Diamanti di conflitto
La presidenza europea dell’organismo multinazionale di controllo sul commercio dei cosiddetti “diamanti insanguinati” potrebbe portare all’attesa e indispensabile riforma dell’istituto e ad altrettanto importanti modifiche nella definizione di “diamanti di conflitto”.

Dal 15 al 21 giugno si sono tenute ad Anversa le intersession reunion del Kimberley Process (KP) che quest’anno vede alla presidenza l’Unione Europea. Questi incontri rappresentano la prima occasione per i membri del KP di riunirsi e confrontarsi, in vista dell’assemblea plenaria che si terrà a fine anno. Alla luce di quanto emerso durante le riunioni, c’é da chiedersi se la prospettiva di riforma del KP, per alcuni ormai obsoleto e inefficace, sia concreta o destinata a rimanere un’utopia.

Istituito nel 2003, il Processo di Kimberley nasce con l’intento di porre fine al commercio dei “diamanti insanguinati”, anche conosciuti come “diamanti di conflitto”. Quindici anni dopo, la loro percentuale nel commercio mondiale é effettivamente scesa dal 15% al 0.02%, ma nonostante i parziali successi é proprio nel suo mandato iniziale che il Processo incontra i suoi limiti.

I conflict diamonds, menzionati ufficialmente per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 2000, sono definiti come “diamanti grezzi utilizzati da gruppi ribelli o da loro alleati per condurre azioni militari volte a destabilizzare il governo legittimo”. Tale definizione esclude automaticamente non solo i diamanti puliti e tagliati che penetrano nel commercio, ma anche tutti quelli implicati in abuso di diritti umani o in pratiche illecite come evasione fiscale, furto o riciclaggio di denaro.

Appellandosi ai principi di trasparenza e dialogo, l’Unione Europea aveva annunciato il suo impegno a condurre la presidenza come mediatore imparziale, ponendo particolare enfasi sull’esigenza di migliorare i meccanismi di sostegno amministrativo e finanziario, nonché di realizzare una seria collaborazione tra stati, rappresentanti della società civile e del settore privato. La struttura tripartita é infatti da considerarsi la “linfa vitale” del Processo, il quale é nato e si é perpetuato proprio grazie al dialogo continuo – ma non sempre facile –  tra questi tre attori.

Le difficoltà sono emerse specialmente durante la presidenza degli Emirati Arabi Uniti nel 2016 e sono sfociate, durante la plenaria del 2017, nell’abbandono del KP da parte dell’organizzazione non governativa canadese Impact.

Sulla base di quanto emerso ad Anversa, sembra che stavolta almeno i due osservatori si siano accordati per l’elaborazione di un documento comune, volto all’allargamento della definizione di “diamanti di conflitto”. Si intravedono invece meno progressi sul fronte strutturale: il dibattito sulla creazione di un segretariato permanente e per un fondo di sostegno ai paesi meno sviluppati e alle ong (Multi-stakeholder Fund), rimane aperto.

Le prospettive di un cambiamento ci sono e per la prima volta dopo anni sembra che almeno gli osservatori siano riusciti ad allinearsi su una posizione comune. Non resta che attendere la plenaria che si terrà dal 13 al 17 novembre a Bruxelles e vedere se i buoni propositi rimarranno prigionieri del meccanismo di consensus (unanimità del consenso nelle decisioni) che da tempo sembra condannare il KP a rimanere in un impasse.

0.02%
Il Kimberley Process copre il 99,98% del commercio dei diamanti. La percentuale mancante (0,02%) si riferisce ai diamanti della Repubblica Centrafricana, attualmente sospesa dal Processo in quanto non conforme agli standard richiesti.

Struttura tripartita
Il Kimberley Process é un accordo tripartito fra attori dallo status differente: i partecipanti che in quanto tali hanno facoltà di votare (54 stati, di cui 81 rappresentati) ed i semplici osservatori, divisi tra rappresentanti della società civile (organizzati in una coalizione dal 2007) e gli industriali (rappresentati dal World Diamond Council dal 2000).