Rd Congo / Competizione etnica
Violenze, stupri e assassinii continuano a colpire la martoriata popolazione del Nord e Sud Kivu, regione del nordest della Repubblica democratica del Congo ricca di minerali preziosi e di terre da coltivare. Gli scontri tra milizie nande e hutu per il controllo della terra si moltiplicano, infiammati dalla generale crisi politico-istituzionale e da un peso sempre maggiore del fattore etnico.

È stato un Natale di scontri e uccisioni nel Nord Kivu, una delle regioni orientali della Repubblica democratica del Congo. Tra la vigilia di Natale e Santo Stefano, sarebbero state uccise almeno 35 persone. Sono stati ritrovati 22 cadaveri a Eringeti, nel territorio di Beni. Il massacro è stato attribuito alle Forze democratiche alleate (Adf), una milizia ugandese di fede islamica accusata anche dell’eccidio del 14 agosto a Beni. Lunedì scorso sono stati ritrovati altri 13 morti, soprattutto donne, nel villaggio a maggioranza hutu di Nyanzale.

Non si tratta di una violenza nuova per questo territorio. Dall’ottobre 2014 infatti, si sono moltiplicati i morti. L’accelerata di questi giorni è legata all’incertezza in cui si trova il paese, dopo il rifiuto di Joseph Kabila, presidente ormai al termine del suo mandato costituzionale, di lasciare il potere e indire nuove elezioni.

Nord e Sud Kivu sono ricchissimi di minerali, relativamente poco popolati, circondati da paesi in cui la pressione demografica è in continuo aumento. Proprio in queste due regioni è più forte la competizione per l’accesso alla terra. La morte di 13 persone a Nyanzale è rappresentativa degli scontri tra comunità con origini etniche diverse. In questo caso un villaggio a maggioranza hutu è stato attaccato da una milizia di etnia nande. Una delle ragioni alla base del conflitto tra le due etnie maggioritarie del Nord Kivu è la mancanza di una redistribuzione delle terre e quindi di un equo accesso alle risorse.

Secondo fonti locali, nel Nord Kivu si starebbero diffondendo occupazioni di terre da parte della popolazione di origine hutu, congolese e ruandese, alla ricerca di campi da coltivare. La stessa regione è soggetta a violenze, uccisioni e incendi di interi villaggi da parte di milizie dell’una e dell’altra etnia. I superstiti abbandonano i campi che vengono poi occupati da altre comunità, alla ricerca di terre da coltivare. Nelle zone a maggioranza nande difficilmente vengono concesse terre agli hutu. La competizione fondiaria nel Nord Kivu ha origine già nel 1993 con l’esplodere del conflitto tra autoctoni e alloctoni, di origine ruandese.

L’iniquo accesso alla terra ha radici già in epoca coloniale, quando il diritto fondiario è stato trasformato, e il diritto consuetudinario indebolito. A modificare il rapporto con la terra è stato poi il regime di Mobutu Sese Seko, con l’emanazione della Legge Bakajika e della Legge Generale della Proprietà che ha abolito i poteri tradizionali sul suolo, trasformando la terra in un bene dello Stato. Da quel momento la terra e le sue ricchezze sono state utilizzate come merce di scambio, come mezzo per arricchire un’elite e per garantirsi il potere. Controllare la terra voleva dire detenere un potere economico, politico e sociale. Contestualmente è aumentata la competizione tra le popolazioni che si consideravano originarie di quei territori e quelle arrivate dalla regione dei Grandi Laghi e da altre regioni congolesi.

L’etnicità è diventata un fattore in cui riconoscersi e un discrimine per ottenere la nazionalità, quindi i diritti sulla terra. Le leggi sulla nazionalità, già in epoca Mobutu, hanno legato la concessione o la restrizione di diritti al rafforzamento del potere, a favore di un gruppo e a discapito di un altro. La distribuzione iniqua delle terre e l’assenza di una vera regolamentazione hanno mantenuto nell’insicurezza una larga fascia di popolazione, diventata vittima e al tempo stesso benzina per i gruppi ribelli.

Nella foto grande le montagne del Sud Kivu (Dominic Nahr, Magnum Photos)