Dalle promesse sul web all'inferno in Cambogia: la tratta dei giovani kenyani impiegati nelle truffe online
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Centinaia di africani sono vittime del business milionario delle cyber-truffe nel Sudest asiatico
Dalle promesse sul web all’inferno in Cambogia: la tratta dei giovani kenyani impiegati nelle truffe online
Dietro i raggiri online si cela un'industria criminale che sfrutta giovani istruiti reclutati via social con falsi annunci di lavoro che vengono trafficati in paesi asiatici, schiavizzati e costretti a compiere truffe telematiche globali sotto minaccia di torture. La testimonianza di alcuni di loro, rientrati a Nairobi grazie alla rete Koinonia
24 Aprile 2026
Articolo di Bianca Saini
Tempo di lettura 8 minuti

Tutti abbiamo sentito parlare di truffe telematiche. Molti di noi conoscono anche qualche vittima.

Qualcuno o qualcuna si è innamorato via social media di una ragazza bellissima e dolce, o di un uomo aitante e interessante, con problemi improvvisi, impellenti e drammatici del valore di migliaia di euro, chiesti in prestito in modo insistente e accorato, per sparire subito dopo il bonifico, o più spesso i ripetuti bonifici, quando ormai le risorse dell’innamorato digitale erano finite.

Qualcun altro è stato convinto ad investire in schemi finanziari decisamente molto redditizi, o in valute digitali, i bitcoin per citare la più conosciuta, diventati non più rintracciabili appena è risultato chiaro che era stato raschiato il fondo del barile della disponibilità economica dell’investitore.

E altre storie del genere, che finiscono sempre nello stesso modo: i risparmi di una vita spariti con un click.

Spesso, ma non abbastanza, alcune di queste truffe vengono raccontate in qualche programma televisivo, come monito e prevenzione per altre potenziali vittime. Nella narrazione non sempre si dice chiaramente che recuperare il maltolto e risalire al truffatore è praticamente impossibile.

Infatti solitamente non si tratta di un individuo, ma di gruppi criminali molto ben organizzati che si servono di persone trafficate e schiavizzate per operare truffe su larga scala.

L’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) l’organizzazione dell’ONU che si occupa del problema, e rapporti di altre organizzazioni internazionali del settore, come il CSIS (Center for Strategic and International Sudies) stimano che ci siano in gioco dai 40 ai 64 miliardi di dollari all’anno e che le truffe digitali siano in espansione.

Dietro alle truffe giovani schiavizzati: i loro racconti

A Nairobi, presso Shalom House, la guest house dell’associazione kenyana Koinonia Community, fondata dal missionario comboniano padre Kizito (Renato Sesana), nelle scorse settimane sono stati ospitati gruppetti di giovani kenyani, generalmente ben scolarizzati ed esperti nell’uso del computer, di ritorno dalla Cambogia, dove erano stati costretti a lavorare anche 14 e più ore al giorno allo scopo di truffare il prossimo.

Dicono cose che sembrano frutto della fantasia di uno scrittore di thriller truculenti, ma i ricordi sono talmente stampati nella loro memoria che hanno lasciato il segno nello sguardo non sereno, nelle emozioni che si riflettono nella voce e nell’espressione del viso, nell’inquietudine palese anche dopo che hanno potuto tornare a casa e si trovano in un posto protetto e sicuro, in attesa di ricongiungersi alle famiglie.

I loro racconti sono concordi.

Generalmente disoccupati o occupati in lavoretti saltuari dalla fine dell’università, alla costante ricerca di una occupazione stabile o migliore, si sono imbattuti in offerte online su pagine e gruppi di solito attivi su Telegram.

Arruolati con l’inganno e contrabbandati in Cambogia

Intervistati via Zoom da un intervistatore anonimo che non hanno visto in viso, «forse frutto dell’intelligenza artificiale», sono stati assunti nel giro di poche ore con la promessa di un’occupazione qualificata all’estero e di uno stipendio di 1.200 dollari al mese, una cifra veramente allettante in Kenya.

Qualcuno ha deciso all’istante di lasciare il lavoro per inseguire il sogno di cambiare vita grazie all’opportunità offerta. Qualcuno ha lasciato una famiglia numerosa per garantire un futuro migliore ai figli. Tutti hanno pensato che finalmente era arrivata la loro occasione.

In pochi giorni si sono visti risolvere i problemi relativi ai documenti di viaggio e sono partiti, spesso con un bonus di centinaia di dollari in tasca, a renderli ancor più impazienti di cominciare a far parte della nuova impresa, tanto efficiente e generosa.

Attraverso itinerari diversi – uno è addirittura passato dal Vietnam – sono arrivati in Cambogia e sono stati portati nel posto dove avrebbero lavorato. Talvolta hanno dovuto sobbarcarsi viaggi da film, nascosti per ore sul fondo di barche che, nottetempo, navigavano su corsi d’acqua fiancheggiati dalla foresta.

Segregati e abusati da personale cinese

Di solito il loro posto di lavoro era un villaggio in una zona remota del paese, protetto da muri altissimi («17 piedi», più di cinque metri, dicono alcuni) dotato di tutti i servizi, «compresa la palestra», e a quanto pare anche un bordello e un casinò, in cui a ognuno era assegnato un letto.

