Kenya. I goons e la politica della violenza - Nigrizia
Kenya Politica e Società
Preoccupa il ricorrente uso di giovani pagati da esponenti politici per creare il caos in occasione di eventi pubblici dell’opposizione
Kenya. I goons e la politica della violenza
Dopo la morte di due persone a Homa Bay, nel paese si è aperto un dibattito sul pericolo di disordini in vista delle elezioni generali del prossimo anno. Un pericolo reale, soprattutto dove il dibattito politico e le rivalità personali sono più accese
27 Agosto 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 6 minuti
Immagine generata dall'intelligenza artificiale

In Kenya le prossime elezioni si svolgeranno il 10 agosto 2027, ma la campagna elettorale è già cominciata da un pezzo, “pompata” anche dai mezzi d’informazione che dedicano all’appuntamento gran parte delle loro pagine politiche.

Nella homepage del sito del Daily Nation, il quotidiano più diffuso del paese, si trova addirittura una finestra di countdown, in rosso perché non sfugga neppure ai più distratti.

La finestra è stata aperta il 10 agosto e accompagnerà i lettori per un anno, fino alle urne. Non proprio il modo migliore, sembrerebbe, per controllare lo “stress elettorale” che nel paese è sempre piuttosto alto e molto spesso foriero di violenza.

Per la prossima tornata la tensione è già altissima. In gioco c’è la rielezione per il secondo mandato del presidente uscente, William Ruto. L’opposizione alle sue politiche è grande, soprattutto tra la nuova generazione di votanti, la GenZ, che ha coniato lo slogan “one term”, cioè una sola legislatura.

Slogan che funziona da catalizzatore di consensi e da detonatore di disordini in ogni manifestazione politica svoltasi negli ultimi mesi. La violenza, che molti osservatori temono potrebbe caratterizzare il prossimo voto, è infatti già cominciata da un pezzo.

La crisi dell’ODM e il Linda Mwananchi Movement

L’ultimo, gravissimo episodio è avvenuto a metà agosto. Lo scenario è quello della cittadina di Homa Bay, nell’omonima contea che si affaccia sul lago Vittoria, parte della regione che da sempre ha costituito la base elettorale dell’Orange Democratic Movement (ODM), il partito di Raila Odinga, originario della zona e morto il 15 ottobre 2025.

Fino a quel momento l’ODM era la maggior forza di opposizione, pur avendo una presenza nel governo.

Dopo la morte di Raila, il partito si è spaccato sulla linea politica da tenere in questo ultimo scorcio di legislatura e in vista delle elezioni. La parte che ha mantenuto il nome ODM, guidata da Oburu Odinga, fratello maggiore di Raila, ha fatto un accordo politico/elettorale con la United Democratic Alliance (UDA), il partito del presidente Ruto.

Dall’ODM, ormai parte integrante del governo, sono stati espulsi, o se ne sono andati, quelli che intendevano tener viva l’eredità politica di Raila rafforzando l’opposizione. Tra loro molti personaggi conosciuti e di peso, come il segretario generale Edwin Sifuna, che è anche il rappresentante di Nairobi in Senato, e il governatore della contea di Siaya, James Orengo, da sempre legale e importante sodale di Raila.   

Attorno ai due, ma soprattutto a Sifuna, più giovane e dotato di un certo carisma, si è formata e sta crescendo di giorno in giorno una forza di opposizione sostenuta soprattutto dai giovani, conosciuta come Linda Mwananchi Movement, un’espressione in swahili, la lingua ufficiale del paese, che può essere tradotta come “Movimento per la protezione dei diritti dei cittadini”.

I goons in azione a Homa Bay

I leader attesi ad Homa Bay il 16 agosto per il primo tour di presentazione ufficiale del movimento nella contea, sono stati accolti da bande di giovani che hanno scatenato l’inferno. Il giorno dopo il Daily Nation titolava in prima pagina “Battaglia per il paese natio di Raila”. Gravi disordini causati dai goons, si dice in un trafiletto a latere del titolo.

