Da Nigrizia di giugno 2010: Referendum sulla legge fondamentale
La nuova carta definisce meglio i poteri del presidente, mentre lascia indefinita la funzione del primo ministro. Ma la costituzione, approvata dal parlamento, ha creato contrasti, apparentemente insanabili, tra governo e le chiese cristiane. Tre i punti contesi: aborto, ruolo delle corti islamiche e la gestione delle terre.

Dopo un lungo e tormentato iter, la nuova bozza di costituzione del Kenya è stata approvata dal parlamento e pubblicata il 6 maggio scorso. Entro 90 giorni da quella data, si dovrà indire il referendum. Permangono, tuttavia, ancora numerosi punti di frizione. Troppa la posta in gioco a livello di alleanze politiche. Ci si chiede se la nuova costituzione sarà davvero lo strumento di rinnovamento della nazione.

 

Uno dei punti più dibattuti è il ruolo dell’esecutivo. La costituzione in vigore lo investe di poteri eccessivi, quasi imperiali. La nuova legge fondamentale definisce i poteri della presidenza, ne precisa i limiti e indica gli apparati di controllo. Molti osservatori ritengono, tuttavia, che la proposta di costituzione non cambi sostanzialmente i poteri del presidente. Il quale può ancora nominare e licenziare i ministri, gli altri funzionari statali e i giudici della corte suprema; può fissare la data delle elezioni e nominare la commissione elettorale; ha poteri sulla sicurezza interna e può decidere sull’amnistia.

 

L’unico aspetto in cui il ruolo del presidente è stato circoscritto riguarda la sua facoltà di assegnare terre demaniali. Un po’ poco, dopo tutto l’annoso dibattito sulla necessità di moderare i poteri smisurati accumulati nelle mani del capo di stato dall’indipendenza in poi.

 

Un punto di novità potrebbe essere la proposta di istituire un secondo ramo del parlamento, il senato. Una novità solo teorica, in quanto anche il ruolo di questa seconda camera è limitato e la sua funzione ristretta al semplice studio dei disegni di legge riguardanti le contee (che corrispondono, all’incirca, alle province italiane), come recita l’articolo 96 comma 1 della nuova proposta di costituzione.

 

Ma quello che lascia stupefatti è che la funzione di primo ministro – uno dei punti principali del famoso accordo tra Raila Odinga e Mwai Kibaki, prima delle elezioni del 2002 – è stata dimenticata nella nuova ipotesi di costituzione.Questa “conversione” evidenzia come i giochi di potere, gli interessi personali e quelli di schieramento politico abbiano, di fatto, giocato negativamente nella scrittura della nuova carta fondamentale del paese.

 

Quando il comitato selezionato di parlamentari si è riunito a Naivasha, lo scorso gennaio, per discutere sulla costituzione, una corrente del Movimento democratico dell’arancia (Odm, nell’acronimo inglese), guidata dal ministro Ruto (rimosso, per dissapori con Raila Odinga, dall’importante ministero dell’agricoltura e passato a quello dell’istruzione superiore, scienza e tecnologia) si è associata al Partito di unità nazionale (Pnu) di Kibaki nel depotenziare la carica di primo ministro. Indicazione contraria rispetto a quella caldeggiato da Odinga. Chiara la mossa: Ruto (e parte dei parlamentari della Rift Valley), ormai in rotta con il capo dell’Odm, ha alzato il clima di scontro politico all’interno del partito. Non solo: essendo Raila totalmente favorevole alla nuova costituzione, Ruto si è iscritto al campo avverso, assumendo una posizione ostile all’adozione della nuova carta fondamentale.

 

Le Chiese vs il governo

Ma la nuova costituzione sta alimentando polemiche anche tra, da una parte, le Chiese cristiane e la Conferenza episcopale cattolica e, dall’altra, il governo. Due gli oggetti del contendere: la parte che tratta dell’aborto e quella che disciplina i tribunali islamici.

 

L’articolo che disciplina l’aborto appartiene al capitolo dedicato ai diritti della persona. Capitolo che rappresenta un passo in avanti rispetto a ciò che è sancito dalla “vecchia” costituzione, ancora in vigore. La nuova afferma che ogni persona ha il diritto alla vita e che la vita inizia al concepimento. Al paragrafo 4, si sottolinea che l’aborto non è permesso a meno che, secondo il parere di un professionista sanitario qualificato, ci sia bisogno di cure urgenti, o la vita o la salute della madre sia in pericolo, o se sia consentito da qualsiasi altra legge scritta.

 

I vescovi, in una lettera scritta dopo la riunione della Conferenza episcopale in aprile, chiedono che il paragrafo quarto venga cancellato dalla nuova legge fondamentale. Oltre alla questione morale sulla permissibilità dell’aborto, i vescovi contestano le ragioni a supporto della scelta del legislatore: si domandano se le “cure urgenti” – in un paese che soffre di malattie endemiche – siano una ragione sufficiente per l’interruzione di gravidanza o non aprano invece, di fatto, la porta all’aborto su domanda.

