Kenya: la protesta della Gen Z un anno dopo, stesso lugubre copione
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Bilancio pesantissimo per la giornata di commemorazione delle oltre 60 vittime delle manifestazioni antigovernative del 2024
Kenya: la protesta della Gen Z un anno dopo, stesso lugubre copione
Le forze di sicurezza nuovamente accusate di uso spropositato della violenza. Almeno una decina i giovani uccisi in una giornata di guerriglia urbana che ha paralizzato il paese. Centinaia i feriti. Una rabbia montata dopo la morte in custodia di polizia di un blogger, il 7 giugno, e nel ricordo delle oltre 60 vittime delle proteste dello scorso anno. Ma c’è anche chi soffia pericolosamente sul fuoco
26 Giugno 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti

Black Wednesday”, titola il Daily Nation in prima pagina, descrivendo gli avvenimenti di ieri, 25 giugno, in Kenya. Almeno 9 i morti – 16 secondo la sede locale di Amnesty International – e 400 i feriti. 61 gli arrestati. Ma il bilancio sembra essere ancora provvisorio.

27 le contee, su 47, in cui si sono svolte manifestazioni trasformatesi spesso in guerriglia urbana con la costruzione di barricate e falò per bloccare le strade. A Nairobi, in diversi quartieri, gli scontri tra dimostranti e polizia si sono prolungati fino a sera, con l’uso di idranti, gas lacrimogeni e raffiche di spari: “pallottole di gomma” a detta della polizia, ma gli ospedali hanno anche ricevuto persone ferite da armi da fuoco.

Decine di morti e scomparsi

Pesantissimo dunque il bilancio di quella che doveva essere una giornata per commemorare pacificamente le 60, e forse più, vittime delle dimostrazioni dei giovani della Gen Z che l’anno scorso si erano mobilitati contro la legge di bilancio.

Dimostrazioni che avevano portato ad un rimpasto di governo e alla cancellazione della legge, ma anche ad un aumento di atti  extragiudiziali delle forze dell’ordine, quali il rapimento e la scomparsa di giovani leader; 55 secondo il rapporto recentemente pubblicato da Missing Voices Coalition, un’organizzazioni locale per la difesa dei diritti umani.

Di alcuni di loro non si sa ancora che fine abbiano fatto, nonostante il presidente William Ruto abbia più volte detto che tutti sono ormai tornati a casa; l’ultima dichiarazione a metà maggio, durante la visita del primo ministro finlandese Alexander Stubb.

Fin dall’alba il centro di Nairobi era bloccato da agenti antisommossa e barriere di filo spinato per impedire ai dimostranti di avvicinarsi alle sedi istituzionali. Misure giudicate illegali dal Katiba Institute – che si occupa di disseminare la conoscenza della Costituzione nel paese – in quanto violano il diritto costituzionale a riunirsi pacificamente e a muoversi liberamente. L’organizzazione ha presentato in mattinata un’istanza urgente all’Alta Corte sulla questione.

Interrotte le dirette radio-televisive

Il tribunale è stato chiamato ad esprimersi anche sulla violazione del diritto all’informazione. Poco dopo le 13 l’Autorità governativa per le comunicazioni ordinava alle reti televisive e alle radio di chiudere le dirette delle manifestazioni. Alcune delle emittenti hanno continuato il lavoro, perché ritenevano l’ordine anticostituzionale e ingiustificato. I segnali di tre stazioni – NTV, KTV e K24 – sono stati allora forzatamente oscurati. Ma in serata l’Alta Corte ha ordinato che fossero immediatamente ripristinati.

Non sono state risparmiate dagli abusi neppure le madri delle vittime dell’anno scorso che si sono presentate al corteo accompagnate dall’ex presidente dell’Alta Corte, David Maraga, il giudice che aveva fatto ripetere le elezioni nel 2020 e che si è candidato alla presidenza nelle prossime. Il gruppetto è stato disperso con i gas lacrimogeni.

Tensione crescente e polizia sotto accusa

Alla giornata di ieri i kenyani sono arrivati in un clima di tensione che aumentava di giorno in giorno dalla morte in carcere, il 7 giugno, dell’insegnante e blogger Albert Ojwang, arrestato per aver diffuso post critici nei confronti del vicecomandante della polizia, Eliud Lagat.

Le indagini dell’IPOA, l’autorità paragovernativa indipendente incaricata del monitoraggio delle azioni della polizia, hanno chiarito che sospettati dell’omicidio sono le guardie carcerarie della Central Police Station, in cui il blogger era stato trasferito dalla contea di Homa Bay, dove risiedeva. Una procedura inusuale che, secondo diversi osservatori, fa sospettare che l’omicidio non sia stato frutto di un incidente, ma pianificato in anticipo.

Sei persone sono per ora indagate in carcere. Tre – il comandante della Central Police Station, Samson Talaam, e due agenti – sono già comparsi davanti al tribunale che ha negato loro il rilascio su cauzione per timore che possano inquinare le prove e manipolare, o minacciare, eventuali testimoni. Un quarto avrebbe tempo fa disertato un corpo speciale dell’esercito, la General Service Unite, e sarebbe indagato per un altro caso di omicidio.

Alleanze sospette

Per controllare le dimostrazioni di protesta che si sono svolte nei giorni successivi alla morte del blogger, le forze di sicurezza hanno usato metodi che hanno finito per avvelenare il clima.

Il 18 giugno, il giorno dopo la dimostrazione in cui i manifestanti chiedevano le dimissioni del vicecapo della polizia – che si è autosospeso nei giorni successivi – il Daily Nation, il quotidiano più diffuso del paese, titolava in prima pagina “Anarchy” (anarchia).

Risultata infatti evidente una “partnership” tra bande di giovinastri detti “goons” e la polizia. I video fatti circolare online documentavano una strana alleanza: la polizia non interveniva per bloccare gang organizzate di persone armate di bastone, o che inforcavano motocilclette, con cui attaccavano chi dimostrava pacificamente.

Un altro video, diventato immediamente virale, mostrava due agenti di polizia che inseguivano, bloccavano e assalivano un venditore di mascherine; uno di loro gli sparava a bruciapelo alla testa. Il giovane è ancora in coma in un’unità di cure intensive.

Chi soffia sul fuoco

Il giorno dopo, 19 giugno, il Daily Nation era in grado di spiegare che cosa era successo durante la manifestazione di due giorni prima. Secondo la sua ricostruzione, le azioni erano state programmate fin dalla settimana precedente. Le bande armate di bastone erano state assoldate – dal governatore di Nairobi, Johnson Sakaja, secondo un membro dell’assemblea del distretto di Korogocho – e affiancate alla polizia per disturbare la manifestazione pacifica.

Il 24 giugno il quotidiano titolava in prima pagina “The Warmongers” (i guerrafondai) con le foto e le citazioni di alcuni politici alleati del presidente che avevano rilasciato dichiarazioni incendiarie, comprese minacce di morte per chi avesse deciso di unirsi alle manifestazioni pubbliche.

Il presidente, invece, assicurava il suo pieno supporto alla forze di polizia, mentre l’opposizione chiedeva di non interferire con le manifestazioni pacifiche.

Il caos di ieri, dunque, era stato ampiamente annunciato e, si potrebbe pensare, preparato.

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