(Credit: nation.africa)

In Kenya l’anno finanziario comincia il 1 luglio e termina il 30 giugno. È appena finito, dunque, il tempo dei bilanci dell’esercizio passato, il 2019/2020, e delle previsioni per quello di quest’anno, il 2020/2021. I kenyani non hanno ricevuto belle notizie.

Hanno scoperto, infatti, che una buona parte delle risorse del paese dovranno essere utilizzate per pagare gli interessi per i prestiti chiesti negli ultimi anni, piuttosto che per lo sviluppo e il miglioramento dei servizi ai cittadini, per di più in un periodo particolarmente difficile per la grave crisi dovuta alla pandemia da Covid-19.

Il paese, infatti, ha contratto un debito enorme, contando sulle prospettive di sviluppo messe in moto dagli investimenti resi possibili dai prestiti. Invece, ritardi, imprevisti, burocrazia, corruzione e probabilmente anche aspettative troppo ottimistiche – in una parola uno scenario del tutto prevedibile, e non solo in Kenya, quando si tratta di accedere a finanziamenti miliardari e poi di gestirli – fanno temere che il paese non sarà in grado di rispettare gli impegni presi con i finanziatori e finirà per usare una parte molto più importante del suo Pil per pagare il debito, di quanto inizialmente previsto.

Una trappola ben conosciuta, in cui molti paesi africani, e non solo, sono già caduti e continuano a cadere. Trappola a cui sono di solito seguiti programmi di aggiustamento strutturale imposti dalle autorità monetarie internazionali, che hanno finito per impoverire i paesi cui sono state applicate, costretti a tagliare le spese per i servizi essenziali e per l’amministrazione generale.

Misure che sono state pagate soprattutto dai ceti medio-bassi e che hanno ampliato le differenze economiche tra i gruppi sociali. Potrebbe essere una pesante eredità per il paese quella lasciata dal presidente Uhuru Kenyatta, in carica dall’aprile del 2013 e che finirà il suo secondo e ultimo mandato nel 2022.

Secondo una ricostruzione pubblicata il 9 giugno scorso dal Daily Nation, il giornale più diffuso del paese, la prima richiesta al parlamento di autorizzare l’innalzamento della soglia del debito estero risale al novembre del 2014 e fu fatta dall’allora ministro del tesoro Henry Rotich (finito sul banco degli imputati nel luglio dell’anno scorso con l’accusa di corruzione per un contratto per la costruzione di due dighe assegnato al ditta italiana Cmc).

Il parlamento approvò l’aumento del debito estero, fino ad una soglia di 2,5 trilioni di scellini kenyani, (circa 23 miliardi di dollari, al cambio attuale). La richiesta era a supporto di un ambizioso progetto di modernizzazione del paese dal punto di vista infrastrutturale, che prevedeva la costruzione di strade, ferrovie, porti e l’ammodernamento di quelli già esistenti.

La seconda richiesta di innalzamento della soglia del debito fu fatta nell’ottobre dell’anno scorso da Ukur Yatani, allora facente funzione di ministro del tesoro (fu nominato ufficialmente nel gennaio di quest’anno). Questa seconda richiesta faceva già intravedere il problema: non c’erano fondi sufficienti a garantire la copertura degli impegni già presi e per le spese correnti.

Nuove imposizioni fiscali avrebbero frenato lo sviluppo economico e imposto un peso inaccettabile e insopportabile per la popolazione. Il parlamento approvò allora un nuovo innalzamento del debito fino a un limite di 9 trilioni di di scellini (oltre 82 miliardi di dollari), una cifra mai raggiunta da nessun paese dell’Africa orientale.

Ma, ricevute le previsioni di spesa per quest’anno finanziario, il parlamento, che aveva sostenuto a cuor leggero le richieste, è rimasto scioccato nel sapere che si dovranno pagare 904,7 miliardi di scellini (oltre 8 miliardi di dollari) solo per il servizio del debito, cioè per gli interessi maturati sui prestiti ricevuti, dice Paul Wafula, autore dell’articolo intitolato The sad short story of Kenya’s debt nightmare (“La breve e triste storia dell’incubo del debito del Kenya”).

È la somma di gran lunga più alta tra quelle obbligatorie per la gestione del paese che comprendono anche stipendi per i dipendenti pubblici, pensioni, funzionamento delle istituzioni pubbliche previste dalla costituzione e altre similari. Secondo la relazione presentata dagli organi competenti, quest’anno queste spese per la prima volta saranno superiori a 1 trilione di scellini (1,04 per la precisione, oltre 9 miliardi di dollari), e costituiranno il 55% di tutte le imposte che il governo presume di riscuotere nel corso della gestione finanziaria corrente.

Viene osservato, inoltre, che le spese per il servizio del debito superano quelle per lo sviluppo per cui il debito era stato fatto. Viene infine calcolato che, alla fine della gestione finanziaria 2019/2021, la percentuale del debito pubblico sul Pil potrebbe essere del 55%, contro il 42% dell’inizio della presidenza Kenyatta.

Per la gestione finanziaria corrente, il deficit di bilancio è fissato a 835,9 miliardi di scellini (oltre 7 miliardi e mezzo di dollari), per coprire il quale bisogna accendere nuovi debiti. 349,7 miliardi di scellini (più di 3 miliardi di dollari) saranno chiesti ancora sul mercato internazionale, il resto su quello interno, aggravando ulteriormente la già grave situazione.

A questo già problematico scenario si è aggiunta la pandemia per il Covid-19, per cui il governo ha dovuto prendere provvedimenti che hanno frenato l’economia e investire in aiuti agli strati sociali più deboli, come in ogni altro paese del mondo, del resto. Per far fronte agli impellenti bisogni, la Banca mondiale lo scorso maggio ha concesso un prestito di 1 miliardo di dollari, che si aggiunge al già gravoso debito del paese.

Per di più, le istituzioni monetarie si aspettano che in questa gestione finanziaria il Pil subisca una riduzione. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) stima un meno 0,3%. Sarebbe la prima diminuzione dopo una ventina d’anni di crescita continua e notevole. Secondo dati della Banca mondiale era cresciuto del 5,7% anche l’anno scorso, e questo poneva l’economia del paese tra quelle in più veloce rafforzamento ed espansione dell’Africa subsahariana.

Il Fmi ha già preso nota dello stress debitorio e della prevedibile riduzione per prodotto interno lordo, alzando il giudizio sul rischio di insolvenza, da moderato ad alto. E questa non è una bella notizia per l’economia del paese.