 

Oltretutto, i vescovi si chiedono che cosa si intenda per salute della madre, indicata come argomentazione adeguata per un aborto. S’interrogano, poi, sull’espressione “professionista sanitario qualificato”. «Chi è?», si chiedono i vescovi. «Un medico, un ufficiale sanitario, un infermiere, un’ostetrica, un inserviente sanitario o un’ostetrica tradizionale?». Infine, polemicamente, domandano che cosa implichi la dicitura «qualsiasi altra legge scritta», se ci si deve aspettare che il parlamento o la maggioranza delle contee possano approvare altre leggi che riguardano la vita o la morte. Insomma, una questione spinosa di carattere morale che ha trovato d’accordo la Conferenza episcopale con tutte le altre Chiese cristiane.

 

La seconda spina concerne i tribunali islamici, le cosiddette Kadhi’s Courts. Questi tribunali, retaggio di un vecchio accordo tra il sultano di Zanzibar e la Gran Bretagna, fanno già parte della costituzione in vigore. La loro giurisdizione si limita a questioni familiari, riguardanti il matrimonio, il divorzio e l’eredità, nei casi in cui tutte le parti siano musulmane e approvino la giurisdizione di tali tribunali.
I vescovi, con le altre Chiese cristiane, contestano l’inserimento dei tribunali islamici nella nuova legge fondamentale perché, si dice, si riconoscerebbero a una religione più privilegi di un’altra. Non solo: ma si contraddirebbe il principio costituzionale della laicità del paese, che prevede che non esista una religione di stato.

 

Ma c’è un altra questione delicata nella nuova costituzione: quella della terra. Alcuni articoli della legge darebbero la possibilità al parlamento di limitare la quantità di acri di terra posseduti da individui e di «revisionare tutte le sovvenzioni o disposizioni del suolo pubblico per stabilire la loro correttezza o legalità». Un argomento complesso, che minaccerebbe sia i grandi proprietari terrieri che siedono in parlamento, sia alcuni leader di Chiese cristiane che hanno beneficiato della prodigalità dell’allora presidente Moi, munifico dispensatore di terre demaniali a chi lo appoggiava.

 

Mentre il tema della terra è probabile che troverà vita dura nel dibattito parlamentare, per le due questioni iniziali (aborto e tribunali islamici), ci potrebbero ancora essere, teoricamente, spazi di manovra e di conciliazione. Una possibilità sarebbe di congelarle momentaneamente, votando invece sui temi dove c’è un ampio consenso. Oppure, si potrebbe presentare la proposta di costituzione così com’è al referendum, con un pre-accordo che leghi il parlamento a modifiche opportune dopo il voto. La terza possibilità potrebbe essere aspettare l’esito referendario e poi raccogliere un milione di firme necessarie per cambiare una singola parte della legge fondamentale.

 

Da come stanno le cose, però, nessuna della tre possibilità sembra, al momento, fattibile e il referendum sarà un “si” o un “no” alla costituzione, con il segreto timore che, se quest’ultima venisse bocciata, si dovrebbero aspettare altri vent’anni per averne un’altra.

 

Quali prospettive?

 

Non ci si deve fare, tuttavia, molte illusioni. Una nuova carta fondamentale non può essere un vero elemento di rinnovamento se mancano il senso del bene comune, quello dello stato e della responsabilità civile. La politica, quella più deleteria, ha spesso usato la costituzione per piegarla a proprio vantaggio. Lo si è visto anche nel processo di scrittura della nuova carta fondamentale. Dovrebbe essere differente ora?

 

In questo contesto, il clima di scontro tra le chiese e il governo sembra, ormai, insanabile, col rischio di alimentare un clima di sospetto reciproco. Inoltre, come si è visto con il caso del ministro Ruto, il conflitto sull’approvazione della nuova costituzione si sta trasformando in lotta politica all’interno dell’Odm di Raila Odinga.

 

Sia il primo ministro sia il presidente Kibaki sostengono decisamente la nuova legge suprema, ma con due motivazioni differenti: Raila come piattaforma per vincere le elezioni del 2012; Kibaki, per redimere una presidenza che ha perso credibilità in questi anni, soprattutto dopo le elezioni del 2007. Il vice-presidente Kalonzo Musyoka e il vice-primo ministro Uhuru Kenyatta stanno tergiversando, appoggiando tiepidamente la nuova carta costituzionale. Non vogliono essere annoverati tra i fan di Raila, a cui andrebbe, alla fine, tutto il credito se la costituzione venisse approvata.

 

La posizione della Chiesa cattolica è delicata. Quella anglicana, pur contestando la carta costituzionale nei due punti accennati, ha lasciato libertà di scelta ai propri fedeli. Un commento sul Sunday Nation, del 9 maggio, castigava invece l’atteggiamento dei vertici cattolici. In particolare, si è puntato il dito contro il presidente della Conferenza episcopale, il card. Njue, che «può parlare su qualsiasi questione politica, ma non deve pretendere di ordinare ai fedeli cattolici di prendere una posizione politica su qualsiasi questione.

