Immigrati in Kenya: la linea dura di Ruto contro il lavoro informale
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Il presidente ordina la chiusura delle attività di micro-commercio gestite da stranieri
Immigrati in Kenya: la linea dura di Ruto contro il lavoro informale tra diritti e calcoli elettorali
Il provvedimento shock solleva allarme, proteste e il richiamo al rispetto degli accordi della Comunità dell'Africa orientale
09 Settembre 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 4 minuti

In Kenya l’ordine del presidente William Ruto di chiudere le attività economiche su piccola scala gestite dagli stranieri è caduto come un fulmine a ciel sereno in un paese dove innumerevoli sono gli immigrati, provenienti in grandissima parte dai paesi della regione, che sbarcano il lunario nel settore informale e nel micro commercio. Tra loro numerosi sono i rifugiati cui, secondo la legislazione del paese – il Refugee Act del 2021 – è permesso lavorare.

La disposizione è stata illustrata il 2 settembre alla State House – equivalente del nostro Quirinale – durante un incontro ufficiale con esponenti di micro, piccole e medie imprese (MSME in sigla). Solo cinque giorni dopo, lunedì 7 settembre, era il termine indicato per misure contro chi non avesse ottemperato alla prescrizione. “Dalla prossima settimana, tutti i commercianti [stranieri] che hanno piccoli affari devono chiuderli”, aveva annunciato Ruto.

Il modo perentorio in cui è stato comunicato il provvedimento e l’immediatezza della sua entrata in vigore ha suscitato il panico tra le comunità più interessate.

Anche perché, secondo diverse fonti, il discorso del presidente è stato interpretato in alcuni casi come un via libera per minacce xenofobe, razzie di esercizi commerciali, cacciate dalle abitazioni, arresti ingiustificati. Fatti negati dal portavoce del governo, Charles Owino.

Fatto sta che parecchi non si sono sentiti più al sicuro nel paese. Molti burundesi, ad esempio, si sono precipitati alla propria ambasciata per chiedere protezione, informazioni sulla propria situazione, sostegno economico per il rimpatrio o regolarizzazione dei documenti scaduti o non più validi.

Investitori, non venditori ambulanti

Il governo kenyano ha dovuto perciò chiarire che il presidente non aveva ordinato un pogrom, ma intendeva sottolineare la necessità che chi sta nel paese sia in regola e abbia i necessari permessi per lavorare e per aprire attività in proprio.

“Il Kenya rimane aperto e amichevole verso investimenti legittimi e affari che agiscono secondo la legge e contribuiscono alla crescita economica del paese, alla creazione di posti di lavoro e allo sviluppo”.

Ma proprio questo è il punto. Nel suo discorso il presidente ha precisato in modo chiaro che il paese ha bisogno di investitori, non di immigrati che facciano concorrenza ai kenyani.

“Non può essere che una persona arriva dalla Cina o da qualche altro paese per fare il venditore ambulante o aprire un negozietto”, ha dichiarato Ruto. “Ci siamo impegnati per migliorare l’economia, non abbiamo migliorato il clima di fiducia per gli investitori per aprire le porte agli ambulanti”.

Parole quasi sprezzanti che non potevano non far temere reazioni, pur in un paese che, almeno finora, rimane largamente accogliente. Ma le opinioni raccolte dai mass media indicano che il clima potrebbe facilmente cambiare.

“Stiamo soffrendo da molto tempo. I nostri posti di lavoro sono presi da altri” ha detto un intervistato alla testata d’informazione tedesca Deutsche Welle (DW). E ha aggiunto che molti kenyani sono disoccupati, costretti a competere con lavoratori stranieri che spesso sono disponibili a lavorare per stipendi più bassi.

Timori comuni nei paesi di immigrazione, in gran parte ingiustificati ovunque, e anche in Kenya, che possono facilmente essere sfruttati per fomentare xenofobia o instabilità, come è successo recentemente in Sudafrica, per rimanere nel continente. Perciò le dichiarazioni del presidente kenyano hanno destato particolare preoccupazione.

Reazioni e vincoli regionali

Ha sottolineato il pericolo la East Africa Law Society (EALS) che il 7 settembre ha diffuso un documento in cui riconosce al governo kenyano il diritto di regolamentare il settore economico del suo paese e di chiedere che le leggi che lo riguardano vengano rispettate. Ma raccomanda di evitare ogni discriminazione basata sulla nazionalità nella loro applicazione.

Inoltre ricorda gli impegni del Kenya come paese della EAC (la Comunità dell’Africa orientale). Sottolinea in particolare che i paesi membri si sono impegnati a garantire libertà di movimento di persone, lavoro, beni, servizi e capitali così come il diritto di residenza.

Un richiamo più che giustificato perché le comunità più numerose e più colpite dal provvedimento sarebbero proprio quelle dei paesi della EAC, come la burundese, citata sopra.

Correndo ai ripari, solo successivamente il governo ha concesso a i cittadini stranieri 90 giorni per regolarizzare la loro posizione.

Mero calcolo elettorale

Ma perché Ruto si è lanciato in un terreno così potenzialmente pericoloso, con tanta veemenza e in questo momento?

Secondo l’economista politica Sheila Owigo Olang, intervistata da DW, queste dichiarazioni, in gran parte informate da mero populismo e non da provate ragioni economiche, avrebbero una valenza soprattutto elettorale. Come in molte altre parti del mondo.

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