Zimbabwe
Dopo 36 anni sotto la guida del primo presidente dall’indipendenza, il novantaduenne Robert Mugabe, lo Zimbabwe è oggi un paese sull’orlo del baratro. Corruzione, disoccupazione, crollo del sistema economico e finanziario, isolamento internazionale, repressione del dissenso, hanno creato un vasto malcontento popolare che ha trovato sfogo sui social network e poi nelle strade della capitale. Grazie ad un pastore battista e ad un hashtag: #ThisFlag.

Centinaia di persone che scendono in strada al grido “Mugabe must go”, polizia che disperde la folla con manganellate, lancio di lacrimogeni e cannoni ad acqua. Da qualche mese queste scene sono diventate abituali in Zimbabwe. Un malcontento alimentato da una crisi economica e sociale che sembra non avere fine e di fronte alla quale le istituzioni non riescono a fornire risposte. Fino a poco tempo fa la frustrazione, per un paese che è al collasso, era sempre stata “assorbita” da un generale atteggiamento di rassegnazione dei zimbabwani. Ma qualcosa ha risvegliato e ingagliardito un popolo oppresso ed esausto, e ora il regime del leader più vecchio del continente, Robert Mugabe (92 anni, al potere dal 1980), perde colpi e scricchiola.

L’ultima delle numerose manifestazioni di malcontento delle scorse settimane si è registrata il 17 agosto nella capitale Harare: circa 200 persone sono scese in strada, portando fiori in segno di pace e mostrando striscioni invocanti le dimissioni di Mugabe. Non è passato molto tempo prima dell’arrivo delle forze di polizia in assetto antisommossa a disperdere la folla con manganelli e lacrimogeni. Secondo le agenzie di stampa non ci sarebbero state vittime ma solo qualche ferito.

Questa volta la manifestazione era contro il nuovo piano della Banca centrale che prevedrebbe la reintroduzione nel prossimo ottobre della defunta banconota locale, per alleviare la carenza di dollari Usa e altre valute straniere che sta bloccando definitivamente la debole economia del paese. Il timore generale è che la decisione provochi di nuovo iperinflazione, come  avvenne nel biennio 2008-9 quando raggiunse il 500% bruciando risparmi e pensioni, e costrinse allora il governo a ritirare il dollaro zimbabwano e ad utilizzare monete straniere.

In realtà non si tratterebbe di un vero e proprio ritorno al vecchio conio ma dell’emissione di una sorta di titoli obbligazionari cartacei denominati “bond notes”. Banconote che dovrebbero sostituire e avere lo stesso valore dei pezzi da 2, 5, 10 e 20 dollari statunitensi, comunemente usati nel paese.
Il ministro delle finanze, Patrick Chinamasa, ha più volte tentato di rassicurare circa l’intenzione di tornare alla vecchia moneta, mentre la banca centrale giovedì, ha precisato che i cittadini non saranno obbligati ad usare i “bond notes”, chiedendo però di utilizzare il più possibile le carte bancomat per alleviare la carenza di valuta.

Dissennata gestione economica

I problemi che hanno generato l’attuale clima di tensione non si limitano solo a questo. La disoccupazione avrebbe raggiunto livelli molto alti, specie fra i giovani occupati per lo più nel lavoro informale. La corruzione dilaga (al 150° posto su 168 per Transparency International), i servizi pubblici sono inesistenti e lo Stato non riesce più a pagare con regolarità i suoi dipendenti (soldati, agenti di polizia, medici e insegnanti). 

Occorre ricordare che prima della dissennata gestione politica ed economica del governo Mugabe degli ultimi 20 anni, lo Zimbabwe era tra i pesi più promettenti del continente, allora definito il “granaio d’Africa”.  A simboleggiare lo sfacelo, la riforma agraria del 2000 con la quale Mugabe – al potere dalla fine del regime razzista della Rhodesia nel 1980 – espropriò  terre e aziende agricole dei discendenti dei coloni anglosassoni (che ne possedevano il  70%) ridistribuendole con metodi clientelari al popolo che, impreparato, non fu in grado di utilizzarli efficientemente. Crollata quindi la produzione, i danni economici furono enormi.

Ora il governo  deve trovare 4 miliardi di dollari per finanziare il suo budget annuale. Gli investimenti esteri sono un ricordo e il sostegno dei donatori si è prosciugato per via della politica estera di Mugabe. Unica eccezione, la Cina, i cui aiuti per ora non sembrano materializzarsi.
Nel mese di aprile, Harare ha dimezzato le sue previsioni di crescita per il 2016 al 1,4%. Una stima che la maggior parte degli economisti ritengono ottimista. In più, il paese lo scorso anno è stato colpito dal  “El Nino”, che ha causato una grave siccità e posto a rischio fame 4 milioni di persone, mettendo ulteriormente in ginocchio l’economia nazionale.
Harare si è rivolta al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e ad altri importanti istituti di credito internazionali ma, essendo già debitore di 8,3 miliardi di dollari e moroso per altri 1,8, è più che probabile che l’Fmi chiederà dure riforme a Mugabe in cambio di assistenza.

