Kenya / MGF

Tempo di vacanze, tempo di viaggi oltreconfine per molte ragazze keniane. Scopo: essere sottoposte alle mutilazioni genitali tradizionali (MGF), proibite in Kenya dal 2011, quando il paese si è dotato di una legge considerata la migliore dell’Africa orientale. La legge, che prevede il carcere per un minimo 3 anni e una multa di 2.000 dollari, ha certamente contribuito a limitare la pericolosa pratica, insieme ad una crescente consapevolezza delle sue conseguenze dannose per la salute.

Tuttavia, denunciano gli attivisti keniani, le comunità determinate a proseguire con questo rituale hanno trovato il modo di eludere la legge, mandando le ragazze in paesi più permissivi, come Uganda, Tanzania, Somalia ed Etiopia.

Dicembre è il mese più pericoloso, perché le scuole sono chiuse per almeno 4 settimane, così c’è tutto il tempo per essere “tagliate” oltre confine e guarire dalle ferite chiuse in casa, in modo che nessuno se ne accorga, prima dell’inizio della scuola in gennaio. Neanche gli insegnanti sono in grado di accorgersi dell’avvenuta operazione.

Lo assicura Action Aid Kenya, che lavora in zone ai confini dell’Uganda e della Tanzania, dove vivono le comunità dei pokot, dei masaai e dei kuria, in cui la pratica è ancora molto viva, così come tra gli oromo e i somali che abitano rispettivamente, ai confini con l’Etiopia e la Somalia. Il tutto è facilitato anche dal fatto che questi gruppi vivono a cavallo del confine e mantengono stretti legami clanici e familiari pur essendo in paesi diversi. Naturalmente non esistono dati, dal momento che tutto avviene nel più stretto riserbo, visto anche che la legge keniana punisce i trasgressori anche se l’operazione è avvenuta all’estero.

Gli attivisti fanno notare però che molto spesso è una legge non applicata. Dati delle Nazioni Unite dicono che nel 2016 sono stati denunciati solo 75 casi e solo in 10 occasioni è stata comminata una condanna. (Africanews / All Africa)

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati