Il presidente kenyano Huhuru Kenyatta (a sinistra) e il suo omologo somalo Mohamed Abdullahi Mohamed "Farmaajo" (Credit: thebrief.co.ke)

In quest’ultimo periodo del 2020 il Corno d’Africa si conferma una delle regioni più turbolente e instabili dello scacchiere mondiale. Dopo la crisi etiopica, scoppiata all’inizio di novembre e tutt’altro che risolta, negli ultimi giorni si sono riacutizzate le tensioni tra la Somalia e il Kenya. Il 30 novembre Mogadiscio ha espulso l’ambasciatore keniano e ha richiamato il suo da Nairobi.

Era il preludio alla rottura delle relazioni diplomatiche, annunciata dal governo somalo nella serata del 14 dicembre con un duro comunicato teletrasmesso del ministro dell’Informazione, Osman Dubbe. “Sono continue le ingerenze del Kenya nei nostri affari interni. I precedenti appelli a metter fine alla violazione della nostra sovranità sono stati ignorati”.

Il comunicato è stato seguito dal dispiegamento di unità dell’esercito sul confine, in corrispondenza della contea kenyana di Mandera, dove il 16 dicembre il Daily Nation – il quotidiano più diffuso del paese – scriveva che la situazione era tesa e suonavano “tamburi di guerra”.

Un’immagine forse un po’ troppo drammatica e pessimistica, visto che, almeno ufficialmente, il governo kenyano assicura che sta lavorando alla ripresa delle relazioni diplomatiche, ma che rende benissimo l’atmosfera che si respira nelle zone a cavallo dei due paesi.

La Somalia, invece, sembra voler aggiungere benzina sul fuoco. Secondo il Situation report n.28, diffuso il 17 dicembre dall’organizzazione belga EEPA (Europe External Programme with Africa) composta da esperti in questioni africane, il governo di Mogadiscio si preparerebbe a chiedere l’uscita dal paese delle truppe kenyane che partecipano all’Amisom, la missione di pace dell’Unione Africana. Potrebbe non concedere loro i visti necessari all’entrata e alla permanenza in Somalia già dal prossimo mese.

Per di più, circolano voci che Mogadiscio avrebbe intenzione di chiedere all’Eritrea di inviare un suo contingente in loro sostituzione. Questo cambierebbe in modo significativo le relazioni tra i paesi della regione e non nella direzione di una maggiore stabilità. L’Eritrea è stata a lungo monitorata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu perché sospettata di armare e addestrare i miliziani di al-Shabaab. Per questo anche le relazioni tra Asmara e Nairobi sono state a lungo estremamente tese. Solo recentemente, e per gli ultimi anni, i sospetti di sostegno al gruppo qaedista somalo non hanno trovato riscontri.

Per il Kenya un’eventuale “espulsione” del suo contingente significherebbe un molto minor controllo del confine da cui arrivano le minacce terroristiche che hanno messo a segno attacchi devastanti sul suo territorio. Basti ricordare gli episodi del centro commerciale Westgate nel cuore di Nairobi (2013, 67 morti e 175 feriti), dell’università di Garissa (2015, 148 morti e 79 feriti) e il più recente al complesso alberghiero DusitD2 nella capitale (2019, 21 morti e 28 feriti).

La crisi non arriva del tutto inaspettata. Da tempo i rapporti tra i due paesi non sono facili e i motivi di tensione gravi e molteplici, tanto che periodicamente si arriva a estenuanti bracci di ferro. L’ultimo in ordine di tempo è proprio quello del 30 novembre scorso, con l’espulsione dell’ambasciatore kenyano dalla Somalia. L’accusa era quella di ingerenza nelle elezioni somale, previste per questo mese, che si terranno invece probabilmente all’inizio del prossimo anno.

Mogadiscio ritiene che Nairobi si adoperi in favore dell’opposizione. Non è un mistero, ad esempio, il suo sostegno ad Ahmed Madobe, presidente del Jubbaland, uno degli stati federali somali, quello che condivide il lunghissimo confine con il Kenya. Madobe, però, è il principale esponente della fronda dei governi regionali nei confronti del governo federale.

Recentemente le autorità del Jubbaland hanno accusato quelle di Mogadiscio di aver tentato di defenestrare Madobe – eletto nelle elezioni locali che si sono svolte ad agosto 2019 – per sostituirlo con qualcuno più malleabile, in modo da aumentare il controllo centrale sugli affari regionali. Inoltre, il Kenya è accusato di ospitare dallo scorso gennaio un ministro del Jubbaland ricercato, con gravi accuse, da Mogadiscio.

In Somalia il periodo elettorale è sempre critico, ma quest’anno è particolarmente teso. Nei giorni scorsi si sono avute dimostrazioni a Mogadiscio per chiedere che venga gestito in modo trasparente. Secondo notizie riportate dalla Reuters, l’opposizione avrebbe chiesto alla Turchia di sospendere una consegna di armi ad una unità speciale della polizia, programmata per i prossimi giorni.

Sospetta, infatti, che il presidente in carica, Mohamed Abdullahi Mohamed conosciuto con il soprannome di Farmaajo (Formaggio), potrebbe approfittarne per influenzare pesantemente il risultato del voto. Perciò il sospetto di ingerenze nella politica interna è sempre sgradito, ma lo è particolarmente in Somalia in questo periodo.

La rottura delle relazioni diplomatiche è stata decisa, però, all’indomani della visita ufficiale in Kenya del presidente del Somaliland, Musa Bihi Abdi, alla fine della quale sono state rilasciate dichiarazioni congiunte in cui si dice che i rapporti tra Nairobi e Hargeisa, capitale del Somaliland, saranno d’ora in poi più stretti. Il prossimo marzo il Kenya aprirà il primo consolato nel paese. Da subito, invece, la compagnia di bandiera keniana istituirà voli diretti tra le due capitali.

La questione del Somaliland, che ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza nel 1991, è una spina nel fianco di Mogadiscio che lo ritiene invece una delle regioni semiautonome federali che compongono la Somalia. La visita del suo presidente a Nairobi, dove ha incontrato Uhuru Kenyatta, e le dichiarazioni che hanno fatto seguito, devono aver avuto a Mogadiscio il sapore, amarissimo, dell’inizio del percorso per il riconoscimento dell’autoproclamata indipendenza. La rottura delle relazioni diplomatiche non poteva che esserne la conseguenza.

Vedremo in un prossimo futuro quali sono le reali intenzioni del Kenya. Nairobi potrebbe, per ora, voler solo segnalare al vicino che ci sono diverse opzioni da esplorare per ridisegnare gli equilibri regionali, qualora fosse necessario.