Kenya: l'ombra di Shakahola e la chiesa di Ruto. Come il potere sfrutta la religione - Nigrizia
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Kenya: l’ombra di Shakahola e la chiesa di Ruto. Come il potere sfrutta la religione
Un secondo "Shakahola" svela l'impunità delle sette nel paese e la paralisi istituzionale di fronte alla loro regolamentazione. La costruzione di una mega-chiesa nella State House da 9,3 milioni di dollari è la prova di un nesso tra fede e politica che alimenta la sfiducia
30 Ottobre 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 7 minuti
Il presidente William Ruto durante una funzione della chiesa evangelica

L’incubo di Shakahola sembra non essere ancora finito. E ha un impatto sulla credibilità delle istituzioni.

Era il marzo del 2023 quando la polizia cominciò ad indagare sul culto della Buona novella (Good News International Ministries), spinta dalla denuncia di un uomo che non aveva visto tornare la moglie e la figlia da un viaggio a Kilifi, non lontano da Malindi, per conoscere il capo della confessione, l’autodichiaratosi pastore Paul Mackenzie.

In poche settimane nella foresta di Shakahola, dove il culto aveva le sue basi, si scoprì l’inferno. Gli adepti erano stati convinti a lasciarsi morire di fame “per incontrare Gesù” al più presto, evitando una vita piena di tribolazioni e l’imminente tragedia della fine del mondo.

In un’area di poco più di 3 chilometri quadrati si scoprirono fosse comuni e tombe superficiali da cui furono esumati almeno 429 corpi mentre di altre centinaia di persone che avevano avuto contatti con la setta non si sa più niente.

Ma, secondo testimonianze credibili, i loro corpi potrebbero essere stati gettati in pozzi neri e in altri luoghi inaccessibili in una zona ben più vasta della foresta di Shakahola. Secondo notizie accertate, e diffuse, tra gli altri, dal Daily Nation, il quotidiano più letto nel paese, le morti non avvenivano solo per fame.

Dei cadaveri esaminati, solo 214 erano morti di fame. Di altri 39 era stata accertata la morte per soffocamento e di 14 per ferite alla testa. Su altri cadaveri erano in corso le autopsie. Tra chi risultava deceduto di morte violenta, numerosi erano i bambini.

Una vera e propria banda criminale che, pur di non far uscire informazioni su quello che succedeva in quella foresta trasformata in campo di sterminio, era disposta ad assassinare chi esprimeva dubbi e chi voleva andarsene, magari proprio per salvare i propri figli. Queste si presume fossero le ragioni della maggior parte degli omicidi.

Lo scandalo nel paese fu enorme. Numerose e autorevoli le analisi sociologiche e psicologiche. Severe le misure politiche promesse per meglio regolamentare il settore delle chiese evangeliche pentecostali in cui quella del sedicente pastore Paul Mackenzie si inquadrava.

Il presidente William Ruto promise che i colpevoli sarebbero stati accusati di opera di radicalizzazione e terrorismo, crimine gravissimo nel paese, e puniti di conseguenza.

Kithure Kindiki – allora ministro degli Interni, ora vicepresidente – dichiarò: «Questo enorme segno sulle nostre coscienze deve portare non solo alla più severa pena per i colpevoli delle atrocità su così tante persone, ma anche, in futuro, ad una più stretta regolamentazione (inclusa la regolamentazione interna) di ogni chiesa, moschea, tempio o sinagoga».

Eppure sembra che altri abbiano continuato a percorrere impunemente la strada delineata dalla “chiesa” della Buona novella. La scorsa primavera è emerso un culto caratterizzato da pratiche pericolose, manipolazione e indottrinamento nella contea di Migori. Nel sito della setta, indicato da un cartello stradale in modo che fosse facilmente raggiungibile, sono state trovate tombe e cadaveri.

Inoltre, da diverse settimane si parla di una seconda Shakahola, fiorita nella località di Kwa Bi Nzaro, non lontano dalla ormai tristemente famosa foresta. Alla fine di agosto vi erano stati esumati 34 cadaveri, parecchi di bambini, e un centinaio di resti di altri corpi sparsi nelle vicinanze.

Dalle indagini starebbe emergendo che si tratterebbe di seguaci del culto di Shakahola che avevano voluto continuare nelle loro pratiche nonostante la chiesa fosse stata bandita e il pastore, insieme ad una trentina di operatori della setta, fossero in carcere e sottoposti a processo. Sembra, addirittura, che il pastore disponesse di un cellulare con cui si teneva in contatto con i suoi collaboratori ancora a piede libero.

Questi recenti episodi sono stati duramente commentati. I kenyani si chiedono come sia possibile che le autorità competenti si siano fatte prendere di nuovo di sorpresa.  

