È successo ancora. Un sudsudanese non gradito al regime di Salva Kiir, che governa il Sud Sudan dal giorno della sua indipendenza nel 2011, è stato sequestrato a Nairobi, dove risiedeva regolarmente in quanto dotato anche di carta d’identità kenyana, ed è stato deportato a Juba.
Si tratta di Athorbey Al-Gaddhaffy-Dit Guet, conosciuto come Gaddafi, uomo d’affari e attivista originario di Bor, nello stato di Jonglei.
Secondo ricostruzioni della sua famiglia, di organizzazioni per la difesa dei diritti umani e anche della polizia di Kilimani, uno dei quartieri residenziali dell’area centrale di Nairobi, sarebbe stato sequestrato nella notte tra l’8 e il 9 giugno all’uscita da un locale notturno vicino ad un centro commerciale molto conosciuto in città, lo Yaya Center.
L’auto con cui stava tornando a casa, un taxi di Bolt, una compagnia simile a Uber molto usata nella capitale, sarebbe stata fermata pochi minuti dopo la partenza da un pick-up bianco da cui sarebbero scesi uomini armati mascherati che l’avrebbero trascinato sul loro veicolo puntandogli addosso le armi che impugnavano.
I molti dettagli vengono dal rapporto della stazione di polizia di Kilimani, evidentemente stilato in base a testimonianze oculari.
Ombre sulla figlia di Salva Kiir
Gaddafi temeva per la sua incolumità dopo aver svelato gli interessi di una compagnia, la Crawford Capital Ldt, registrata a Londra ma operante in Sud Sudan, e del suo braccio operativo, la Capital Pay, incaricate di risquotere tasse in diversi settori per conto del governo sudsudanese, trattenendone una percentuale esorbitante (il 75%, si dice).
Le sue informazioni avevano dato il via ad inchieste giornalistiche che avevano messo in luce aspetti problematici relativi alla proprietà e alle modalità di lavoro della Crawford Capital Ldt e della sua associata Capital Pay.
La compagnia sarebbe una delle attività di Adut Salva Kiir, figlia primogenita del presidente sudsudanese Salva Kiir, nominata recentemente “inviata ufficiale del presidente per programmi speciali”. Lo stesso incarico precedentemente rivestito da Benjamin Bol Mel, potentissimo vicepresidente responsabile dei dicasteri economici, sollevato dal suo incarico nel novembre 2025 e posto agli arresti domiciliari.
Soci e dirigenti della Crawford Capital Ldt sarebbero altre persone rilevanti nell’organigramma politico e finanziario sudsudanese.
Athorbey Gaddafi aveva denunciato alla polizia kenyana minacce ed esposto timori per la propria incolumità nominando esplicitamente come responsabili di eventuali azioni delittuose nei suoi confronti proprio Adut Salva Kiir e Garang Mayom Kouch, principale azionista e direttore della Crawford Capital Ldt.
Gaddafi è ricomparso a Juba pochi giorni dopo il suo sequestro. Secondo informazioni credibili, sarebbe stato deportato via terra fino al valico di confine di Nadapal e qui consegnato a personale delle forze di sicurezza sudsudanesi che l’avrebbero trasportato nella capitale, dove sarebbe detenuto in una prigione dell’intelligence militare.
Per i rifugiati nessuna tutela
Il caso pone diverse importanti questioni sulla sicurezza dei rifugiati, e in definitiva degli stessi cittadini kenyani, che si oppongono ai regimi dei paesi della regione.
Amnesty International, sezione del Kenya, nel suo comunicato sul caso, sottolinea che “tutte le persone hanno diritto alla completa protezione garantita dalla costituzione del Kenya” e chiedono alle autorità competenti di far rispettare la legge e di salvaguardare i diritti umani. “Se il signor Gaddafi è sospettato di qualche crimine, l’unica azione legale possibile è quella di procedere attraverso il sistema giudiziario kenyano, non attraverso il rapimento, la detenzione senza accuse e la deportazione”.
Una raccomandazione più che appropriata dal momento che, purtroppo, il caso di Athorbey Gaddafi non è unico e isolato.
Una scia di sequestri e deportazioni
Negli ultimi anni almeno altri tre dissidenti sudsudanesi, tutti riconosciuti ufficialmente come rifugiati e dunque sotto la protezione della convenzione intenazionale di Ginevra, sono stati rapiti a Nairobi e portati a Juba contro la loro volontà.
Nel gennaio del 2017 si trattò di Dong Samuel Luak e Aggrey Idri, rispettivamente noto avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani e politico dell’opposizione. Di loro non si seppe più niente. Secondo una ricerca della Commissione ONU per i diritti umani in Sud Sudan, entrambi sarebbero stati giustiziati dal National Security Service, il servizio per la sicurezza nazionale.
Nel febbraio del 2023 fu la volta di Morris Mabior Awikjok, altro critico del regime di Juba sequestrato a Nairobi e di cui non si seppe nulla per molti mesi. Fu portato a processo solo nell’aprile del 2024.
Stessa situazione hanno vissuto quattro rifugiati turchi, ben inseriti nel paese ed attivi nel sostenere il diritto all’educazione dei minori kenyani, rapiti da uomini mascherati mentre accompagnavano i figli a scuola. Era l’ottobre del 2024. Di loro si sa che sono in carcere in Turchia.
Si trova ancora in un carcere militare anche lo storico leader dell’opposizione ugandese, Kizza Besigye, rapito a Nairobi il 16 novembre 2024. Sta subendo un processo per alto tradimento basato su supposizioni debolissime.
Alla luce dei gravi e numerosi fatti descritti sopra, si può dire che il Kenya non può essere considerato un paese sicuro per rifugiati e dissidenti. Le ragioni e le relazioni politiche sembrano contare molto di più della protezione accordata dalla Convenzione di Ginevra, che pure il paese ha firmato.
Oppositori perseguitati anche in Uganda
D’altronde i sequestri oppositori sono ormai una triste prassi in Sud Sudan e Uganda. In quest’ultimo paese l’ultima vittima è Erias Lukwago, ex sindaco di Kampala, importante figura dell’opposizione, nonché avvocato di Besigye.
Lukwago è stato prelevato da uomini armati nella sua abitazione nella capitale la mattina dell’8 giugno ed è apparso davanti a un tribunale oggi, accusato anche lui di tradimento.
Il suo sequestro potrebbe essere collegato alla recente citazione in giudizio, da parte di Besigye e del suo coimputato Obed Lutale, nei confronti del Capo di stato maggiore dell’esercito, nonché primogenito del presidente Yoweri Museveni, il generale Muhoozi Kainerugaba, accusato assieme da altri vertici militari, di aver ripetutamente minacciato di morte gli oppositori sui social media.
Minacciato più volte via social da Kainerugaba di torture e morte anche un altro storico oppositore ugandese, Robert Kyagulanyi Ssentamu, alias Bobi Wine, costretto a nascondersi e poi a fuggire all’estero con la sua famiglia dopo le elezioni di gennaio che hanno visto la riconferma per un settimo mandato di Museveni.