Prima richiesta all’arrivo: consegnare il passaporto. Seconda: firmare un contratto in cinese. Chi ha provato a chiedere una traduzione in inglese è stato minacciato con una pistola. Interlocutori: «cinesi», la risposta concorde.

Il viaggio, la località, le richieste irricevibili rinforzate dalle minacce hanno fatto scattare i primi grossi dubbi, ma ormai erano in trappola.

Il nuovo lavoro è stato loro spiegato il giorno dopo: una delle truffe digitali di cui abbiamo sentito parlare, o altre veramente creative e ingegnose, con precisi obiettivi economici mensili da raggiungere, pena punizioni fisiche che potevano arrivare fino all’elettroshock e alla violenza sessuale. Gli aguzzini: «egiziani palestrati», affermano in parecchi.

Nel giorno del pagamento dello stipendio altre sorprese: la cifra pattuita era stata decurtata di molto per il progressivo ripagamento delle spese sostenute dall’organizzazione per i documenti, il viaggio, l’alloggio, i servizi messi a disposizione e per punizioni pecuniarie per le più leggere trasgressioni. I denari rimasti erano «falsi, spendibili solo nel luogo dove ci trovavamo».

Nello stesso villaggio, e nella stessa situazione, vivevano migliaia di persone provenienti da “tutta l’Africa e da qualche paese asiatico dove il lavoro è poco e gli stipendi bassi”.

La liberazione

Poi è venuto il giorno della liberazione. Alcune ragazze, massacrate di botte e probabilmente violentate, sono state lasciate nella foresta di notte, forse nella convinzione che vi sarebbero sparite per sempre. Invece, facendosi forza a vicenda, hanno camminato per molte ore fino ad arrivare ad una stazione di servizio dove sono state indirizzate al più vicino ufficio dell’OIM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

I ragazzi, invece, sono scappati durante un raid della polizia locale che ha arrestato i gestori del villaggio e non si è occupata di chi vi abitava. Si sono trovati in un paese straniero senza passaporto e senza soldi. Hanno vissuto per strada, spesso di elemosina, fino a quando non hanno incontrato qualcuno che li ha indirizzati a ONG locali che si occupano di problemi sociali.

Molti sono passati dalla Caritas Cambogia, che ha tra le attività principali proprio la lotta al traffico di esseri umani. La Caritas ha provveduto alla loro protezione e al loro viaggio di ritorno attraverso una rete internazionale che si occupa di persone vittime di tratta, di cui Koinonia Community fa parte.

Un traffico su larga scala

«Siamo entrati in Atlas Free un anno fa – racconta padre Kizito – perché da qualche tempo la polizia ci aveva chiesto di dare rifugio ad alcune adolescenti riscattate dalla prostituzione locale e così ci siamo resi conto che sotto i nostri occhi si muoveva un traffico di esseri umani di dimensioni ben più vaste. È pericoloso? Possiamo subire ritorsioni? Se ci tiriamo indietro noi, missionari di un Vangelo che annuncia amore e libertà, chi altro farà questo lavoro?»

Molti dei fondi per il lavoro di campo e per il rafforzamento delle capacità di contrasto al traffico di esseri umani arrivano da Atlas Free, una rete particolarmente forte negli USA, uno dei paesi più colpiti da queste truffe cibernetiche, insieme a Gran Bretagna e Germania. Secondo Jeremy Vallerand, CEO di Atlas Free, il traffico di esseri umani «è l’impresa criminale che cresce più velocemente al mondo».

La rete asiatica delle truffe informatiche

Il web è ricco di informazioni e di conferme. Particolarmente interessante il rapporto “Compound Crime. Cyber scam operations in southeast Asia” (Crimine di transazione. Truffe informatiche nell’Asia sud-orientale), pubblicato nel maggio dell’anno scorso da Global Initiative Against Transnational Organized Crime (Iniziativa globale contro il crimine organizzato transnazionale, GI-TOC), una rete di 600 esperti “nel campo dei diritti umani, della democrazia, della governance e dello sviluppo”.

Vi si dice che le truffe criminali via internet sono organizzate in particolare in Myanmar, Cambogia, Laos e Filippine. Vi si descrivono l’organizzazione del lavoro e degli affari, gli abusi, le figure maggiormente coinvolte e l’impatto sociale, politico ed economico del crimine. Vi si sottolinea inoltre che la scala e le ripercussioni sono state grandemente sottostimale. Le truffe informatiche hanno un impatto globale sulla sicurezza, lo sviluppo, la libertà e i diritti umani mentre minano l’economia e l’ambiente.

Diverse conferme sui raid della polizia in Cambogia possono essere facilmente trovate in rete, come le descrizioni dei compound svuotati dalla polizia locale, per esempio in Myanmar .

Più di 600 sono i giovani kenyani ancora intrappolati in Cambogia. Stanno chiedendo aiuto al governo per tornare a casa. Ma parleremo dell’impatto e del contrasto alla tratta in Kenya e nei paesi dell’Africa orientale in un prossimo articolo.

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