La piantagione di ananas della Del Monte in Kenya – una quarantina di chilometri quadrati nelle contee di Kiambu e Murang’a, pochi chilometri a nord-est di Nairobi – continua a fare notizia per le gravi violazioni dei diritti umani della popolazione locale. Violazioni che vengono denunciate da decenni senza che le parole di condanna degli stessi vertici della multinazionale e i provvedimenti che ne conseguono si traducano in fatti.
Circostanza che sembra segnalare una mancanza di volontà di affrontare in modo efficace e positivo le cause ultime della situazione che possono essere ricondotte ad una difficile relazione con la popolazione locale che, finora, non avrebbe percepito nessun concreto vantaggio dalla presenza della piantagione sul suo territorio.
Ne avrebbe invece ricevuto danni evidenti, sia per l’espropriazione di terreni un tempo comunitari, sia per l’aumentata difficoltà delle comunicazioni, dovuta all’impossibilità di usare le strade rurali su cui tradizionalmente ci si spostava nella zona perché passano all’interno del vastissimo territorio dell’azienda.
Una valutazione in linea con altre relative all’impatto di grandi piantagioni sull’economia e sugli standard di vita delle comunità locali.
Un investimento strategico
I vantaggi sarebbero evidenti solo nel bilancio statale. La piantagione di ananas della Del Monte sarebbe la più importante del Kenya per l’esportazione di prodotti agricoli e varrebbe più di 100 milioni di dollari all’anno.
La media degli stipendi mensili nella zona sarebbe di circa 380 dollari, pari a meno di 50mila scellini kenyani, una cifra medio-bassa che consente di sopravvivere in una zona rurale, ma non di affrontare eventuali emergenze, ricorrenti nella vita di ogni famiglia.
Il difficile rapporto della piantagione con le comunità locali si è talvolta tradotto in attività illegali, come il furto dei prodotti maturi che si trovano poi sui mercati informali del paese. Questo giustificherebbe la stretta sorveglianza e l’intervento delle forze dell’ordine.
Lo afferma un portavoce della polizia, che lo considera una decisione volta “non solo a mettere in sicurezza un investimento strategico per il paese, ma anche a rafforzare con decisione il ruolo della legge e a mettere fine all’impunità”.
Certo, però, le sue considerazioni non possono giustificare i continui e gravissimi incidenti che si verificano nella piantagione.
L’inchiesta di The Guardian
In un’inchiesta pubblicata il 13 luglio dal The Guardian, prestigioso quotidiano inglese, si dice che, nel corso dell’ultimo anno le guardie della piantagione hanno ucciso tre giovani. L’articolo sottolinea che la sorveglianza è ora assicurata da un gruppo di 270 uomini di una compagnia per la sicurezza inglese, la G4S, in collaborazione con la polizia locale.
La Del Monte, un paio d’anni fa, aveva deciso di sostituire le sue guardie private con un servizio specializzato e riconosciuto internazionalmente dopo una serie di incidenti gravissimi, e diversi morti, denunciati in precedenza. Ma evidentemente non è bastato. E gli incidenti mortali sono continuati.
In agosto dell’anno scorso un poliziotto della polizia locale ha sparato al petto a Stephen Marubu Kibandi, 34 anni, che, secondo un testimone oculare, aveva alzato le braccia in segno di resa.
Suo fratello, Haron Kame Kibandi, 27 anni, è morto in aprile, dopo essere stato colpito da un sasso lanciato da una guardia della G4S che lo ha sbalzato dalla moto su cui viaggiava.
Michael Muiruri, 31 anni, che pure attraversava la piantagione in moto, è morto dopo essere stato urtato da un pick-up del servizio di guardia.
Nella ricostruzione degli incidenti, raccolta dai reporter di The Guardian che hanno visto anche documenti delle denunce fatte dai familiari delle giovani vittime degli incidenti, risulterebbe evidente l’uso ingiustificato di armi da fuoco, di corpi contundenti e di pratiche pericolose usati sia da uomini della polizia che della G4S.
La quale per altro nega che ci siano state condotte non conformi allo standard di sicurezza della compagnia nelle operazioni sotto indagine.
Un suo portavoce ha sottolineato che gli operatori della G4S hanno ricevuto una preparazione specifica che include attenzione per i diritti umani e tecniche di de-escalation. Inoltre lavorano secondo il principio del minimo uso della forza anche per la difesa personale. “I problemi sollevati riguardano o operazioni della polizia, non della G4S, o incidenti stradali che sono al vaglio della polizia kenyana”.
Polizia, abusi e impunità
Aver coinvolto la polizia locale nella sicurezza della piantagione non sembra essere considerata una buona idea nella zona. Secondo molti sentiti dai ricercatori, avrebbe portato, e porterà, all’aumento degli incidenti, anche mortali.
Secondo loro è infatti molto difficile provare e perseguire uomini delle forze dell’ordine, che si sentirebbero perciò difesi dalla loro stessa divisa. Va detto inoltre che la polizia del Kenya non è annoverata tra le migliori del mondo.
Nella lista del World Internal Security and Police Index (WISPI), nel 2024 si collocava al 125° posto su 127. I problemi riscontrati riguardano la legittimità delle operazioni e le capacità dimostrate, che in genere, portano a risultati non soddisfacenti, se non addirittura controproducenti.
Gli abusi nella piantagione hanno raggiunto anche il livello politico. Joe Nyutu, senatore rappresentante della contea di Murang’a, una delle due in cui la piantagione si estende, si è detto “profondamente preoccupato” per i ripetuti incidenti nella zona.
Chiede un’inchiesta globale e indipendente che riguardi i protocolli di sicurezza, la catena di comando e l’aderenza agli standard di rispetto dei diritti umani. “Nessuna compagnia che opera in Kenya, a prescindere dalla sua estensione o del suo contributo economico, dovrebbe essere al di sopra di un’indagine”.