Il Rapporto Waki
La Commissione Waki, nata per individuare le cause e i responsabili delle violenze post-elettorali, ha messo sul banco degli imputati politici e imprenditori kenyani. Ora il governo cerca di evitare che il Rapporto finisca alla Corte penale internazionale dell’Aia. Ne va dello stesso futuro dell’esecutivo. Ma, come accade spesso nel paese, la questione sta assumendo una colorazione etnica. Per la chiesa, le radici della violenza sono ancora presenti.

Un mese fa mi trovavo a viaggiare nella Rift Valley. Ero diretto a Kisumu, località adagiata sulle sponde del lago Vittoria. In questa città la violenza del dopo-elezioni – all’inizio del 2008 – aveva fatto parecchie vittime, molte con ferite da arma da fuoco (armi usate, nella quasi totalità, dalla polizia). Il paesaggio era incantevole. Ma nella zona compresa tra Molo e Kericho altre scene sfiguravano un paesaggio per molti versi idilliaco. Ho visto case bruciate e diroccate, carcasse di auto sul ciglio della strada e le bianche tende dei cosiddetti “sfollati interni”, cioè gente rifugiata in casa propria: conseguenza, tutto ciò, di una follia generale che nei primi due mesi dell’anno scorso aveva impastoiato il Kenya e distrutto l’immagine di una nazione che si era fregiata, per anni, del titolo di “paese più stabile dell’Africa dell’est”.

Ma ciò che mi ha stupito di più è stata la reazione della gente: voleva dimenticare, come se nulla fosse accaduto; oppure dava la colpa a quelli di altri gruppi etnici per ciò che era successo. Atteggiamenti, questi, che non promettono nulla di buono per il futuro. Anzi, i demoni del passato che non si esorcizzano con strumenti adeguati, prima o poi tornano a tormentarci. La reazione della gente ha riportato alla mia mente le parole di un medico intervistato dopo il genocidio rwandese del 1994. Alla domanda se sarebbe stato possibile il ripetersi di quei fatti atroci, aveva risposto: «Ma certamente!». Infatti, la vera catarsi deve passare attraverso la riconciliazione, che presuppone l’assunzione delle proprie responsabilità.

Oggi in Kenya non si fa che discutere dei due rapporti redatti da altrettante commissioni d’inchiesta, istituite rispettivamente a marzo e maggio 2008, in seguito all’accordo sulla divisione del potere tra i due partiti maggiori (il Movimento democratico dell’arancia, di Raila Odinga, e il Partito di unità nazionale, del presidente Mwai Kibaki). Accordo facilitato dall’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan.

Il Rapporto Kriegler (dal nome del giudice sudafricano, Justin Johann Kriegler, presidente della commissione) è l’esito dell’indagine su cosa non abbia funzionato durante le elezioni presidenziali del dicembre 2007. La conclusione del documento è «che la Commissione elettorale ha fallito nel suo mandato di condurre elezioni libere e giuste». Ma si insiste anche sul fatto che le elezioni presidenziali sono state troppo compromesse da brogli per dire con certezza chi le abbia vinte. Conclusione, questa, che ha fatto discutere non poco.

Le critiche principali, com’era ovvio, sono state lanciate dal partito del primo ministro, Raila Odinga. In ogni caso, una delle raccomandazioni del rapporto Kriegler è che la Commissione elettorale sia totalmente riformata. Invito accolto a fine novembre, quando il governo ha deciso di sciogliere la vecchia commissione e di nominarne una indipendente ad interim, con l’intento di riformulare le regole per le elezioni presidenziali e condurre in modo appropriato il referendum sulla costituzione, previsto per il 2010. Il 10 dicembre, però, il disegno di legge ha ricevuto in parlamento una prima bocciatura.

