La piaga della corruzione
La Commissione Etica e Anti-Corruzione keniota prova la stretta contro la corruzione. Entro il 31 marzo tutti i pubblici ufficiali che hanno conti correnti all'estero dovranno chiuderli o dimostrarne la legalità. Ma nel paese ormai il problema è talmente generalizzato da far pensare più a un "sistema di concussione".

Entro il 31 marzo tutti i pubblici ufficiali che hanno dei conti correnti presso banche all’estero, dovranno chiuderli, oppure dimostrare d’essere stati autorizzati ad aprirli. Lo ha stabilito la Commissione Etica e Anti-Corruzione (Eacc) del Kenya. Chi entro quella data non avrà adempito alla richiesta, sarà sottoposto ad indagini per stabilire la provenienza dei fondi depositati illegalmente. La legge, infatti, vieta ai pubblici ufficiali di possedere conti all’estero, ma già in passato sono stati denunciati casi di conti correnti segreti, aperti in Paesi come la Svizzera, in cui fluivano i proventi di estorsioni e corruzione.
Il Kenya occupa la posizione numero 145 su un totale di 175 Paesi, presi in esame nell’indice di percezione della corruzione nei settori pubblici, redatto nel 2014 dall’organizzazione Transparency International.

Nel suo rapporto annuale, riferito al biennio 2012-2013, il Revisore Generale dei conti dello Stato, Edward Ouko, ha denunciato la scomparsa o la mancata registrazione di 300 milioni di shilling (circa 2.9 milioni di euro), evidenziando anche come altri 2.8 milioni (27.000 euro circa) dell’ufficio presidenziale, si siano volatilizzati nel 2013, durante il passaggio di consegne tra il Presidente uscente, Mwai Kibali, e il suo successore, Uhuru Kenyatta.  

In Kenya (come in molti altri paesi africani) la corruzione è endemica e rappresenta un sistema talmente radicato che più che di corruzione è più corretto parlare di un sistema di concussione. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, sono i funzionari pubblici a chiedere e stabilire il prezzo. I casi denunciati o scoperti sono talmente tanti che risulta impossibile elencarli. La stampa locale ormai quasi quotidianamente riporta notizie di arresti o dell’apertura di indagini nei confronti di pubblici ufficiali, accusati d’aver ricevuto denaro illecito. 

Il caso più eclatante è lo scandalo soprannominato dalla stampa “chickengate”. Chicken (pollo) era, infatti, il termine usato per definire le mazzette negli scambi di email tra la Smith & Ouzman, azienda britannica specializzata nella stampa di certificati scolastici e schede elettorali, e le controparti kenyane. Il 23 dicembre scorso i vertici dell’azienda sono stati condannati da un tribunale inglese per aver pagato, tra novembre 2006 e dicembre 2010, 47.3 milioni di shilling (circa 50.000 euro) ai vertici della Commissione Elettorale Indipendente (Indipendent Electoral and Boundares Commission – Iebc) e al Consiglio Nazionale di Controllo degli esami scolastici (Kenya National Examination Council – Knec), per assicurarsi l’appalto e garantirsi, in seguito, il rinnovo dei contratti. L’inchiesta kenyana, che vede sotto accusa i dirigenti di queste due istituzioni, è invece ancora in corso.

Ma il “chickengate” è solo una delle tante punte di questo iceberg. Ad occupare le prime pagine dei quotidiani in questi giorni sono le indagini in corso per far luce sul contratto di costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta, a Nairobi (affidato ad un’azienda cinese), il cui costo è lievitato di ben 9.5 miliardi di shilling (oltre 91 milioni di euro) in due anni.

La corruzione/concussione si estende a tutti i livelli. In molti uffici, per ottenere un documento (o per ottenerlo in tempi brevi) occorre pagare. Si pagano i poliziotti per non essere trattenuti inutilmente molte ore sotto il sole nei posti di blocco stradali, si paga per ottenere subito e senza alcun esame la patente di guida, così come si pagano funzionari a livelli più alti. E il prezzo è direttamente proporzionale al rango dell’ufficiale corrotto.

«Dopo aver provato ad ottenere il mio permesso di soggiorno temporaneo utilizzando le vie legali e con largo anticipo sulla scadenza del Visto d’ingresso nel Paese – racconta Liliana, italiana coniugata con un cittadino kenyano – sono stata costretta a pagare circa 300 euro ad un poliziotto dell’ufficio immigrazione a poche settimane dalla scadenza del Visto. Il funzionario ha messo i miei documenti in una busta, indirizzata personalmente ad un collega dell’immigrazione a Nairobi. Pochi giorni prima che il mio Visto scadesse, ho ricevuto il mio permesso di soggiorno».

Pagando 150 euro, Salim ha invece ottenuto il passaporto in soli sette giorni, mentre chi non può pagare è costretto ad attendere mesi, in certi casi anche un anno. Testimonianze come queste vengono raccolte a migliaia in un website di denuncia che garantisce l’anonimato chiamato “I Paid A Bribe” (Ho pagato la tangente) che, in base ai racconti della gente, conteggia anche l’ammontare dei soldi finiti nelle tasche di funzionari statali, poliziotti, magistrati e pubblici ufficiali in generale.

I risvolti di questa cultura del “se si paga si ottiene” sono inquietanti. Il Kenya, infatti, è oggi il paese al mondo in cui è più semplice, per criminali o terroristi, aprire società di comodo per ripulire denaro sporco (fonte: Global Financial Integrity).

 Il Paese motore dell’intera economia dell’Africa dell’Est, è un Paese in pieno sviluppo, al quale affluiscono enormi quantità di denaro, in particolare dalla Cina. Ed è di pochi giorni fa un rapporto, pubblicato dalla Fondazione Sace (Sino-Africa Centre of Excellence), basato sull’indice di percezione della possibilità di fare business per 75 organizzazioni cinesi operative nel Paese. Aziende che identificano nella corruzione/concussione, il principale ostacolo agli affari. E questo non è un buon segnale per un Governo che ha affidato ai rapporti economici con Pechino gran parte del proprio piano di sviluppo e, in definitiva, del proprio futuro.

Nella foto sopra una cassetta dei suggerimenti per la lotta alla corruzione in una postazione di frontiera in Kenya. (Fonte: zegabi.com)