Si chiedono perché, a due anni e mezzo di distanza, le promesse di Ruto e le dichiarazioni di Kindiki siano rimaste poco più che parole al vento.

Nel caso del massacro di Shakahola è risultato difficile e lunghissimo perfino il riconoscimento dei corpi, per molti reso possibile solo attraverso la ricerca del Dna. Le famiglie non hanno pace. I primi funerali delle vittime si stanno tenendo in questi giorni.

Il processo a Paul Meckenzie e agli operatori della setta incarcerati con lui si sta trascinando senza che se ne veda la conclusione. Si tratta di un procedimento particolarmente complesso, con innumerevoli capi d’accusa contro numerose persone, ma l’impressione è che si stia procedendo a rilento.

Se si chiede ad un kenyano a che punto è, ci si sente rispondere, nella maggior parte dei casi, che le informazioni non circolano e che, d’altra parte, Meckenzie è stato fotografato vicino a Ruto il giorno del suo insediamento alla presidenza, sia durante la cerimonia allo stadio Kasarani, sia durante la preghiera ufficiale alla State House.

Infatti faceva parte del folto numero di leader religiosi invitati a mostrare attraverso un rito condiviso il loro supporto al nuovo presidente, e all’allora vicepresidente Righati Gachagua, la cui moglie è pure pastora di una chiesa pentecostale.

Cioè, come in molti altri casi, i kenyani esprimono una radicata sfiducia nella propria classe politica e imputano, non senza ragione, alla sua rete di connivenze e protezioni incrociate i problemi del paese.

A ridosso dei fatti di Shakahola il governo aveva promesso una nuova legge per la registrazione delle chiese e per il monitoraggio delle loro attività. Era stata formata anche una commissione incaricata di preparare una relazione e di avanzare proposte per la regolamentazione del settore.

Il documento era stato presentato al governo nel luglio del 2024, ma è stato esaminato ed approvato solo alla fine di luglio di quest’anno, per la pressione dovuta all’emergere dei cadaveri a Kwa Bi Nzaro. L’iter per la definizione, la discussione e l’approvazione di una nuova legge è solo all’inizio.

Non mancano pressioni per renderla il più inoffensiva possibile, come non sono mancate pressioni sul lavoro della commissione che ha redatto le proposte. D’altra parte lo stesso presidente Ruto ha recentemente dichiarato che non avrebbe mai regolamentato le attività religiose.

Intanto le chiese pentecostali registrate in Kenya sono in costante aumento. Secondo un sito che diffonde dati e statistiche, all’inizio di maggio sarebbero state  la bellezza di 330, con un incremento dell’1,23% rispetto al 2023. Significa che dopo i fatti di Shakahola sono stati registrati nuovi gruppi, nonostante la mancanza di una nuova legge per regolamentare il settore, contrariamente a quanto assicurato dalla leadership del paese.

Un altro episodio legato alla religione ha fatto discutere i kenyani negli ultimi mesi: la costruzione di una chiesa, capace di contenere 8mila persone, nella State House, la residenza ufficiale del presidente. Un’opera gigantesca per cui Ruto non ha chiesto l’autorizzazione di nessuno. I lavori sarebbero stati rivelati da foto aeree.

Il dibattito si è svolto su due punti: l’accettabilità di un’opera simile nel massimo luogo istituzionale di un paese la cui Costituzione sottolinea la laicità dello stato e il costo, stimato in 1,2 miliardi di Ksh (9,3 milioni di dollari circa), in un momento in cui una notevole parte dei kenyani fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, mentre il governo taglia vistosamente tutti i budget di sostegno, come quelli per le mense scolastiche e le borse di studio agli studenti meritevoli.

Mentre Ruto difende il suo operato, la Corte suprema, presso cui sono state depositate diverse petizioni, ha per il momento fermato i lavori. Ma il presidente sembra deciso ad andare avanti con il suo progetto, assicurando che sarà finanziato la lui stesso personalmente. Vedremo come andrà a finire.

I kenyani sono, in genere, molto religiosi. I segni della loro religiosità sono evidenti anche nella vita sociale. Ad esempio in molti strati e gruppi sociali le riunioni, anche di lavoro, sono aperte e chiuse con una preghiera.

Non raramente, però, la loro genuina religiosità sembra essere stata sfruttata per fini politici, o addirittura economici. Diverse sedicenti chiese sono, in realtà, poco più di attività generatrici di reddito per i sedicenti pastori e i loro più vicini accoliti. Ma il dibattito suscitato dagli ultimi accadementi sembra evidenziare che molti non siano più disposti ad accettarlo supinamente.

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