Il 30 settembre sarà posta la prima pietra per la più grande raffineria di petrolio dell’Africa orientale, una delle più importanti del continente.
Sarà costruita a Lamu, il terminal sull’Oceano Indiano del LAPSSET Corridor, un complesso di infrastrutture – tra cui un porto con un hub petrolifero servito da una raffineria, strade a scorrimento veloce, ferrovie, aeroporti, reti per la distribuzione di elettricità, infrastrutture digitali per le comunicazioni e tanto altro – che punta all’integrazione economica dei paesi della regione.
Lapsset è infatti un acronimo che sta per Lamu Port, Sud Sudan, Etiopia. Ma anche altri paesi, come Rwanda, Uganda, Burundi, Repubblica democratica del Congo se ne serviranno. Si tratta di un progetto faraonico di cui si parla da una quindicina d’anni. È stato infatti lanciato ufficialmente nel marzo del 2012, proprio a Lamu. L’istituzione incaricata di svilupparlo – la LAPSSET Corridor Development Authority (LCDA) – è stata insediata un anno dopo, nel marzo 2013.
Il progetto ha avuto numerosi problemi nell’avvio e subíto notevoli ritardi per questioni relative alle relazioni regionali e ai finanziamenti necessari per la sua realizzazione.
Impatti ambientali e turismo
Inoltre pone diversi interrogativi sull’impatto ambientale, in particolare proprio a Lamu, dove si trovano barriere coralline, foreste di mangrovie e parchi marini protetti. Tanto che diverse organizzazioni ambientaliste locali e internazionali, tra cui Greenpeace, hanno chiesto ripetutamente di bloccare alcune attività.
E hanno talvolta avuto successo, come nel caso dell’impianto per la produzione di energia dal carbone, la Lamu Coal Power Plant, che avrebbe dovuto fornire energia anche per i lavori di realizzazione del Corridor, fermata definitivamente da una sentenza nel 2019.
Per di più la parte vecchia della città, posta su un’isola, è considerata il più vecchio e miglior esempio di architettura swahili dell’Africa orientale ed è inserita tra i siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 2001.
Lamu è insomma una zona ambientale, culturale e turistica rilevante e di pregio per il Kenya. Molti si chiedono come si potrà conciliare il turismo con uno sviluppo così massiccio di infrastrutture logistiche e industriali, per di più potenzialmente inquinanti.
Il “Dangote project”
Tuttavia il LAPSSET Corridor, seppur lentamente, sta facendo progressi. L’ultimo è appunto il finanziamento della prevista raffineria di petrolio.
Questo progetto è conosciuto come il “Dangote project”, dal nome del maggior finanziatore, il Gruppo Dangote, che a sua volta prende il nome dal suo presidente, il nigeriano Aliko Dangote, l’uomo più ricco del continente. Il Gruppo è titolare in Nigeria di una delle più importanti raffinerie al mondo, recentemente quotata in Borsa, e di molti altri investimenti in Africa.
Il costo previsto per la raffineria kenyana, che dovrebbe essere pronta entro il 2030, si colloca tra i 16 e i 17 miliardi di dollari, con una struttura finanziaria piuttosto complessa, che prevede un 30% garantito dai partner e un 70% chiesto a debito sul mercato finanziario internazionale.
A regime, dovrebbe essere in grado di lavorare dai 600 ai 700.000 barili di petrolio al giorno.
Le incognite sulle forniture
Su questa stima, secondo gli analisti del settore, si pone un grosso interrogativo. Da dove arriverá tutto il petrolio che serve alla raffineria per essere economicamente sostenibile?
Né il Kenya né nessun’altro dei paesi della regione, hanno depositi di petrolio che possano garantire un approvvigionamento nemmeno lontanamente sufficiente. Almeno per quanto riguarda le prospezioni attuali.
Alla raffineria di Lamu dovrebbe affluire prima di tutto il greggio estratto dai campi petroliferi kenyani, quelli della regione Turkana, stimato attorno a 50.000 barili al giorno al massimo. Arriverebbe anche quello sudsudanese, estratto da campi petroliferi nel nord del paese, una zona per ora endemicamente e gravemente instabile. In entrambi i casi gli oleodotti sono in alto mare; quello dal Sud Sudan, soprattutto.
