Sudan / Darfur
Il governo sudanese chiede che sia chiusa, per aver violato il mandato, la missione Onu-Unione africana a protezione dei civili darfuriani. La missione di pace respinge le accuse.

Mentre analisti e osservatori internazionali sono concordi nel dire che la situazione in Darfur si è aggravata negli ultimi due anni (Caos Darfur titola il rapporto dell’International Crisis Group), il governo sudanese chiede, senza giri di parole e con notevoli pressioni, la chiusura dell’Unamid, una delle missioni di pace più importanti, che per la prima volta vede insieme truppe dell’Unione africana e dell’Onu.

La domanda era arrivata già l’anno scorso, a ridosso dei fatti di Tabit, il villaggio darfuriano in cui, secondo testimonianze locali e rapporti internazionali, un’unità dell’esercito regolare di stanza nella zona avrebbe stuprato almeno 200 tra donne e ragazze come rappresaglia per la scomparsa di un militare, poi ritrovato in un altro villaggio. Il fatto, di enorme gravità, aveva suscitato la richiesta di un’inchiesta della missione di pace, che, in un primo momento, aveva negato i fatti. Ma successive indiscrezioni sulle condizioni in cui l’accertamento era avvenuto avevano motivato la richiesta di una nuova indagine che garantisse la libertà di parola da parte dei testimoni. A quel punto il governo sudanese aveva negato l’accesso alla zona, aveva lasciato trapelare la convinzione che la missione di pace potesse essere una minaccia per la sicurezza del paese e aveva chiesto che si preparasse un calendario con gli adempimenti necessari alla sua chiusura: naturalmente negando che ci fosse alcuna relazione con i fatti di Tabit, ma sostenendo che trattative in proposito erano già state avviate da tempo.

Le trattative devono essere andate avanti. Negli ultimi mesi se ne è parlato ma sempre in modo piuttosto vago. Possiamo scommettere che avranno un’accelerata nel prossimo futuro, dopo un nuovo episodio che ha visto la missione di pace confrontarsi duramente con il governo sudanese.

Si tratta di due scontri a fuoco, con morti e feriti, avvenuti la scorsa settimana nella zona di Kass, nel Sud Darfur, tra militari dell’Unamid e gruppi di uomini armati. Missione di pace e governo di Khartoum danno versioni del tutto differenti dei fatti. Secondo la prima, due pattuglie di soldati nigeriani sarebbero state attaccate da uomini armati e si sarebbero difese. Il secondo afferma che le pattuglie avrebbero fatto fuoco contro un gruppo di civili che stavano cercando di recuperare bestiame precedentemente razziato. La versione del governo comprende anche l’accusa di uccisioni a sangue freddo avvenute all’interno stesso del campo dell’Unamid. Una ong che si occupa di diritti umani, Sudo Uk, e ha una rete di informatori nella zona, in un comunicato riportato anche dal sito dell’Onu, afferma che il campo dell’Unamid sarebbe stato attaccato da miliziani paragovernativi e alcuni sarebbero rimasti uccisi.

Sta di fatto che le autorità sudanesi hanno portato la questione davanti al tribunale di Kass perché vengano accertate le responsabilità, accusando i responsabili della missione ai più alti livelli, a New York e ad Addis Abeba, di cercare di coprire il «crimine odioso» dei propri militari, invece di fare le condoglianze alle famiglie delle vittime e al governo stesso. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e la presidente dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini-Zuma, affermano invece che il governo di Khartoum ha diffuso informazioni non veritiere, aggiungendo che un militare della missione è morto perché non è stato dato il permesso di trasportarlo in aereo a Khartoum, dove avrebbe potuto essere curato.

L’Unamid è stata spesso accusata dalla società civile sudanese, e poi anche da suoi stessi funzionari che avevano deciso di rinunciare all’incarico, di essere stata troppo condiscendente verso il governo e di non aver svolto la sua missione principale, quella di proteggere i civili. Evidentemente è ora cambiato l’atteggiamento verso il governo, che risponde con l’accusa che la missione viola platealmente il suo stesso mandato.

Il gioco ha una posta molto alta. Per il governo si tratta della liquidazione degli ultimi testimoni indipendenti rimasti sul terreno del conflitto in Darfur. Per la missione di pace si tratta di ripulire e difendere e il proprio nome, ridisegnando i rapporti con il governo da una posizione di maggior indipendenza e forza. Nel mezzo sta la popolazione della martoriata regione, sottoposta quotidianamente a soprusi e violazioni di ogni genere. Dio non voglia che venga lasciata sola.

Truppe della missione Unamid in Darfur. Fotografo: Albert Gonzalez Farran/EPA