Jennifer Nansubuga Makumbiù (Traduzione di Emilia Benghi)
66thand2nd, 2019, pp. 464, € 20,00

Si è affacciata un’altra penna acuminata, questa volta ugandese, sulla scena della letteratura africana contemporanea. Ed è una opportunità poter leggere in italiano – l’editore conferma speciale attenzione all’Africa – il suo romanzo d’esordio.

La scrittrice, un dottorato in scrittura creativa alla Lancaster University (Regno Unito), ha pubblicato la sua opera in Kenya nel 2014, dove ha vinto il concorso letterario per opere inedite promosso dalla rivista Kwani?.

Raccontando l’ultimo giorno di vita di Kamu Kintu nel 2004 e ripercorrendo, a ritroso fino al 1750, le generazioni della famiglia Kintu, prigioniera, forse, di una maledizione, il romanzo contesta l’idea stessa di destino. Altro che destino, a essere chiamata in causa per le derive e le stanche ripetizioni della società ugandese è innanzitutto la cultura patriarcale, perpetuata dagli imperativi della tradizione.

Con una scrittura minuziosa, fin dal prologo riconduce a delle cause ben precise il feroce linciaggio di Kamu Kintu: «Il termine “ladro” sintetizzava il nemico comune. Il motivo per cui non avevano cenato la sera prima; il perché i loro figli a quell’ora non erano a scuola.

“Ladro” era il presidente arrivato venticinque anni prima promettendo la “democrazia” e che poco tempo addietro aveva commentato ridendo: “Ma ho detto davvero democrazia? Ero così ingenuo all’epoca”. “Ladro” era l’esattore delle tasse che li derubava per dare i soldi ai ricchi». (…) «Mentre i colpi gli si abbattevano sulla schiena, Kamu decise che stava sognando».