Il Rapporto Waki (dal nome di Philip Waki, il giudice della corte d’appello del Kenya, capo dell’omonima commissione) è stato redatto a seguito dell’indagine sulle violenze post-elettorali. Le cause, il numero di vittime e le circostanze della loro morte, le persone e/o i gruppi coinvolti nella violenza, come pure il ruolo dei media, sono solo alcuni dei contenuti del dettagliato rapporto di ben 529 pagine. Anche se scritto in uno stile professionale ed emotivamente distaccato, alcune conclusioni fanno rabbrividire. Secondo il rapporto, il numero delle vittime è di 1.133. Quattro persone su dieci furono uccise da colpi di arma da fuoco, un fatto che impone di puntare il dito contro la polizia, la quale – sostiene il rapporto – «usò una forza eccessiva e non si dimostrò imparziale e professionale nel suo lavoro». Anzi, molte volte usò violenza gratuita contro cittadini inermi. Un esempio: nella provincia di Nyanza, il commissario di polizia dette istruzioni di rilasciare i membri di due bande criminali – SunguSungu e Chinkororo – implicate in violenze pre-elettorali, e questo perché, sembra, un politico locale era direttamente coinvolto con una delle due bande.

I gruppi etnici che hanno registrato il più alto numero di morti sono stati i luo (278), seguiti dai kikuyu (268), dai luhya (163) e dai kalenjin (158). Secondo il rapporto, la violenza, scoppiata come reazione spontanea ai risultati delle elezioni, assunse presto «forme più organizzate». A organizzare gli attacchi ci furono politici e commercianti.

Sotto accusa è anche il governo, colpevole di non aver fatto nulla per rasserenare la tensione pre-elettorale. La stessa imputazione viene rivolta al comitato di governo preposto alla sicurezza: del tutto inattivo, sia durante che dopo lo scrutinio, al punto che ci si chiese chi controllasse l’apparato stesso della sicurezza. In questo contesto, sul banco degli imputati c’è il procuratore generale Amos Wako: non attuò le raccomandazioni suggerite dai rapporti di due precedenti commissioni (una guidata dal parlamentare Kennedy Kiliku, l’altra dal giudice Akilano Akiwumi), istituite per investigare le violenze interetniche dei primi anni Novanta.

Quale futuro?

Insomma, il Rapporto Waki non risparmia nessuno, anche se la classe politica, per interessi corporativi, si dice vittima di una persecuzione e cerca di screditare il documento. Finora nessuno è stato formalmente accusato, perché, evidentemente, un tribunale deve essere istituito.

La scelta ora è tra l’istituzione di un tribunale locale (una delle raccomandazioni del Rapporto Waki) o la consegna della lista degli imputati alla Corte penale internazione dell’Aia (Cpi), che persegue i responsabili di crimini contro l’umanità.

A Kofi Annan è stata consegnata una lettera chiusa con i nomi di 6 ministri e 5 membri del parlamento implicati nelle violenze post-elettorali. Se un tribunale locale non fosse istituito entro il 17 dicembre 2008, la lettera con i nomi verrebbe immediatamente trasmessa alla Cpi perché intenti un procedimento penale contro i politici implicati. (Questa è l’altra raccomandazione del Rapporto Waki, nel caso, appunto, un tribunale locale non fosse istituito). Verrebbe, pertanto, spiccato un mandato di arresto e il Kenya – in quanto firmatario del Trattato di Roma del 1998, che istituì questo tribunale – non potrebbe esimersi dalla responsabilità di estradare le persone menzionate nel mandato. Una situazione senza altri possibili sbocchi: il Rapporto Waki contiene in sé un meccanismo di “auto-implementazione”: a Nairobi o all’Aia, i colpevoli vanno perseguiti.

Naturalmente, i politici del Kenya preferiscono un tribunale locale, con la speranza – non infondata – di poterlo manovrare. In questo senso, fa testo la “conversione” del ministro dell’agricoltura, William Ruto, del gruppo etnico kalenjin, il cui nome è legato alle violenze post-elettorali nella Rift Valley. Quando il Rapporto Waki è stato reso pubblico (15 ottobre 2008), il ministro ha cercato in tutti i modi di screditarlo, per poi, gradualmente, accettare la possibilità di un tribunale locale. A che cosa si deve questo voltafaccia? A calcolo politico? Quasi certamente. Magari su consiglio dei suoi avvocati e di alcuni anziani del suo collegio elettorale. Avrebbe tutto da perdere, infatti, nel caso fosse giudicato dalla Cpi.

