Elezioni generali 2017
Tra meno di ventiquattro ore, circa 19 milioni di kenyani si recheranno ai seggi per le elezioni generali. Il clima è di grandissima tensione, di timore e di sfiducia nelle istituzioni, percepite come organismi al servizio del potere. Chi ha potuto ha lasciato la capitale e chi è rimasto attende. In tutti è vivo il ricordo dei massacri etnico-politici che seguirono l’annuncio dei risultati delle elezioni del dicembre 2007.

L’infuocata campagna elettorale che ha occupato la scena politica keniana per lunghissimi mesi, nei fatti ben più dei due previsti dai regolamenti, è finita alle ore 18 di ieri. Domani, martedì 8 agosto, circa 19 milioni di elettori si recheranno a votare nei 40.833 seggi dei 290 collegi elettorali del paese.

Si prevedono lunghissime code fin dalle primissime ore del mattino, anche se ogni seggio non può avere più di 700 votanti. Ma le operazioni di voto sono complesse. Ogni elettore riceverà 6 schede di diverso colore e voterà per eleggere il presidente, il governatore della contea, il senatore del collegio, il rappresentante al parlamento nazionale e all’assemblea della contea, le rappresentanti donne. Alle 5 del pomeriggio le operazioni di voto dovranno essere concluse. I risultati sono attesi nell’arco delle seguenti 24 ore, ma la commissione elettorale (Indipendent electoral boundary commission – Iebc) ha precisato che la Costituzione concede 7 giorni per la proclamazione degli eletti. Il risultato più atteso è certamente quello che riguarda l’elezione del presidente, le cui urne verranno aperte per prime. Per vincere, il candidato dovrà raggiungere il 50% più 1 dei votanti, altrimenti si andrà al ballottaggio.

Clima teso

Il paese si avvia a questa tornata elettorale in un clima di estrema tensione e con molta preoccupazione. Gli ultimi giorni sono stati segnati da una serie di gravissimi episodi che hanno contribuito a ridurre la già tenue speranza che le elezioni possano essere condotte in modo libero, credibile e trasparente.  Il più grave è certamente l’assassinio di Christopher Msando, l’uomo che avrebbe dovuto garantire il corretto funzionamento del sistema elettronico di voto. Si dice che fosse un uomo incorruttibile. Prima c’era stato l’assalto alla casa di campagna del vicepresidente William Ruto, con modalità che hanno sollevato non pochi dubbi sul suo reale significato.

Venerdì altri due episodi controversi. L’alleanza di opposizione (Nasa), con dichiarazioni di politici di peso, ha denunciato un raid nell’ufficio attrezzato per il controllo dei risultati elettorali. Una quindicina di uomini armati e mascherati avrebbero minacciato lo staff, distrutto o asportato le attrezzatture. Secondo le dichiarazioni ufficiali del Nasa, si sarebbe trattato di un’operazione della polizia, che ovviamente nega. Ma anche i mezzi di comunicazione più accreditati sollevano dubbi sulla reale portata del fatto. Nelle stesse ore due consulenti elettorali stranieri del Nasa, uno statunitense e uno canadese, sarebbero stati prelevati dalle loro abitazioni, portati all’aeroporto ed espulsi. L’episodio è stato confermato da un twitter dell’ambasciata americana. Due ghanesi sarebbero invece stati fermati direttamente all’aeroporto.

Mancanza di fiducia e frustazione

Al di là dell’indubbia gravità dei fatti, interessa notare come i keniani li abbiano assorbiti come l’ennesima dimostrazione che le istituzioni, al governo e all’opposizione, non siano credibili e non possano perciò garantire la credibilità delle elezioni. L. Muthoni Wanieki, direttrice regionale di Amnesty International, nel suo commento sull’Est African del 5 agosto, nota come solo la credibilità delle istituzioni possa evitare il caos. E la loro credibilità dipende dall’agire nell’interesse pubblico e non di una parte politica. Questa mancanza di credibilità fa sì che si vada al voto in un clima di paura e rabbia.

Maina Kiai, altro seguito commentatore politico e attivista per il rispetto dei diritti umani, in un articolo pubblicato sul Daily Nation sabato scorso, sottolinea come diversi provvedimenti presi negli ultimi giorni siano volti a limitare la libertà di informazione e dunque la trasparenza delle operazioni elettorali , come ad esempio, la proibizione di scattare foto nelle sezioni elettorali e perfino nelle loro vicinanze, o il dispiegamento esagerato di forze dell’ordine. Questa mancanza di trasparenza non fa che alimentare sospetti e minare la credibilità delle votazioni. E’ questa atmosfera, dice Maina, che rischia di precipitare il paese nel caos. 

