Il Kenya, paese delle gang. È quanto scaturisce da un rapporto ufficiale sulla sicurezza presentato al parlamento alla presenza del presidente William Ruto il 2 dicembre. Il rapporto si inserisce nell’iniziativa Jukwaa la usalama – che potrebbe essere tradotto in italiano come “piattaforma di sicurezza” – lanciata in primavera dal ministro degli Interni Kipchumba Murkomen, con l’obiettivo di migliorare la sicurezza del paese attraverso la sviluppo di fiducia e collaborazione tra la popolazione e le forze di polizia.
Il documento è stato preparato tenendo conto delle opinioni e delle esperienze raccolte in incontri organizzati nelle 47 contee del paese tra i diversi attori del settore e la popolazione.
Ne è emersa l’immagine di una criminalità diffusa con legami non episodici con il mondo politico.
Il Daily Nation, il quotidiano più letto in Kenya, il 3 dicembre dedicava la prima pagina al problema: “Gangland hotspots” (I punti caldi del paese delle gang). Il titolo era accompagnato da una cartina da cui risultano le numerose zone del territorio interessate al fenomeno con i nomi dei gruppi criminali più conosciuti, e forse più pericolosi. L’articolo di punta titolava: “Kenya’s ganglands: report reveals unholy union between criminals and politicians” (I territori delle gang del Kenya: un rapporto rivela la scellerata unione tra criminali e politici).
Le prime frasi dell’articolo sembrano l’inizio di un giallo: “Di giorno danno protezione privata aggressiva ai politici durante manifestazioni pubbliche ed eventi. Di notte rapinano, feriscono gravemente, uccidono normali cittadini”. “Le pallottole hanno stretto la mano alle urne, alle droghe …” in un crescendo che descrive, con un certo patos, quello che, nel corso degli ultimi anni, “è diventato un modo di vivere” di tanti giovani, per lo più disoccupati, che non vedono prospettive per il loro futuro.
Azioni mirate: raduni politici, seggi elettorali, manifestazioni
La penultima manifestazione dell’intervento di questi gruppi criminali sulla scena politica del paese si è avuta durante le elezioni suppletive, il 27 novembre. Il voto ha interessato un numero limitato di circoscrizioni, molte delle quali in zone piuttosto periferiche del paese. Eppure è diventato l’occasione di violenze gravissime che, in alcuni casi, hanno impedito di esercitare il diritto di voto. Per non parlare dei danni a persone, veicoli, negozi e altro.
L’ultima è di pochissimi giorni dopo. Obiettivo: l’ex vicepresidente Righati Gachagua. Occasione: una cerimonia religiosa di ringraziamento per l’elezione del parlamentare rappresentante di Kariobangi, una delle tante baraccopoli di Nairobi. Nella confusione seguita all’attacco organizzato, quattro persone sono rimaste seriamente ferite.
Nairobi è il posto più critico. Vi operano 130 delle 300 gang censite nel paese, dice l’articolo. La loro presenza, e i loro rapporti con il mondo politico, si sono evidenziati in modo inequivocabile durante le manifestazioni della GenZ contro le politiche governative.
Le immagini diffuse dai mass media mostravano gruppi organizzati di giovani armati di bastoni che attaccavano i dimostranti a pochi passi dalla polizia, in assetto anti sommossa, che lasciava fare.
Testimoni dicono che, finite le azioni, i goons – gli scagnozzi, così vengono chiamati i giovani picchiatori prezzolati in Kenya – scandivano a voce alta le richieste del denaro pattuito ai politici che li avevano assunti. Non raramente si rivolgevano agli amministratori locali, tra cui lo stesso governatore di Nairobi, che ha sempre negato ufficialmente un suo coinvolgimento, e non poteva fare altrimenti.
Soldi, ma non solo…
Esisterebbe perfino una specie di tariffario. 500 scellini (circa 3,50 euro) è il compenso per chi deve disturbare una manifestazione rendendola caotica; per la protezione del convoglio di un politico, il picchettaggio di un luogo contestato o di un affare illegale si ricevono 1.500 shellini (poco più di 10 euro); per “disciplinare” un rivale si portano a casa dai 2mila ai 5mila scellini (dai 13 ai 34 euro o poco più) a secondo della severità e della pericolosità dell’azione richiesta.
Ma non è soltanto una questione di soldi.
Una ricerca preparata da Odipo Dev, agenzia che offre servizi di raccolta dati, e Tribeless Youth, iniziativa che promuove la coesistenza pacifica tra i giovani, analizza le ragioni, le modalità e i costi, non solo economici, dell’arruolamento dei giovani per incarichi di violenza politica.
Il documento, pubblicato dal sito The Elephant si intitola “Goonland: looking beyond the money and violence in the political exploitation of young men” (La terra dei goon. Guardare al di là dei soldi e della violenza nello sfruttamento politico dei giovani uomini). Ma anche le ragazze sono coinvolte, spesso come “assistenti” nelle azioni, incaricate di prepararle e talvolta di portare armi sul luogo convenuto perché meno controllate.
Stile mafioso
Il documento descrive la catena che rende possibile il reclutamento, l’orgoglio dei capi per la fedeltà dei loro uomini, il senso di appartenenza e perfino di identità che essere membro di una gang procura: “Sono un uomo; sono temuto; mantengo la famiglia; sono utile; sono fedele”. E passare dalla violenza politica alla criminalità, o viceversa, è un passo quasi scontato.
In fondo queste bande godono di entrature presso chi detiene il potere e, in caso di bisogno, anche di eventuali protezioni. Mafiosi in divenire, insomma. Per ora, sembra, su piccola scala. Ma quando si comincia, non si sa dove si può andare a finire.
Dunque, quanto emerso dalla ricerca citata e dal rapporto ufficiale presentato in parlamento è decisamente preoccupante per la stessa stabilità del paese.
Il presidente Ruto, nel suo discorso di chiusura della seduta parlamentare che ha esaminato il rapporto, ha elencato una serie di misure decise per stroncare il fenomeno. Ma tra la gente lo scetticismo non manca.
Il mondo politico keniano si è molto giovato dei servizi dei goons. Sarà difficile che se ne privi dall’oggi al domani. Prima dovrebbe cambiare l’approccio stesso alla politica, ora per molti intesa soprattutto come occasione di arricchimento personale, e dunque da cogliere ad ogni costo.
D’altra parte non è un problema solo kenyano.