Dai social network alla strada
 

 

Ma cosa ha fatto detonare l’insoddisfazione popolare da tempo soffocata?
Un semplice hashtag, #ThisFlag, e il suo inventore, Evan Mawarire, un pastore battista di 39 anni che nell’aprile di quest’anno ha postato sui social network (molto usati dai giovani) un suo video nel quale, avvolto nella Bandiera dello Zimbabwe e stanco di una vita fatta di stenti, ha deciso che non sarebbe più rimasto in silenzio, sfogando tutto il suo dissenso verso un paese in cui non si riconosce più. Quel video e quell’hashtag hanno finito con esprimere i sentimenti comuni che gli zimbabwani avevano represso per troppo tempo. Il post è divenuto in poco tempo virale. In migliaia hanno postato video e foto in cui si mostravano avvolti nella bandiera aderendo a #ThisFlag. Lo sfogo di un singolo uomo contro malgoverno e corruzione, si è trasformato in una valanga.

Mawarire, inizialmente sorpreso, ha preso coraggio esortando all’attivismo e ciò che ne è risultato è stata la creazione di un movimento sociale di protesta pacifica contro le istituzioni e indipendente dalle formazioni politiche. Sotto “This Flag” sono iniziate le prime manifestazioni nella capitale, poi come una pandemia inarrestabile, nel resto del paese fino agli scioperi che hanno paralizzato i grandi centri urbani in luglio.

Mugabe e i suoi inizialmente hanno deriso il movimento, accusando Mawarire di voler solo fare soldi e attrarre pubblico nella sua chiesa. Poi lo hanno accusato di essere manovrato dalle potenze occidentali che vorrebbero sovvertire le istituzioni. Il tutto mentre, forse intimoriti, facevano reprimere violentemente le proteste e mettere “sotto controllo” gli attivisti sul web. Mugabe ha infine paragonato il movimento a quelli che hanno mosso la primavera araba nel 2011, ricordando ai cittadini che caos e guerra sono tutto ciò che ne è derivato.

In Zimbabwe è pericoloso far notare i problemi e fomentare il dissenso. Mawarire è stato più volte minacciato con telefonate anonime. Poi arrestato, il 12 luglio, per incitamento alla violenza e rilasciato il giorno dopo. Successivamente Mawarire si è recato in Sudafrica per motivi di sicurezza, ma non smette di condurre il movimento. Due settimane fa ha postato un nuovo video in cui esortava i concittadini a restare uniti e non abbandonare la lotta non violenta. Il leader del movimento ha anche annunciato che si recherà presto negli Usa per “cercare sostegno”.

Opposizione ancora debole


 This flag 

 

Malgrado Mugabe debba affrontare una grave crisi economica e un popolo che alza la testa, questo vecchio presidente ha intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni del 2018. Nel frattempo il suo partito, lo Zanu-Pf, è diviso internamente dalla lotta per la sua successione. Da una parte la vecchia guardia che sostiene la moglie Grace, dall’altra il vice-presidente Emmerson Mnangagwa che guadagna terreno e avrebbe il sostegno di un parte dell’esercito.
Come se non bastasse, lo scorso 8 agosto, i veterani della lotta per l’indipendenza del paese hanno annunciato che non sosterranno Mugabe alle elezioni, denunciando derive dittatoriali e incapacità nel risolvere la crisi economica. Un grave smacco per il leader zimbabwano.

L’opposizione, invece, da sempre debole e inconcludente, inizia a mostrare segni di coesione. L’ex-vice-presidentessa Joice Mujuru, cacciata dallo Zanu-Pf nel 2014, ha creato una sua formazione politica, lo Zimbabwe People First (Zim-Pf) che sta ottenendo successi. La scorsa settimana si è incontrata con lo storico oppositore Morgan Tsvangirai dell’Mdc-T, per creare un’inedita grande coalizione il cui candidato anti-Mugabe dovrebbe essere proprio la Mujuru, dato che Tsvangirai ha di recente annunciato di essere malato di cancro al colon e sarà incandidabile.

È chiaro, dunque, che nello Zimbabwe è in corso una lotta contro un presidente simbolo di un passato non lontano che si attacca al potere con straordinaria energia e contro una classe politica convinta che i cittadini non abbiano diritto di richiamarli alle loro responsabilità. La speranza è tutta riposta nel popolo zimbabwano, risvegliato da un’epidemia di libertà che nessun regime probabilmente potrà arrestare perché, come sottolineato dal giornalista Simon Allison, del giornale sudafricano The Daily Maverick, l’idea semplice e geniale di Mawarire, ha fatto si che si appropriasse del simbolo più potente di una nazione, l’unico che le istituzioni non possono né vietare ne sopprimere: #ThisFlag, la bandiera.