Dal 5 giugno nelle zone protette del Kenya – parchi nazionali, spiagge, riserve faunistiche e foreste –  sarà proibito usare oggetti e imballaggi di plastica monouso.

E’ il secondo, atteso, passo per limitare l’uso della plastica nel paese e prevenire il grave inquinamento ambientale che ne deriva. Il primo è del 2017, quando sono stati banditi gli onnipresenti sacchetti di polietilene in cui, in tutti i mercati del paese, veniva riposta ogni sorta di merce.

Si tornava dalla spesa con decine di sacchetti e sacchettini. E si finiva per ritrovarli nei canali di scolo ai margini delle strade, nei corsi d’acqua, sui rami degli alberi, sulle spiagge dell’oceano indiano. Il paesaggio ne era deturpato.

L’ambiente e la salute umana ne erano minacciati, dal momento che finivano per diventare un ricettacolo di altra spazzatura in decomposizione, cibo mortale per gli animali e veicolo di gravi infezioni. Ora, a circa tre anni dal provvedimento, sembrerebbero davvero quasi spariti dal paese.

Secondo un recente rapporto del centro di ricerca Sustainable Inclusive Business, SIB-Kenya (Affari inclusivi e sostenibili), la loro presenza sul territorio sarebbe diminuita di almeno l’80%.

Un successo, se si pensa alla resistenza iniziale sia da parte dei produttori, che ne dovevano smaltire ingenti quantità già stoccate nei magazzini e dovevano investire per riconvertire le catene di approvvigionamento delle materie prime e della produzione, sia da parte degli utenti che dovevano cambiare drasticamente abitudini nella commercializzazione e nella vita quotidiana.

Ci si chiedeva con preoccupazione, ad esempio, dove riporre la spazzatura. Ora si usano i fogli del giornale o secchielli di plastica che, una volta svuotati nei sacchi della spazzatura condominiali, si lavano senza problemi. E per trasportare la spesa sono tornate di moda le borse di paglia, la cui produzione artigianale, con materiale locale, dà lavoro a numerosi gruppi di donne.

Si spera che il bando della plastica monouso, la cui utilizzazione, invece, secondo il rapporto citato, è in rapida crescita, abbia lo stesso successo. Secondo la direttrice di SIB-Kenya, Karin Boomsma, il provvedimento potrebbe incoraggiare un modello di produzione circolare in cui i rifiuti vengono recuperati e riciclati.

In Kenya il problema della gestione dei rifiuti è gravissimo. Se ne producono annualmente circa 3 milioni di tonnellate e ne vengono riciclati solo l’8%. Se si considerano solo gli imballaggi di plastica, la produzione si aggira sulle 270mila tonnellate. Ne vengono riciclate circa il 15%. In Italia la percentuale è di circa il 43%.

L’attenzione al riciclo, però, si sta rapidamente diffondendo nel paese. L’anno scorso una giovane imprenditrice keniana, Hope Wakio Mwanake, ha vinto il premio internazionale Lead2030 con la sua start-up Eco Block and Tiles dove produce tegole e altro materiale da costruzione riciclando proprio imballaggi di plastica.

Nel 2018, primo anno di attività, ha lavorato 50 tonnellate di plastica e venduto più di 50mila tegole. Con il supporto del premio ricevuto, 50mila dollari e un anno di coaching per sviluppare l’azienda, stima di poter arrivare al riuso di 1.200 tonnellate di plastica all’anno entro il 2024. Gli esempi simili potrebbero essere parecchi.

In Africa sono 34 i paesi che hanno preso provvedimenti per cercare di limitare la produzione e l’uso della plastica. Solo nell’Africa orientale hanno adottato provvedimenti simili a quelli del Kenya anche il Rwanda e la Tanzania. L’Eritrea, nella regione limitrofa del Corno d’Africa, ha messo al bando i sacchetti di plastica fin dal 2005.

Ma la legislazione di Nairobi è particolarmente importante sia dal punto di vista della politica regionale sia dal punto di vista pratico. Infatti, il paese è il più economicamente sviluppato dell’area e la sua produzione di plastica è maggiore, dunque la diminuzione avrà un impatto ben più importante per la conservazione dell’ambiente.

Inoltre, nel medio e lungo termine, la plastica dovrà essere sostituita con altri materiali ecosostenibili e quella non sostituibile dovrà essere riciclata. Si può prevedere che saranno introdotti materiali, cicli di lavorazione e di riutilizzo innovativi che potranno costituire un esempio di fattibilità anche in altri paesi della regione.