 

Può esprimere un parere politico come signor Njue, ma travalica i suoi confini quando, come cardinal Njue, esige di dettare ai cattolici come si deve votare nel referendum» (….). «Non può comportarsi come se il Kenya fosse una teocrazia in cui lui è il grande ayatollah. Deve rispettare il fatto che il Kenya è uno stato laico, abitato da gente di tutte le fedi, compresi i non credenti». Parole molto forti quelle usate dal giornale, ma che fanno capire come stia venendo meno un rispetto acritico dell’autorità, che ha alimentato una certa cultura clericale per anni. Giudizi, poi, che indicano come alcuni leader ecclesiastici locali non sembrino più in sintonia con l’evoluzione della società in Kenya.

 

La radiografia delle posizioni cattoliche nel paese mostra situazioni diversificate: le chiese tradizionali si oppongono alla nuova costituzione, ma ci sono ecclesiastici che, individualmente, l’approvano. Inoltre, la maggioranza delle chiese in Nyanza, roccaforte di Raila, appoggia la nuova carta.

 

Non meno delicata è la questione delle Kadhi’s Courts. Purtroppo, i toni esagitati e intolleranti di alcuni leader cristiani contro i tribunali islamici stanno rovinando le relazioni con i musulmani. Fino ad ora, in Kenya, i rapporti inter-religiosi sono stati molto buoni. Ma i toni degli ultimi mesi non aiutano il dialogo. La questione psicologica è importante: i musulmani non devono sentirsi emarginati nella società kenyana, se non addirittura assediati, con un clima di sospetto e odio alimentato nei loro confronti. I frutti sarebbero disastrosi, perchè prevedono una divisione religiosa, che andrebbe ad aggiungersi a quella etnica, di cui il Kenya ha sofferto terribilmente in questi anni.

 

 


Una carta stravolta

 

La costituzione oggi in vigore ha le sue origini nel testo elaborato agli albori dell’indipendenza (1963), frutto di lunghi negoziati tra i vari partiti politici del Kenya e la Gran Bretagna. La costituzione originaria rifletteva la classica distinzione britannica tra capo di stato, con un ruolo largamente cerimoniale, e primo ministro, con poteri esecutivi; inoltre, prevedeva due rami del parlamento: la camera dei deputati, in rappresentanza delle circoscrizioni elettorali, e il senato, in rappresentava delle regioni del paese.

 

Quella costituzione non ebbe vita lunga. Successivi emendamenti, tutti inseriti a beneficio del partito al potere e della sua sopravvivenza, ne hanno stravolto la fisionomia: eliminazione della carica di primo ministro, fusione dei due rami del parlamento (eliminando il senato), concentrazione del potere nelle mani del presidente, e proclamazione del Kenya come stato a partito unico.

 

Questa sterzata autoritaria è durata fino agli inizi degli anni ’90, quando il crollo dell’Unione Sovietica e il conseguente cambio nello scacchiere geo-politico internazionale favorirono un clima di apertura democratica in Africa. I paesi occidentali amici del Kenya fecero pressioni sul governo perché varasse riforme di tipo democratico. Nel 1991 la costituzione fu emendata, e si riportò nel paese il sistema multipartitico. Nel 1995 l’allora presidente Moi si disse convinto del bisogno di una nuova costituzione, non per convinzione, ma perché pressato dall’Occidente. Non mantenne, però, il suo impegno.

 

Le elezioni del 2002 furono vinte dalla Coalizione dell’alleanza nazionale arcobaleno (Narc), capeggiata da Mwai Kibaki, che fu eletto presidente. «Avrete la nuova costituzione entro i primi 100 giorni del mio mandato», promise il nuovo leader durante la cerimonia d’insediamento. Promessa prontamente rimangiata, una volta insediatosi nel palazzo presidenziale.

 

Ma sotto la pressione della società civile e di una parte del Narc, capeggiata da Raila Odinga, il presidente accettò di riprendere i negoziati per una nuova costituzione. Ancora una volta, non si arrivò a nulla: i sostenitori di Kibaki, sotto la direzione del procuratore generale Amos Wako, si riunirono a Kilifi sulla costa, ed elaborarono la Bozza Kilifi (chiamata anche Bozza Wako), che, sottoposta a un referendum nel 2005, fu sonoramente sconfitta. Quello scacco di Kibaki decretò l’ascesa del Movimento democratico dell’arancia (Odm) di Raila Odinga.

 

Le violenze del dopo-elezioni 2007 non fecero altro che confermare la necessità di una nuova costituzione. Dopo l’accordo nazionale tra i due partiti maggiori, il Partito per l’unità nazionale di Kibaki e l’ Odm di Raila, fu istituito un comitato di esperti con l’incarico di elaborare una nuova bozza da sottoporre all’approvazione del parlamento e a un referendum popolare. La cosiddetta “bozza armonizzata”, dove confluirono tutti i precedenti progetti di costituzione, fu ultimata nel novembre 2009. Presentata al parlamento in febbraio, è stata approvata in aprile e ufficialmente pubblicata il 6 maggio.