La Corte di Arusha indagherà sui crimini di Kigali in Kivu
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L'organismo ha respinto le obiezioni del Rwanda e accolto la denuncia della Rd Congo
Ok a Kinshasa dalla Corte di Arusha, indagherà sui crimini di Kigali in Kivu
Il mondo guarda anche alla firma dell'accordo di pace mediato dagli Usa, che dovrebbe concretizzarsi oggi a Washington
27 Giugno 2025
Articolo di Redazione
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La sede della Corte Africana dei diritti umani e dei popoli ad Arusha. (Crediti: The Citizen)

Nel conflitto fra Repubblica democratica del Congo e Rwanda tutto il mondo guarda a Washington oggi, eppure lo sguardo dovrebbe essere rivolto anche verso Arusha, in Tanzania, e la sua Corte africana dei diritti umani e dei popoli.

Questo perché solo la giustizia può gettare le basi per una pace duratura e arrivare dove neanche la tanto agognata cooperazione economica può fare (sperando che di questa, effettivamente si tratti).

Così, mentre i ministri degli esteri di Kinshasa e Kigali si trovano oggi 27 giugno nella capitale degli Stati Uniti per firmare un accordo di pace che prevede un focus specifico su minerali e investimenti Usa, una notizia importante arriva dalla Corte dell’Unione Africana di base in Tanzania.

Cosa ha detto la Corte

L’organismo si è detto competente a esaminare un caso presentato nell’agosto 2023 dalla Rd Congo contro il Rwanda per una serie di violazioni dei diritti umani, rigettando tutte le obiezioni che erano state presentate da Kigali.

Fra i vari aspetti, i legali del governo rwandese avevano contestato la giurisdizione territoriale della Corte e la validità dei testi di diritto internazionale invocati dalla Rd Congo, ritenuti non idonei per un caso che riguarda violazioni dei diritti umani e non questioni relative a conflitti e sicurezza.

Il verdetto è stato emesso all’unanimità dagli 11 undici giudici della Corte, ente giuridico che dal 2004 vigila sull’interpretazione e l’applicazione della Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli, adottata nel 1981.

Decisa la giurisdizione sul caso, la Corte ha dato al Rwanda 90 giorni di tempo per presentare le sue risposte alle accuse congolesi e a Kinshasa 45 giorni dalla deposizione delle repliche per poter controbattere.

Il contesto è l’offensiva che la milizia M23 ha lanciato nel novembre 2021 in Nord Kivu, nel nord-est della Rd Congo, insieme alle forze armate rwandesi, per quanto Kigali non abbia mai ammesso apertamente il proprio ruolo nel conflitto. Le ostilità sono andate incontro a un’accelerazione negli ultimi sei mesi.

Da gennaio M23 armato e truppe rwandesi, sostenute anche dall’alleanza politico-militare congolese nota come Alleanza del fiume Congo (AFC), sono arrivati a occupare Goma, capoluogo del Nord Kivu e città più popolosa ed economicamente rilevante della Rd Congo orientale, e a estendersi fino in Sud Kivu, dove pure è stato occupato il capoluogo Bukavu.

Già a febbraio scorso, secondo la prima ministro congolese  Judith Suminwa, questa nuova fase del conflitto aveva causato almeno 7mila vittime. Centinaia di migliaia anche le nuove persone sfollate a causa dei combattimenti. Fra Nord e Sud Kivu vivono in oltre circa 5 milioni dei sette milioni di persone sfollate a causa di conflitti che si trovano nella Rd Congo.

Con la sua denuncia, il governo congolese chiede alla Corte di Arusha di ordinare al Rwanda il ritiro dei suoi militari dal suo territorio e la cessazione di qualsiasi sostegno all’M23, nonché a stabilire l’entità delle riparazioni economiche che il Rwanda deve allo stato congolese e alla vittime dei suoi crimini.

Nello specifico, il Rwanda viene accusato da Kigali di aver violato una serie di convenzioni e dichiarazioni regionali e internazionali, a partire dall’articolo 1 della carta dell’Unione Africana sui diritti umani e dei popoli, che obbliga al rispetto e la tutela di questi ultimi.

Nella mozione, Kinshasa fa riferimento ad alcuni avvenimenti specifici, fra i quali il lancio di un’offensiva coordinata contro l’esercito congolese e la missione delle Nazioni Unite, Monusco, fra gennaio e maggio 2022; l’occupazione di una serie di località del Nord Kivu; l’uccisione di almeno 130 civili in quattro diversi massacri fra giugno e novembre dello stesso anno.

Kinshasa, tutte queste violenze avrebbero causato lo sfollamento di 520mila persone, la chiusura di scuole frequentate da almeno 20mila minori, a cui è stato quindi negato il diritto all’istruzione, lo scoppio di un focolaio di colera in un campo profughi e la distruzione di stabilimenti per la produzione di elettricità, centri di salute e impianti agricoli.

I legali congolesi hanno ricordato inoltre come l’attuale conflitto segua due precedenti «guerre di aggressione» condotte dal Rwanda fra il 1998 e il 2002 e poi di nuovo fra 2012 e 2013 ed evidenzia come la Commissione africana per i diritti umani e dei popoli abbia già condannato Kigali per aver violato la Carte dell’UA per le sue azioni in queste due fasi della guerra, invitandola a compensazioni economiche adeguate per le vittime del conflitto.

Il riferimento del governo congolese è nel primo caso a un periodo compreso nelle due grandi guerre del Congo (1997-2003) e nel secondo caso all’ultima offensiva lanciata dall’M23 prima di scomparire quasi completamente dalle scene fino al 2021. Durante quell’avanzata, la milizia arrivò a occupare per la prima volta Goma, che però fu costretta ad abbandonare dopo pochi giorni fra la pressioni internazionali. 

La decisione del tribunale di Arusha è stata accolta con soddisfazione dal governo di Kinshasa. Il ministro della giustizia, Samuel Mbemba, ha ringraziato i giudici per «questa sentenza storica», augurandosi che «venga pienamente applicata». 

E la pax americana?

Resta da capire se e come questo procedimento giuridico possa inficiare la firma dell’accordo di pace di oggi a Washington. L’intesa è stata preceduta da una dichiarazione di principio in sei punti, lo scorso aprile. Nel testo si toccano diversi aspetti cruciali, dal rispetto della reciproca integrità territoriale al ritorno dei rifugiati.

Nella dichiarazione si cita inoltre  l’istituzione di un meccanismo congiunto di coordinamento della sicurezza per contrastare i gruppi armati non statali ma anche di quadro di integrazione economica regionale da accompagnare «dall’avvio o dall’espansione di investimenti significativi, compresi quelli agevolati dal governo statunitense e dal settore privato statunitense».

Il ruolo degli Usa torna anche qualche riga più sotto: «I  partecipanti – si legge – si impegnano ad avviare e/o ampliare la cooperazione su priorità condivise quali lo sviluppo dell’energia idroelettrica, la gestione dei parchi nazionali, la riduzione del rischio nelle catene di approvvigionamento dei minerali e catene del valore dei minerali end-to-end trasparenti, formalizzate e lecite (dalla miniera al metallo lavorato) che colleghino entrambi i paesi, in collaborazione con il governo degli Stati Uniti e gli investitori statunitensi».

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