Alta tensione e paura nella capitale

A Nairobi in queste ultime ore prima del voto ci sono state numerose iniziative per promuovere un pacifico svolgimento della tornata elettorale. Ma nessuno si nasconde che basterebbe un ritardo nella comunicazione dei risultati o una qualsiasi provocazione per fare da miccia ad un incendio che potrebbe essere difficile da controllare. Molti giovani degli slum, che non hanno niente da perdere, dicono chiaramente che reagiranno se qualcuno cercherà di derubarli anche della speranza di poter cambiare il proprio futuro con il voto. I giovani sono il 51% dei votanti e determineranno in gran parte il risultato delle elezioni.

Molti temono che l’incendio sarà difficilmente evitabile. Nairobi si è spopolata nei giorni scorsi. Tutti coloro che hanno potuto sono tornati al villaggio, dove si sentono protetti dall’omogeneità etnica e dai legami familiari e clanici. Molti uffici rimarranno chiusi per parecchi giorni e anche diversi negozi non apriranno il giorno delle elezioni. Ma tutti ovviamente sperano e pregano perché le elezioni si svolgano nell’ordine e il paese possa proseguire senza scossoni verso una democrazia più solida. 

Leggi il nostro dossier sulle elezioni in Kenya: “Blocchi etnici, politica a brandelli”

5 personaggi chiave per la riuscita dello scrutinio

L’organizzazione e la sicurezza del voto per le elezioni generali di domani ricadono sulle spalle di alcune figure chiave delle istituzioni del paese. Ecco di chi si tratta:

 

1-  Wafula Chebukati: Nominato 6 mesi fa, il presidente della Commissione elettorale indipendente (Iebc) ha gli occhi del mondo puntati addosso, perché su di lui ricade la responsabilità dell’organizzazione e della supervisione di questa tornata elettorale, una delle più calde nella storia del Kenya. Più di 19 milioni di votanti devono scegliere fra 15 mila candidati. Chebukati e i suoi si trovano nel mezzo a fare da arbitri. Devono assicurare un voto trasparente ed assicurare che il sistema elettronico funzioni correttamente, diversamente a quanto avvenne nel 2013.

 

2- Fred Matiang’i: Incaricato come ministro degli Interni il mese scorso dopo la morte improvvisa del suo predecessore Joseph Nkaissery, la sua posizione è particolarmente delicata. È lui che deve assicurare la stabilità del paese, specialmente prima e dopo la pubblicazione dei risultati, un test che si presenta decisamente difficile.

 

3- Joseph Boinnet: Molto ricade sulle spalle dell’Ispettore generale della polizia keniana. Sarà impiegato ogni agente a disposizione. Durante il giorno del voto Boinett dispiegherà 150 mila ufficiali di polizia. Negli oltre 40 mila seggi ha chiesto l’aiuto anche della guardia forestale oltre che a quello dell’esercito.

 

4- David Maraga: Quando Chebukati avrà finito il suo compito sarà lui ad entrare in campo. In qualità di Presidente della Corte suprema del Kenya il suo sarà un ruolo determinante dopo la pubblicazione dei risultati. Se ci si basa sul precedente delle elezioni del 2013, potrebbero essere centinaia i ricorsi che verranno presentati nelle varie contee del paese. La maggior parte di questi dovranno essere giudicati entro termini temporali stabiliti, come nel caso di quello che potrebbe presentare uno dei due candidati alla presidenza. In quest’ultimo caso Maraga e gli altri 5 giudici della Corte Suprema dovranno prendere una decisione entro 14 giorni dal voto.

 

5- Samson Mwathethe: Sebbene apolitica, la partecipazione dell’esercito keniano nelle elezioni 2017 è sotto i riflettori negli ultimi giorni. La coalizione d’opposizione National super alliance (Nasa) sospetta che il governo del Jubilee voglia utilizzare l’esercito per manipolare il voto e far rieleggere Uhuru Kenyatta. Accusa negata fermamente sia dalle forze armate che dal ministero della Difesa. In ogni caso il generale Mwathethe e le sue truppe potrebbero dover intervenire per ripristinare l’ordine se dovessero scoppiare violenze come nel 2007. 

(Foto e testo di Marco Simoncelli)