Kenya / Elezioni 2017

Sono diversi i ricorsi presentati alla Corte Suprema sullo svolgimento delle votazioni del 26 ottobre, in cui i keniani sono stati chiamati per la seconda volta alle urne per eleggere il presidente, dopo l’annullamento di quelle dell’8 agosto per irregolarità e illegalità riscontrate nel processo elettorale.

Due riguardano in specifico la costituzionalità del processo di voto e sono stati presentati da attivisti della società civile e dal potente businessman ed ex parlamentare Harun Mwau, tra gli uomini più ricchi del paese e accusato in passato dal presidente statunitense Barak Obama di essere un barone della droga. Altre due riguardano invece le violenze che hanno caratterizzato i giorni delle votazioni e i successivi, per cui la Corte dovrà dire se questo abbia inciso, e quanto, sulla validità del voto.

I ricorsi che chiedono alla Corte Suprema di esprimersi sulla legittimità delle votazioni del 26 ottobre mettono in evidenza essenzialmente due fatti. Il primo è la decisione della Commissione elettorale di andare avanti ad ogni costo con il voto, dopo il ritiro del secondo candidato, Raila Odinga, l’unico ammesso – insieme al presidente uscente, Uhuru Kenyatta – alla competizione dalla Corte stessa, dopo l’annullamento dei risultati dell’8 agosto. Il secondo riguarda le operazioni di voto, che non si sono svolte per vari motivi in una ventina di collegi elettorali, mentre la costituzione dice esplicitamente che, per essere considerato legittimo, il presidente deve essere eletto con il voto di tutto il paese.

Ora la Corte Suprema ha due settimane per emettere la sua sentenza. Intanto il presidente eletto, Uhuru Kenyatta, non potrà giurare e iniziare ufficialmente il suo secondo mandato. La situazione attuale era stata ampiamente prevista. Kenyatta stesso ne aveva parlato come di una possibilità durante il discorso dopo la proclamazione dei risultati (98% e più dei voti; affluenza poco più del 30% degli aventi diritto).

La coalizione di opposizione ha invece spostato la sua contestazione sul piano politico ed economico, chiamando i suoi sostenitori alla disobbedienza civile, coordinata da un movimento di resistenza presentato nei giorni scorsi alla cittadinanza, e al boicottaggio di compagnie governative o le cui azioni sono detenute da potenti famiglie legate alla maggioranza. Tre sono state segnalate in particolare: Safaricom, la prima compagnia telefonica del paese; Brookside, che produce e commercializza latte e formaggi, le cui azioni appartengono alla famiglia Kenyatta, e Bidco che produce olio da cucina. (Redazione)