In Kenya, ma ormai in tutta l’Africa orientale, si definiscono “goons – teppisti si potrebbe dire in italiano – giovani assoldati per impedire ad ogni costo agli avversari di usufruire di uno spazio politico garantito dalla Costituzione.

Sono ormai oggetto di studi sociologici che ne descrivono in modo preciso il gruppo sociale – giovani disoccupati e senza prospettive per il futuro – i modi di operare e le ragioni per cui si attivano.

Homa Bay ne è un esempio classico. Atti gravissimi sono stati perpetrati durante la loro azione, tra cui la morte di almeno due persone e il ferimento di diverse decine di altre; il saccheggio di negozi e di hotel dove i goons pensavano di trovare i leader del movimento a cui volevano impedire di incontrare la cittadinanza; l’organizzazione di barricate per bloccare la circolazione. Ma non agivano per una decisione autonoma ed estemporanea.

Violenze pianificate

Il 18 agosto il giornale, ancora in prima pagina, titolava: Come il caos di Homa Bay è stato preparato”. L’articolo, nelle pagine seguenti, raccoglieva le testimonianze di alcuni dei ragazzi responsabili dei disordini.

Ognuno di loro aveva ricevuto dai 2.000 ai 4.000 scellini kenyani (dai 13 ai 27 euro circa), una cifra risibile anche nelle zone rurali del Kenya se paragonata al rischio da correre, ma allettante per chi non ha nulla in tasca.

Sempre secondo le testimonianze raccolte dai giornalisti, nelle settimane precedenti si erano svolte riunioni preparatorie dell’azione di aggressione ai leader del movimento dell’opposizione.

L’ordine era di non lasciarli neanche entrare in città e di impedire ogni incontro con la popolazione in tutta la contea.

I mandanti politici

Le riunioni sarebbero state ospitate da politici locali di peso, compreso il rappresentante della zona in Parlamento e, si dice, la stessa governatrice della contea.

Il 19 agosto il giornale diffondeva il profilo della persona che, nella zona, farebbe da tramite tra il mondo politico e i gruppi dei giovani coinvolti nei disordini: Kassim Abdi: l’uomo al centro delle politiche dei giovani in Homa Bay”, dove “politiche dei giovani” sta per coinvolgimento dei giovani nell’andamento politico locale come manodopera d’assalto.

Il tizio, conosciuto come “il comandante”, sarebbe stato arrestato il 4 agosto per accuse relative ad altri reati di violenza e poi rilasciato a furor di popolo, ma anche, si direbbe, con condiscendenza.

Si tratta dunque di fatti e di persone ben conosciute, di dinamiche ben note e frequentemente ripetute.

Non un caso isolato

I fatti di Homa Bay seguono quelli di Ol Kalau, nel Kenya centrale, dove alla metà di luglio i goons sono entrati in azione in occasione delle elezioni suppletive per la sostituzione del rappresentante della zona in Parlamento.

Missione: impedire l’elezione del candidato sostenuto dall’ex vicepresidente Rigathi Gachagua, che sta costruendo un suo partito di opposizione nella zona. Missione fallita, in questo caso, nonostante intimidazioni e violenze gravi.

Ma dopo quei fatti si è aperto un dibattito nel paese sul serio pericolo di violenze in occasione delle elezioni generali del prossimo anno. Secondo molti osservatori sarebbe un pericolo reale, soprattutto dove il dibattito politico e le rivalità personali sono più accese.

Per il ministro degli Interni un problema inesistente

È chiaro che il fenomeno dei goons è un problema di ordine pubblico. Ma il ministro degli Interni, Kipchumba Murkomen, ha ripetutamente negato che ci sia una “crisi goons” nel paese.

Lo ha detto con veemenza anche in un intervento di pochi giorni fa a Radio Generation una radio commerciale privata che trasmette a Nairobi, Mombasa e Garissa. Anzi, ha accusato le vittime dei goons di essere loro stessi a suscitare i disordini, per capitalizzare sui consensi.

Un intervento problematico, sullo stile di altri di Murkomen su come andrebbero controllati i goons, che indica una certa mancanza di volontà politica di affrontare il problema, se non altro per garantire un ordinato svolgersi della campagna elettorale e delle elezioni.  

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