Le comunità dell’area si contendono le risorse
Crescono le tensioni tra le comunità di confine per il controllo delle risorse naturali. A peggiorare la situazione ci pensa il progetto Gilgel Gibe sul fiume Omo, nel sud-ovest dell’Etiopia. Una mega diga realizzata dalla società italiana Salini e finanziata dall’Italia. L’impianto avrebbe sottratto risorse alle popolazioni locali.

Sei keniani sono stati uccisi e altri 2000 costretti a lasciare il proprio villaggio nel distretto di Lokitaung, al confine con l’Etiopia. Lo hanno dichiarato ieri le autorità locali. Le milizie della comunità dei Merrile hanno attaccato, venerdì, un villaggio sul confine con l’Etiopia, uccidendo due poliziotti keniani e un civile.
I corpi di altri tre pescatori, rapiti durante l’incursione, sono stati trovati morti ieri, nel lago Turkana, in Kenya. I politici locali sono attualmente diretti in Etiopia, nella città di Omorate, per protestare ufficialmente con le autorità per l’accaduto.

Le tensioni sono aumentate sulla frontiera tra i due paesi, mentre la popolazione keniana fugge, di fronte all’escalation di violenza dovuta alla scarsità delle aree di pascolo e a contese per le zone di pesca.
Secondo il parroco della Chiesa di Todonyang, villaggio keniano di frontiera, gli attacchi avrebbero provocato almeno 60 morti negli ultimi 10 mesi.

Gli operatori umanitari della zona parlano di un numero crescente di scontri, da quando la parte keniana ha protestato per la costruzione di una diga sul fiume Omo, in Etiopia. Si tratta del gigantesco progetto idroelettrico Gilgel Gibe II, realizzato dall’azienda italiana Salini e finanziato da Roma con 220 milioni di euro.
L’impegno è stato duramente contestato anche dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm), che ha fatto notare come la costruzione dell’impianto metta a rischio la sopravvivenza del lago Turkana e delle popolazioni locali, oltre ad alimentare i conflitti tra le comunità, in una regione ad altissimo rischio siccità.