Intanto, i giochi politici e le alleanze partitiche si stanno rimescolando. Il primo ministro, Raila Odinga, che ha sempre sostenuto sia il lavoro della commissione d’inchiesta, sia l’attuazione del Rapporto Waki, è stato accusato dal gruppo dei politici kalenjin di «mancanza di lealtà» nei loro confronti. Personalità importanti di questo gruppo sembrano implicate nelle violenze e i loro nomi potrebbero essere nella lista nera di Waki. Voci di corridoio parlano di un piano machiavellico di Raila per sbarazzarsi di William Ruto, un temibile candidato alla presidenza nel 2012. I due hanno avuto dei diverbi anche sul trasferimento della gente che vive nella foresta di Mau, la cui maggioranza appartiene, guarda caso, proprio al gruppo kalenjin. E, come accade di solito in Kenya, la questione sta assumendo una colorazione etnica, con i kalenjin che si sentono perseguitati e sotto pressione, tanto che alcuni temono un’esplosione di violenza peggiore di quella registrata nei primi mesi del 2008.

Paese spaccato

La nazione appare divisa. Molti, tra cui le chiese e la società civile, vogliono l’applicazione delle raccomandazioni del Rapporto Waki e propendono per l’istituzione di un tribunale locale. Altri pensano che la questione sia solo un piano ordito contro alcuni gruppi etnici. I politici implicati, ovviamente, usano la carta etnica in modo cinico e spregiudicato. Il governo sembra optare per un tribunale locale. E il parlamento, a metà dicembre, ha già dato il suo “via libera” a questo progetto.

È da notare che il presidente Mwai Kibaki, a novembre, ha convertito in legge una proposta per l’istituzione della “Commissione Giustizia e Verità”. Questa commissione, che opererà sul modello dell’omonima commissione del Sudafrica, avrà il mandato di citare a giudizio chi, dall’indipendenza in poi, si è reso responsabile di corruzione e di atrocità contro la popolazione del Kenya, perché confessi i crimini e possa così usufruire di un’amnistia. L’istituzione della commissione è stata una delle raccomandazioni di Kofi Annan, una volta raggiunto l’accordo per la spartizione del potere.

La chiesa cattolica s’è fatta più volte sentire negli ultimi mesi. Dopo la pubblicazione dei rapporti delle due commissioni d’inchiesta, il card. John Njue, arcivescovo di Nairobi, a nome dei 25 vescovi cattolici, ha rilasciato una dichiarazione scritta dal titolo “Le vie verso la pace”, in cui si riconosce la drammatica mancanza d’implementazione delle proposte fatte da tante altre commissioni in passato. «Questa negligenza ha fatto sì che la popolazione sia molto scettica sul futuro dei due ultimi rapporti… I kenyani si sentono traditi nelle loro aspettative dai loro governanti e dai membri del parlamento… I rapporti Kriegel e Waki reiterano la gravità della situazione. Oggi il Kenya è a un crocevia. Noi dobbiamo prendere l’occasione rappresentata dalla pubblicazione dei due rapporti per affrontare di petto la “cultura dell’impunità” dei potenti. In caso contrario, il paese sprofonderebbe in crisi ancora più profonde, caratterizzate da inettitudine e stagnazione morale». Chiara la posizione dei vescovi: «Noi appoggiamo in pieno tutto quanto viene richiesto dai due rapporti. (…) A tutti i cristiani e agli uomini e donne di buona volontà chiediamo di riconoscere i mali di questo paese e di incamminarsi, in modo risoluto e con fiducia, verso la riconciliazione. (…) Le radici della violenza sono tuttora presenti. Anzi, nuove tensioni sono state deliberatamente create da alcuni per propri interessi. L’innocenza, la disoccupazione e l’insicurezza dei giovani sono state usate cinicamente, mentre la questione della terra rimane al centro di molti problemi. Sappiamo che molte persone non sono ancora ritornate alle loro case o non sono state compensate per la perdita delle loro proprietà».

Il Kenya avrà tutto da guadagnare nell’attuazione dei rapporti Kriegler e Waki: una “medicina” che la nazione deve assolutamente prendere, se vuole riguadagnare la sua forza e la sua immagine di pace, e diventare segno e ambasciatrice di pace nella regione.

 

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