Sudan
Il paese che diede riparo ad Osama bin Laden è un paese particolarmente sensibile all’estremismo ed alla retorica jihadista. Ad esserne attratti sono anche giovani studenti universitari e, in particolare, quelli specializzatisi alla International University of Africa, fondata da Hassan el Turabi e finanziata dai paesi arabi. Alcuni di loro, sostengono attivisti della società civile sudanese, sarebbero diventati leader di movimenti armati come Boko Haram e al Shabaab.

Nelle scorse settimane a Khartoum si è tenuto il forum dei media arabi – Arab Media Forum – sul ruolo dei mass media nella lotta contro il terrorismo e l’estremismo islamico. Nel forum, organizzato dalla Lega araba e dal ministro dell’Informazione sudanese, sono stati discussi tre documenti di lavoro sul ruolo dei leader religiosi e dei media nel combattere la radicalizzazione e il terrorismo e lo sviluppo di una strategia araba congiunta.

Al forum, il governo sudanese ha presentato un rapporto sugli sforzi per la riabilitazione di estremisti locali in cui afferma di aver reintegrato nella società 82 ex detenuti di Guantanamo. Altri 113 estremisti sono stati trattati con sedute terapeutiche mentre si trovavano a piede libero, mentre 20 sono stati curati in carcere.

Il problema della radicalizzazione e dell’estremismo – compresa una certa tolleranza per il terrorismo – di una fascia non irrilevante della società sudanese è ben noto a chi segue costantemente l’evoluzione politica, sociale e culturale del paese. Ha radici vecchie e profonde, soprattutto nel gruppo sociale più vicino al regime del National congress party (Ncp), al potere da ormai 27 anni, con a capo il presidente Omar al Bashir, accusato dalla Corte penale internazionale (Cpi) di genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità per quanto successo durante l’insorgenza in Darfur.

Si deve ricordare che, all’inizio degli anni novanta, nei primi anni di governo dell’attuale regime, quando la direzione politica era data dal defunto Hassan el Turabi, influente teorico della Fratellanza musulmana, il Sudan ha dato rifugio a ben noti terroristi ricercati internazionalmente, tra cui Osama bin Laden, che aveva fondato al Qaeda alla fine degli anni ottanta. Turabi è il fondatore anche dell’International university of Africa, nata nel 1992 dal Centro islamico africano, che aveva cominciato a lavorare nel 1977 con finanziamenti sauditi e di altri Stati del Golfo, con l’obiettivo, tra gli altri, di diffondere la dottrina salafita, cui si rifanno le più radicali correnti islamiste odierne. All’International University of Africa, tra il 2004 e il 2010 – anni di cui si possono trovare i dati in internet – si sarebbero formati più di 21.000 studenti. Più della metà sono sudanesi, ma vi risultano iscritti anche più di 2.000 somali, insieme a centinaia di etiopi, eritrei, gibutiani, keniani, tanzaniani, ugandesi, ciadiani, nigeriani e in numero minori di altri paesi africani e di altri continenti. E’ evidente il disegno di contribuire alla formazione di una classe dirigente orientata all’islam politico in Sudan e nei paesi del continente con presenza musulmana, ma molti attivisti della società civile sudanese affermano che vi si sono formati anche parecchi leader di movimenti terroristici africani e, in particolare, di al Shabaab e di Boko Haram.

Politiche opache

Il primo episodio che segnalava la presenza di cellule terroristiche nel paese fu l’attentato ad un funzionario dell’ambasciata americana, la notte di capodanno del 2008. Per l’attacco, in cui rimasero uccisi il funzionario stesso e il suo autista, e che fu riconosciuto dal tribunale come atto di terrorismo, furono processati e condannati 4 cittadini sudanesi che riuscirono “magicamente” a scappare dalla prigione poco dopo.

Quanto al ruolo sudanese nel sostenere l’emergere di governi islamisti in paesi dell’area, sono state insistenti le denunce del governo libico di Tobruk che accusava Khartoum di rifornire di armi e di truppe di rinforzo il governo islamista di Tripoli.

I contatti con il gruppo Stato islamico (Is) in Medio Oriente, invece, non sarebbero strutturali ma, secondo dichiarazioni del ministro della Guida e del Patrimonio religioso, Ammar Merghani Hussein, in una conferenza stampa tenutasi a Khartoum alla metà di agosto, sono almeno 137 i cittadini sudanesi, uomini e donne, che si sono uniti a gruppi terroristici, tra cui l’Is e Boko Haram. I primi di cui si ebbe notizia, furono tre gruppi di giovani partiti per la Siria l’anno scorso, la maggioranza dei quali provenienti da un’università privata di proprietà del ministro della Sanità dello Stato di Khartoum. Il portavoce del ministero degli Esteri, la cui figlia era partita per unirsi ai militanti del califfato, in quell’occasione denunciò fortemente il sostegno di funzionari governativi, dal momento che la ragazza non avrebbe avuto il visto di uscita, necessario per lasciare il paese. Lo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha recentemente messo in guardia dal pericolo di infiltrazioni di gruppi terroristici in Darfur.

Insomma, nell’Arab Media Forum il governo sudanese ha affrontato un problema reale della sua società. Vedremo in un prossimo futuro se si tratta di una effettiva volontà di combattere alla radice il fenomeno oppure di un modo per nascondere con una cortina di parole, l’usuale direzione della politica dell’Ncp. Il governo sudanese è maestro in questo genere di manipolazioni che in questo momento potrebbero essere particolarmente utili per stringere i recenti legami diplomatici con i paesi europei e per convincere gli Stati uniti a cancellare il Sudan dalla lista dei paesi terroristici, annullando in conseguenza le sanzioni e dando così respiro ad un’economia in fortissima crisi.