stata perciò costretta a cercare protezione, riparo ed assistenza nei campi per la protezione dei civili e presso le chiese cristiane. La cattedrale cattolica, conosciuta a Juba come Kator, è arrivata ad ospitare diverse migliaia di persone.

Ma, ancor più deplorevole è stata la razzia del più grande magazzino del Programma alimentare mondiale (Pam) che conteneva cibo sufficiente per sfamare 250.000 persone per un mese, sfollati già gravemente malnutriti e sull’orlo della carestia. Il Pam ha denunciato anche il furto di numerosi automezzi pesanti, destinati alla distribuzione di cibo nelle aree rurali del paese, cosa che renderà molto difficile raggiungere la popolazione più in difficoltà, nelle aree più remote. Testimoni e rapporti della missione di pace accusano i soldati governativi dei crimini sopra descritti.

La gente non ha speranza che la situazione possa migliorare, anzi teme che possa presto peggiorare ulteriormente. Dunque si affolla ai confini per lasciare il paese. Sono poco meno di 30.000 i profughi arrivati nelle ultime due settimane nel nord dell’Uganda; altri 40.000 sarebbero pronti ad espatriare da un unico posto di confine, quello di Nimule. Un flusso di poco minore si sta dirigendo in Kenya, dove i profughi si concentrano nel campo di Kakuma, ma parecchi sarebbero ormai arrivati anche a Nairobi. E’ aumentato anche il flusso sul confine settentrionale, quello con il Sudan, dove dall’inizio dell’anno molte decine di migliaia di sud sudanesi, provenienti da zone dove la carestia è ormai alle porte, si sono diretti in cerca di cibo.