Rd Congo / Dopo l’arresto del ribelle filorwandese
L’accordo tra Kinshasa e Kigali, che ha portato all’arresto del capo dei ribelli Cndp, probabilmente mentre si recava ad un appuntamento in Rwanda, è stata una sorpresa per gran parte degli osservatori internazionali. Ma, pur tra molte incognite, può davvero aprirsi una nuova fase.

L’arresto del capo ribelle Laurent Nkunda è l’ultimo colpo di teatro di una serie di accadimenti imprevedibili nell’est della Repubblica democratica del Congo. A fine ottobre non si poteva immaginare che colui che aveva sconfitto l’esercito congolese, solo tre mesi dopo sarebbe stato sotto chiave in Rwanda.

Ma la sconfitta di ottobre è stata una specie elettrochoc. Ha portato non solo a negoziati tra i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp, a dominante tutsi) di Nkunda e il governo congolese, in vista di un cessate il fuoco. Ha indotto anche il governo dell’Rd Congo a realizzare che senza il concorso del Rwanda del presidente Paul Kagame non sarebbe riuscito a riprendere in mano la situazione nel Kivu.

È così che all’inizio di dicembre c’è stato un patto ufficiale tra Kinshasa e Kigali per disarmare le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr: che raggruppa soldati di etnia hutu delle ex forze armate rwandese ed ex miliziani Interahmwe implicati nel genocidio del 1994, nonché reclute formate e indottrinate nei campi profughi in terra congolese), patto che ai più non sembrava possibile. Invece, pare proprio che, in contropartita di questa concessione al Rwanda (le Fdlr erano alleate dell’esercito congolese), Kigali abbia deciso non solo di sganciarsi da Nkunda ma anche di contribuire a neutralizzare il suo alleato, l’uomo che era diventato il “nemico pubblico numero uno” in Rd Congo. È anche vero che il Rwanda, e Kagame in particolare, doveva fare un gesto e smettere di sostenere Nkunda, se non voleva che gli investitori internazionali gli voltassero le spalle.

Secondo fonti ufficiali congolesi e rwandesi, Nkunda sarebbe stato catturato in Rwanda, al posto di frontiera di Bunagana, nella tarda serata di ieri 22 gennaio, dopo che i suoi uomini avevano opposto una tenue resistenza in territorio congolese. Secondo altre fonti, Nkunda è stato arrestato mentre si recava di propria iniziativa ad una riunione alla quale era stato invitato in Rwanda.

La notizia del suo arresto è stata accolta favorevolmente dal commissario europeo allo sviluppo Louis Michel, secondo il quale, «ogni elemento che consente di allentare o di ridurre l’influenza negativa dell’uno o dell’altro, non può che consolidare e rafforzare la pace. L’arresto di Nkunda è segno che il Rwanda non è dietro di lui». Non è più dietro di lui, si dovrebbe dire…

Al contrario, non poche organizzazioni non governative sono preoccupate di questi avvenimenti e in particolare dell’offensiva contro le Fdlr, temendo che ciò crei nuovi dislocamenti di popolazioni. Tra le voci critiche, figura anche quella delle Nazioni Unite: per nulla contente di essere state lasciate in disparte dagli accordi di pace e dalle iniziative militari. Si è degradato il rapporto dell’Onu con Kinshasa. Il ministro congolese dell’informazione, Lambert Mendé, ha accusato l’Onu di voler contrastare l’operazione e di esagerare il numero dei soldati rwandese entrati in Rd Congo così da suscitare sentimenti di timore. Si può dire che, in un certo senso, l’Onu (che, ricordiamolo ha investito negli ultimi anni più di un miliardo di dollari l’anno in Rd Congo) ha reso un servizio alla pace. I suoi caschi blu si sono rivelati talmente incapaci di adempiere la loro missione – proteggere i civili e disarmare i ribelli – che a un certo momento Kinshasa ha preferito riconciliarsi con Kigali.

A Goma, capoluogo del Nord-Kivu, lo sviluppo di ciò che accade è seguito con un misto di felicità e di inquietudine. Felicità all’indomani del cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal Cndp il 16 gennaio. Felicità perché l’operazione congiunta contro le Fdlr significa non solo che non ci sarà più guerra tra l’esercito congolese e gli uomini di Nkunda, ma nemmeno tra Kigali e Kinshasa. Nello stesso tempo i cittadini di Goma sono sconcertati, sorpresi. E, in effetti, la situazione è paradossale. Si andava verso un’intesa negoziata del conflitto con Nkunda e, da un giorno all’altro, l’interlocutore politico diventa un fuorilegge. Ed è agli arresti mentre Bosco Ntaganga, numero due del Cndp, che da poco si è staccato da Nkunda, è in libertà. Eppure contro di lui c’è un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per le atrocità commesse tra il 2002 e il 2003 nell’Ituri.

L’accavallarsi di tutti questi fatti solleva parecchie osservazioni e domande. È positivo che numerosi belligeranti del Kivu dichiarino di deporre le armi e di volersi integrare nell’esercito, come nel caso dell’ala del Cndp che fa capo a Ntaganda o l’ala hutu dei mayi mayi che si riconoscono nel movimento dei Patrioti resistenti congolesi (Pareco). Ma per fare questo è necessario che l’esercito, corrotto e indisciplinato, paghi le sue nuove reclute o che gli uomini che abbandonano le armi trovino un’occupazione. Altrimenti c’è il rischio che molti abitanti del Kivu formino nuove milizie per proteggersi da un esercito che è maestro nell’arte di saccheggiare i compatrioti.

Ci sono poi altre cause della guerra in Kivu, che i recenti accordi e l’avvicinamento tra Rwanda e Rd Congo non regolano, anche se favoriscono una normalizzazione: l’l’odio etnico, la paura dell’altro, i conflitti per la terra. Come si vede, le difficoltà sono molte. E le deve affrontare il presidente congolese, al quale fa comodo l’arresto di Nkunda. Infatti, è stato criticato per aver invitato l’esercito rwandese a risolvere con la forza il problema delle Fdlr. Anche perché il ricordo dell’occupazione rwandese (1998-2003), dei suoi saccheggi e dei suoi crimini è ancora ben vivo. Ma ai suoi critici Kabila può ormai mostrare chela sua politica ha portato dei risultati.

Rimane un punto. Le Fdlr sono un boccone piuttosto grosso. Sono numerose: 8.000 uomini, almeno due volte di più dei soldati rwandesi che intendono disarmarli. Inoltre, sono degli ossi duri e ben motivati. Molti di loro sono ricercati dalla giustizia rwandese per aver partecipato al genocidio del 1994 e sono pronti a vendere cara la pelle. Infine, non va dimenticato che sono solidamente integrati in Rd Congo (molti si sono sposati con delle congolesi) tanto da avere una loro amministrazione a Walikale, nel Masisi, e anche nel Sud-Kivu.

Lo speciale di Nigrizia.it sulla Repubblica democratica del Congo