“Questa non è solo una storica vittoria legale; è una vittoria per la nostra cultura, la nostra resilienza e il nostro futuro”. Con queste parole la responsabile della Campagna per l’alimentazione di Greenpeace Africa, Elizabeth Atieno, ha accolto la sentenza emessa il 27 novembre dall’Alta Corte del Kenya che ha sancito il diritto per i piccoli agricoltori di portare avanti la pratica tradizionale della condivisione dei semi locali, attraverso il Farmers’ Managed Seed System (FMSS), un metodo di produzione e distribuzione delle sementi, gestito e controllato dagli stessi contadini.
Il tribunale ha accolto pienamente il ricorso presentato nel 2022 da un gruppo di piccoli agricoltori di varie zone del paese e di Greenpeace Africa e Seed Savers Network Kenya, dichiarando incostituzionali alcune sezioni del Seed and Plant Varieties Act, la legge che vieta e criminalizza la vendita e lo scambio delle sementi.
La legge kenyana sulla commercializzazione di semi è tra le più restrittive al mondo. Istituisce un indice delle varietà vegetali approvate per la vendita, vietando il commercio o il baratto di tutte le altre sementi e conferendo agli ispettori ampi poteri di controllo sulle banche dei semi.
Impone, tra l’altro, che chiunque coltivi o venda sementi debba essere registrato presso l’autorità preposta, prevedendo per i trasgressori la reclusione fino a due anni e una multa fino a 1 milione di scellini (circa 7.700 dollari).
Sono proprio queste norme che l’Alta Corte ha ritenuto non conformi alla Costituzione, in quanto violano i diritti tradizionali degli agricoltori che “prevalgono sugli interessi commerciali in materia di sementi”, imponendo quindi al legislatore una revisione.
Interessi commerciali che hanno favorito in particolare aziende biotecnologiche statunitensi, anche grazie dalla rimozione, nel 2022, da parte del governo del presidente William Ruto, del divieto, imposto dieci anni prima, dell’uso di sementi, della coltivazione e dell’importazione di colture geneticamente modificate, che costringono i contadini all’acquisto di nuovi semi ad ogni stagione.
Queste misure, assieme a quelle del Seed and Plant Varieties Act, per anni hanno rafforzato l’agroindustria e le grandi aziende sementiere commerciali, favorendo l’ingresso sul mercato di sementi ibride e OGM, a scapito dei piccoli agricoltori, il cui ruolo è invece fondamentale per preservare le risorse genetiche essenziali per la sicurezza e la sovranità alimentare.
“Convalidando i semi indigeni, la Corte ha inferto un duro colpo all’appropriazione indebita del nostro sistema alimentare da parte delle multinazionali”, commenta Elizabeth Atieno. “Oggi possiamo finalmente affermare che in Kenya, nutrire la propria comunità con semi resilienti al clima e adattati localmente non è più un reato”.
“Sarà un sollievo per noi agricoltori perché pianteremo semi che ci sono familiari. Sappiamo da dove provengono, sono resistenti alla siccità e sono presenti nella nostra famiglia da molti anni”, ha dichiarato all’agenzia Reuters uno dei contadini.