L’Uganda ha deciso di servirsi del porto di Tanga, in Tanzania, per la commercializzazione del suo greggio. I campi petroliferi ugandesi ora attivi, posti nel bacino del Lago Alberto, sono collegati al terminal sull’Oceano Indiano dall’East African Crude Oil Pipeline (EACOP), 1.443 chilometri. L’oleodotto è ormai quasi completato nonostante la forte opposizione di ambientalisti e di diverse comunità residenti lungo il suo percorso.
L’estrazione di greggio della Rd Congo è per ora limitata e i campi petroliferi ora attivi si trovano lungo la costa atlantica. Ci sono esplorazioni anche nelle regioni dell’est del paese e al largo della costa somala. I depositi sembrano allettanti, ma, se dovessero essere effettivamente sfruttati, diventerebbero commercialmente interessanti solo tra diversi anni.
Anche perché si troverebbero in gran parte in zone protette, ricche di biodiversità da salvaguardare che sarebbero devastate dagli impianti petroliferi. Le operazioni potrebbero suscitare perciò una forte opposizione locale e internazionale. Senza contare i pericoli dovuti alla forte instabilità di molte delle zone dove si trovano i giacimenti.
Dunque la raffineria Dangote di Lamu potrebbe restare in balia di rifornimenti via mare per molto tempo, dicono gli esperti del settore. E alcuni si chiedono se un tale investimento non sia fin troppo rischioso, almeno per le informazioni ora accessibili sulla materia prima disponibile nella regione.
Combustibili fossili e sviluppo sostenibile
Ma gli interrogativi sono anche più di fondo. Ha senso puntare sull’estrazione e la lavorazione di altre centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno mentre si fa sempre più pressante la necessità di limitare la produzione di energia da fonti fossili e di passare al più presto allo sfruttamento di quelle rinnovabili per la salvaguardia del pianeta e dell’umanità intera?
Ha senso farlo in Africa, il continente più colpito dagli effetti della crisi climatica dovuta all’uso di energia da fonti fossili? Senza contare i danni sicuri al territorio, ad ecosistemi delicati e già sotto stress per i cambi del clima, all’economia già in equilibrio precario di molte comunità nelle zone in cui il greggio dovrebbe essere estratto, trasportato e lavorato.
Gli investimenti del Gruppo Dangote in Africa orientale
Tuttavia sembra che l’impianto possa diventare il volano anche per altri investimenti del genere del Gruppo Dangote nella regione. Secondo Africa Report, sono in corso trattative con il governo kenyano anche per un impianto di produzione di energia elettrica dal gas.
Secondo le informazioni che circolano, si prevede di produrne 1.000 MW al giorno grazie a gas liquefatto proveniente dalla Tanzania, paese con il quale, per ora, le relazioni del gruppo, e dello stesso Kenya, non possono essere definite facili.
L’energia prodotta servirebbe per coprire il fabbisogno, in forte crescita, del Kenya e per differenziarne le fonti. Ma anche, se non soprattutto, per sostenere lo sviluppo industriale della zona di Lamu.
Nei giorni scorsi, inoltre, il Gruppo Dangote ha comunicato che contribuirà al finanziamento di un oleodotto tra Gibuti e l’Etiopia. L’opera, lunga 120 chilometri circa, ha un costo previsto di 660 milioni di dollari e dovrebbe essere completata in circa 18 mesi.
Trasporterà il carburante arrivato via mare al porto Damerjog, a sud di Gibuti, vicino allo stretto del Bab el Mandeb, fino alla località etiopica di Dewele, dove è anche previsto un impianto di stoccaggio di 400 milioni di litri. L’oleodotto accorcerebbe notevolmente i tempi di trasporto. In un giorno il carburante potrebbe essere ad Addis Abeba. Attualemnte, con le autocisterne, servono invece tre giorni.
Si tratta di opere tutte volte ad aumentare e facilitare l’uso di combustibili fossili. Si pone perciò lo stesso genere di domande elencate sopra: sono davvero utili ed opportune per uno sviluppo sostenibile della regione? Uno sviluppo sostenibile, l’unico su cui ormai sembra necessario puntare, per garantire il nostro stesso futuro.
Purtroppo si può prevedere che se ne avvantaggeranno i PIL dei paesi interessati, i patrimoni degli imprenditori e degli investitori, i conti in banca di parecchi politici, a scapito delle comunità locali, come sempre è successo in casi simili, in Africa, ma anche altrove.